Valtolla e dintorni ( una storia raccolta dal brigante della valtolla)

Pubblichiamo il racconto “il bosco dei biancospini” tratto dal bel libro VALTOLLA E DINTORNI. Il libro, con 18 racconti inediti, lo trovate nelle edicole della vallata e allo iat di Castell’Arquato.

Il ricavato andrà al reparto oncologico ed ematologico dell’ospedale di Piacenza diretto dal prof. Cavanna.

Il bosco dei biancospini

di Brigante della Valtolla

Elia De Bracchi quel giorno doveva fare delle consegne ai Malvisi, dall’altra parte del monte della Croce dei Segni, la cima più alta del massiccio del monte Moria. Il grande carro, trainato da quattro cavalli era carico di materiale laterizio. Era una giornata di primavera, con l’aria finalmente tiepida, ed i prati brillavano per il giallo dei fiori di tarassaco in mezzo all’erba. Qua e là macchie bianche di ciliegi e biancospini, mentre i peschi stavano già perdendo i petali rosa.

“Ormai i pastori ebrei dovrebbero essere tutti sull’altipiano, come succedeva sempre in questa stagione!”, pensava il ragazzo.

Pur avendo scelto un’altra strada rispetto a quella di tanti della sua razza, -Elia lavorava nella fornace di laterizi e pietre chiappate che suo padre aveva rilevato giù vicino all’Arda-, le sue radici restavano lassù, nei campi e nei boschi che facevano da cornice al versante ovest del massiccio del monte Moria.

La famiglia di Elia aveva fatto la scelta di …..convertirsi al Cristianesimo, ma non aveva mai dimenticato le proprie radici. Suo nonno Tobia, nelle lunghe notti d’inverno gli raccontava sempre la grande storia del popolo di Dio –così i Giudei consideravano loro stessi-, di quando erano stati deportati dalla loro patria, la Palestina fino a Benevento e da lì, in seguito dispersi nel nord della penisola italica. Alla loro famiglia ed altri duecento ebrei era toccata questa piccola valle, solo boschi e lubbie.

La valle di Tolla, dove comandava il potente Abate dell’Abbazia di Tolla era importante soprattutto per il passaggio di mercanti, pellegrini e perché no, anche di briganti e contrabbandieri, tutti di passaggio in direzione del mare.

Elia provava una grande attrazione per quello strano mondo, quello dei pastori venuti da lontano, molto lontano e che ogni anno passavano con le loro greggi dietro a casa sua, ai Levei di Moldefaxio per dirigersi verso l’altipiano di monte Lana, dove avrebbero stanziato fino all’autunno inoltrato. Il giovane si era dato da fare presso i monaci del monastero di Tolla, con il quale era molto in confidenza a causa del suo lavoro, affinché questa grande opportunità che l’Abate del Monastero di Tolla aveva concesso ai giudei deportati, quella cioè di poter usufruire dei grandi appezzamenti di terreno incolto e quindi adatto al pascolo, sul versante che guardava verso il monte Lana, venisse sfruttata al meglio.

In seguito aveva cercato di parlare con i valligiani, affinché nessuno protestasse quando passavano le pecore e la capre. Tranne nel caso di quell’egoista di Albertino de la Libbia, che era solito a non dare nemmeno il permesso per passare davanti al suo casolare quando veniva organizzata la processione al monte Moria, in occasione della festa dell’Assunta, con tutti gli altri si era trovato l’accordo. Adesso, quando arrivavano i “loro” pastori, facevano anche una festa e, tutti insieme, si trovavano nel bosco grande vicino alla chiesa di San Giovanni, in prossimità del passo di Pelizzone a cantare, bere e a mangiare l’agnello offerto come ringraziamento.

Elia correva lungo la strada a curve che saliva dall’Arda fino ai monti più alti. Il nastro luccicante del fiume diventava sempre più piccolo, ma si poteva vedere che l’acqua era ancora scura per le recenti piogge.

Arrivato al grande bosco dei biancospini, ad Elia venne in mente quando lì in mezzo aveva conosciuto Sara, la figlia più giovane di Giuseppe, un pastore dei Levei.

L’aveva salutata, avevano parlato, parlato e quando, prima di scappare, la baciò sulla guancia, senti che aveva lo stesso sapore dei fiori del biancospino. Per sentire il profumo dei fiori del biancospino, ti devi avvicinare tanto ai rovi che quasi li devi baciare. Allora oltre al profumo discreto, ma intenso dei piccoli fiori, ne puoi sentire anche il sapore acre e inebriante della primavera montana, Elia si chiese se mai avrebbe sentito il sapore delle sue labbra.

di primavera… Chissà che sapore hanno le sue labbra…

Con l’occhio allenato di chi si guarda intorno, il giovane vide subito il piccolo carro di un pastore, in uno slargo lungo la strada di campagna che si lasciava indietro campi e prati per inoltrarsi tra i pioppeti e sfociare sul crinale di Tollara.

Elia cercò le pecore, ma non le vide.

Allora il giovane ritornò indietro e continuò il suo viaggio in direzione della Pieve di Macinesso, terminò le consegne e, sulla via del ritorno, si fermò alla bettola di Taverne, a prendere dell’acqua fresca con foglie di menta, una vera specialità del posto.

Mentre Elia era appoggiato al bancone, aspettando la sua acqua, entrarono nella vecchia bettola due valligiani, un ragazzo ed una ragazza sulla trentina. Ordinarono anche loro dell’acqua e mentuccia, poi si guardano intorno ed, apparentemente in modo casuale, chiesero se qualcuno avesse visto in giro dei pastori.

Ci fu un momento di silenzio, il vecchio oste scosse la testa, ma un vecchietto seduto ad un tavolino si girò bruscamente. “Sì, …certo che li ho visti, andavano verso la riva del fiume. Perché? Come mai li cercate?”.

“Siamo alle solite! Li cerchiamo per fargli avere quello che si meritano. Lo sanno bene che nei terreni del Conte Albione dei Rossi di Tollara non possono passare, ma quelli fanno i furbi e vogliono farci passare per scemi! Avanti ed indietro con le loro maledette pecore”, replicò subito il giovane, accendendosi in volto.

L’anziano contadino non si scompose. “Ma ditemi un pò… Perché nei boschi e nelle terre gerbide e piene di rovi di biancospino non ci possono stare? Me lo spiegate una buona volta, cosa fanno di male?”

“Mangiano l’erba e rovinano tutto con i loro escrementi!”

“Ah… Tutto qui? Almeno puliscono un pò ‘sti gerbidi, visto che oramai nessuno lo fa più!”

Nel locale tutti ascoltavano attenti e qualcuno annuiva vigorosamente.

“I gerbidi sono parte integrante dei terreni del Conte e vanno mantenuti come sono!”.

Un sorriso ironico attraversò il volto segnato dagli anni e dal lavoro. “Già… Noi paghiamo le tasse per mantenere gente che i gerbidi li guarda, anziché pulirli…”.

La bettola venne attraversata da una risata spontanea e da numerosi cenni di assenso.

I due giovani, evidentemente dei guardaboschi al soldo del Conte Albione di Tollara, signore e padrone di quella parte di monte, persero la loro sicurezza. Imbarazzati pagarono il servizio e si avviarono verso la porta.

Il vecchietto, rivolto a tutti ed a nessuno, lanciò nell’aria un’ultima frase. “I pastori…io mi ricordo quelli che passavano di qui prima che voi nasceste, c’erano quando io ero bambino. Non sarà certo il Conte a farli andare via! Hanno sempre fatto così, in primavera vanno via dal fiume e si spostano sull’altipiano. Continueranno a farlo, è il loro lavoro.”

I guardaboschi del Conte Albione uscirono senza replicare, salirono sui loro cavalli e se ne andarono, mentre nel bar continuava la discussione.

Tutti gli avventori, tranne Elia, erano gente del posto ed iniziarono a commentare l’utilità dei pastori sui terreni incolti attorno al monte Moria.

“Non siamo più padroni a casa nostra! Un giorno gli uomini del Conte mi hanno fermato perché scendevo con il calesse ad andare a vedere i miei campi e volevano farmi andar via, adducendo il pretesto che quegli erano terreno del Conte! Ovvio che non avevo dietro i documenti, ma gliel’ho detto che lì i terreni erano miei, quindi al massimo erano loro che dovevano andarsene!”

“E i tronchi e i rami secchi? Ce n’è dappertutto, quelli che il fiume porta ad ogni piena, quelli che qualcuno scarica lungo i torrenti. Ma loro non fanno nulla!”

“Girano a cavallo, guardano nascosti dentro i boschi, e cercano i pastori per portargli via le pecore!”.

“Se qualcuno mi tocca i miei prati o i miei campi, se la vedrà male! Ma l’unica volta che è capitato un danno, il pastore mi ha pagato. Aveva pestato un angolo di un grano, perché all’operaio in fondo al gregge era rimasto indietro un agnello e le pecore avevano sconfinato.”

“Hai visto che roba giù nei gerbidi? Se fa di nuovo una piena, e l’altro giorno già ci siamo andati vicini, è molto meglio che le pecore facciano pulizia, altrimenti…”

Andrea uscì mentre la gente stava ancora parlando.

“Sai cosa mi ha colpito più di tutto? L’atteggiamento del guardaboschi, che si vedeva che aveva un odio forte verso i pastori, quasi avesse vecchi rancori personali o chissà cos’altro.”

Elia aveva un brutto presentimento, correndo su verso la montagna sentiva un forte odore di legna e carne che bruciava, arrivato in alto, vide che il fuoco aveva già quasi distrutto il bosco dei biancospini.

I rovi arrivavano proprio contro la montagna e le pecore, evidentemente spinte dagli sgherri del conte, non avevano avuto scampo.

Elia vide i pastori che tentavano inutilmente di soffocare le fiamme con degli arbusti verdi, ma ormai i prati gerbidi erano tutti bruciati, qua e là qualche piantina di biancospino nera di carbone lasciava andare un filo di fumo, sparse carcasse di pecore giacevano sul terreno annerito.

Elia pensò con dolore che ora anche questi pastori sarebbero scesi in pianura, a Fiorenzuola o a Cortemaggiore dove i Giudei vivevano nei ghetti, ma almeno venivano lasciati tranquilli dalla popolazione locale.

Chissà se mai in futuro i cristiani perdoneranno agli ebrei di non aver saputo riconoscere il loro Dio e di averlo addirittura crocefisso, forse questa maledizione sarebbe davvero durata per sempre.

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