ICONA VALDARDA HISTORY-3 (trascinato)Qui  da Vernasca, Morfasso, Lugagnano, partivano in tanti. Facevano l’emigrante, in un primo tempo stagionale per 8/9 mesi all’anno, poi definitivamente si trasferivano in uno Stato estero (compreso il Lombardo-Veneto …) per praticare un  mestiere. Partirono anche i “briganti”, quelli veri, quelli “sociali”che si erano ribellati alle truppe napoleoniche quando queste avevano “occupato” il Ducato ma che non furono riconosciuti “patrioti” neppure al ritorno dei Duchi medesimi. Partivano all’avventura, molti di essi senza sapere…

Alcuni di questi seguirono  le attività intraprese dai  primi emigranti montanari come il boscaiolo, il sementino, il bracciante agricolo, l’operaio, la donna di servizio, il carbonaio…. Altri partirono per diventare addomesticatori di animali, spesso Orsi bruni, per far divertire la gente. Erano chiamati “orsanti” anche quando ammaestravano scimmie, cani, cammelli …. Taluni fecero fortuna.

“Anche noi abbiamo diritto a mangiare” sembrava recitare il messaggio dell’emigrante, fin troppo evidente, diretto alle pubbliche autorità ducali…che non sentivano, si giravano dall’altra parte. L’estrema frammentazione fondiaria e le tasse ducali  aggravavano la vita in zone povere, poco fertili, molto boschive, solo un po’ pascolive e poco più. L’assenza di attività collaterali all’agricoltura (artigianato, lavori pubblici, ecc…), l’elevata natalità e le cicliche epidemie di massa, non fecero che acuire il dramma secolare che macchiava le nostre terre alte: la fame.

Dalla sua nascita fino alla decadenza anche il piccolo stato ducale di Parma, Piacenza e Guastalla non riuscì a tenersi indenne  dalle  grandi epidemie e carestie europee.  Ovviamente, anche in questi casi,  il regime non andò mai oltre qualche opera di carità. Per questo la nostra montagna dalla fine settecento, ottocento e fino agli inizi del novecento è sempre stata terra di emigrazione.

Una grave epidemia di tifo petecchiale (quello che trasmettono i pidocchi) scoppiò nel Ducato nel 1816-18 alla quale seguì  una prima disastrosa epidemia di colera nel 1836 (con paesi, in tutta la montagna ducale, decimati). Una seconda epidemia di colera, scoppiò nel Ducato negli anni ’50 dell’ottocento alla quale seguì una tremenda infezione di vaiolo. Ma non era finita qui! I nostri montanari, in primis, dovettero sopportare anche quattro gravi carestie alimentari  nel 1800-01, nel 1816-17,  nel 1846-47 e nel 1853-54 (1). Erano situazioni veramente pesanti (e tragiche) e fuggire all’estero spesso era l’unica vera alternativa ( non vi rammenta qualcosa di odierno? Gente che fugge dalla guerra, dalla miseria, dalle carestie e che approdano sulle italiche coste…).

Nell’Appennino ex ducale  il tutto si ripeté nel primo post unità d’Italia, nel 1879-80, tanto da triplicare l’emigrazione verso “ le Americhe”, Londra, la Francia, la Germania…la pianura del Po. Si trattò di un esodo di dimensioni eccellenti!

“solamente i rintocchi dell’orologio che scandivano il tempo facevano compagnia ai pochi rimasti, mentre le campane si apprestavano di tanto in tanto a piangere melanconicamente qualcuno che scendeva a riposare nel piccolo camposanto. Il paese si rianimava solo nei giorni dei Santi e dei Morti durante i quali il duro selciato che attraversava il borgo arrampicandosi fino alla chiesa , tornava a risuonare come un tempo lontano, quando i campi ancora conoscevano il sudore dell’uomo e la fatica degli animali e lì si nasceva e lì si moriva” (2).

Note e bibliografia

1-le epidemie rammentate colpirono in maniera tremenda alcuni poveri villaggi della valtolla come, per esempio, Pedina, Rusteghini e San Michele; Enrico Dall'Olio, I SORBETTI DI PARMA RINFRESCANO IL MONDO, Parma 1990; 3- Marco Ascari, L'EMIGRAZIONE GIROVAGA PARMENSE A META'OCCOCENTO…-centro studi della valle del Ceno, Bardi 2006.

 

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