I racconti del brigante della valtolla: il bosco dei biancospini (2-fine)

PRIMA PARTE  PUBBLICATA IL 28 NOVEMBRE 2010 ( il libro con i racconti del brigante è disponibile nelle edicole della valtolla; il ricavato sarà devoluto al reparto oncologico dell’ospedale di Piacenza diretto dal prof. cavanna; un bel gesto per Natale!)

di brigante della valtolla

Mentre Elia era appoggiato al bancone, aspettando la sua acqua, entrarono nella vecchia bettola due valligiani, un ragazzo ed una ragazza sulla trentina. Ordinarono anche loro dell’acqua e mentuccia, poi si guardano intorno ed, apparentemente in modo casuale, chiesero se ….

(seconda parte……) qualcuno avesse visto in giro dei pastori.

Ci fu un momento di silenzio, il vecchio oste scosse la testa, ma un vecchietto seduto ad un tavolino si girò bruscamente. “Sì, …certo che li ho visti, andavano verso la riva del fiume. Perché? Come mai li cercate?”.

“Siamo alle solite! Li cerchiamo per fargli avere quello che si meritano. Lo sanno bene che nei terreni del Conte Albione dei Rossi di Tollara non possono passare, ma quelli fanno i furbi e vogliono farci passare per scemi! Avanti ed indietro con le loro maledette pecore”, replicò subito il giovane, accendendosi in volto.

L’anziano contadino non si scompose. “Ma ditemi un pò… Perché nei boschi e nelle terre gerbide e piene di rovi di biancospino non ci possono stare? Me lo spiegate una buona volta, cosa fanno di male?”

“Mangiano l’erba e rovinano tutto con i loro escrementi!”

“Ah… Tutto qui? Almeno puliscono un pò ‘sti gerbidi, visto che oramai nessuno lo fa più!”

Nel locale tutti ascoltavano attenti e qualcuno annuiva vigorosamente.

“I gerbidi sono parte integrante dei terreni del Conte e vanno mantenuti come sono!”.

Un sorriso ironico attraversò il volto segnato dagli anni e dal lavoro. “Già… Noi paghiamo le tasse per mantenere gente che i gerbidi li guarda, anziché pulirli…”.

La bettola venne attraversata da una risata spontanea e da numerosi cenni di assenso.

I due giovani, evidentemente dei guardaboschi al soldo del Conte Albione di Tollara, signore e padrone di quella parte di monte, persero la loro sicurezza. Imbarazzati pagarono il servizio e si avviarono verso la porta.

Il vecchietto, rivolto a tutti ed a nessuno, lanciò nell’aria un’ultima frase. “I pastori…io mi ricordo quelli che passavano di qui prima che voi nasceste, c’erano quando io ero bambino. Non sarà certo il Conte a farli andare via! Hanno sempre fatto così, in primavera vanno via dal fiume e si spostano sull’altipiano. Continueranno a farlo, è il loro lavoro.”

I guardaboschi del Conte Albione uscirono senza replicare, salirono sui loro cavalli e se ne andarono, mentre nel bar continuava la discussione.

Tutti gli avventori, tranne Elia, erano gente del posto ed iniziarono a commentare l’utilità dei pastori sui terreni incolti attorno al monte Moria.

“Non siamo più padroni a casa nostra! Un giorno gli uomini del Conte mi hanno fermato perché scendevo con il calesse ad andare a vedere i miei campi e volevano farmi andar via, adducendo il pretesto che quegli erano terreno del Conte! Ovvio che non avevo dietro i documenti, ma gliel’ho detto che lì i terreni erano miei, quindi al massimo erano loro che dovevano andarsene!”

“E i tronchi e i rami secchi? Ce n’è dappertutto, quelli che il fiume porta ad ogni piena, quelli che qualcuno scarica lungo i torrenti. Ma loro non fanno nulla!”

“Girano a cavallo, guardano nascosti dentro i boschi, e cercano i pastori per portargli via le pecore!”.

“Se qualcuno mi tocca i miei prati o i miei campi, se la vedrà male! Ma l’unica volta che è capitato un danno, il pastore mi ha pagato. Aveva pestato un angolo di un grano, perché all’operaio in fondo al gregge era rimasto indietro un agnello e le pecore avevano sconfinato.”

“Hai visto che roba giù nei gerbidi? Se fa di nuovo una piena, e l’altro giorno già ci siamo andati vicini, è molto meglio che le pecore facciano pulizia, altrimenti…”

Andrea uscì mentre la gente stava ancora parlando.

“Sai cosa mi ha colpito più di tutto? L’atteggiamento del guardaboschi, che si vedeva che aveva un odio forte verso i pastori, quasi avesse vecchi rancori personali o chissà cos’altro.”

Elia aveva un brutto presentimento, correndo su verso la montagna sentiva un forte odore di legna e carne che bruciava, arrivato in alto, vide che il fuoco aveva già quasi distrutto il bosco dei biancospini.

I rovi arrivavano proprio contro la montagna e le pecore, evidentemente spinte dagli sgherri del conte, non avevano avuto scampo.

Elia vide i pastori che tentavano inutilmente di soffocare le fiamme con degli arbusti verdi, ma ormai i prati gerbidi erano tutti bruciati, qua e là qualche piantina di biancospino nera di carbone lasciava andare un filo di fumo, sparse carcasse di pecore giacevano sul terreno annerito.

Elia pensò con dolore che ora anche questi pastori sarebbero scesi in pianura, a Fiorenzuola o a Cortemaggiore dove i Giudei vivevano nei ghetti, ma almeno venivano lasciati tranquilli dalla popolazione locale.

Chissà se mai in futuro i cristiani perdoneranno agli ebrei di non aver saputo riconoscere il loro Dio e di averlo addirittura crocefisso, forse questa maledizione sarebbe davvero durata per sempre. (fine)

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