La scartussà…

spannocchiatura 1Brigante della valtolla

Oggi tutto il lavoro agricolo è svolto dalle macchine ma sessant’anni fa, a parte la trebbiatura del grano, si faceva tutto a mano o con l’ausilio animale.

Ricordo bene la scartussà, la spannocchiatura del granturco, giù ai Ferrai, in Vall’Ongina a pochi chilometri “dalla Vernasca“.  Del prezioso cereale non andava a male niente, era un prodotto del quale il contadino faceva tesoro e considerato dalla povera gente alla stessa maniera del grano.

La farina di granturco si usava per fare la polenta, in qualunque stagione, ma anche il pane e le torte e questo forzato regime alimentare ci causò, nella seconda metà dell’800, parecchi guai come la bestiale pellagra, la malattia di noi  poveri contadini, che spesso portava alla morte e alla pazzia. Ma questa è un’altra storia …

Il sacro rito della scartussà invece coinvolgeva molto l’intera valle, e non solo dalle mie parti.

Ricordo bene quello che succedeva dai Canterini ai Legatti, da Tarenza fino al Prè dove una trentina di persone, si radunavano nell’ora strana in cui l’ultima rondine vola con il primo pipistrello e i grilli cominciano a ricamare il silenzio della sera.

Le donne erano già uscite di casa nel tardo pomeriggio e con la scopa, quella di saggina, quella fine, avevano pulito per bene tutta l’aia, gli uomini avevano poi posato i teli e avevano ammucchiato il granturco, ognuno portando il proprio carretto carico di manse, la produzione di un anno di dura fatica nei campi attorno al villaggio.

(dal web lombardiabeniculturali)
(dal web lombardiabeniculturali)

Il primo che arrivava era sempre Dùicu (Lodovico), il marito della Zelìnda; arrivavano con un grosso carro trainato da buoi… d’altronde erano parecchie le bocche da sfamare.

Poi in una lenta ma ordinata processione arrivavano tutti, Gigiòn con la Marièta, Pinòn con la Vincensa, quindi tutti gli altri, attorniati da una stuola di bambini, tutti regolarmente con addosso solo una maglietta che copriva appena appena l’ombelico e con il moccolo al naso, che qualcuno, con un colpo di lingua, tirava dentro velocemente…e non meravigliatevi tanto che il mondo andava così!

Si spannocchiava celiando…burlando, cantando vecchi cori e ascoltando storie che non era dato a tutti di raccontare. Occorreva saperlo fare, e bene.

Ricordo un narratore con grandi occhiaie scure e lo sguardo che ne subiva la sinistra influenza.

Non rideva mai e nemmeno sorrideva, come se fosse stato testimone diretto delle storie paurose che raccontava con grande maestria…

Il narratore costruiva l’atmosfera e quando, non una sola voce, non un respiro si alzavano sullo strofinio delle pannocchie, iniziava il racconto…
Erano quasi sempre storie paurose di strani sortilegi, di fantasmi e di altri eventi trascendentali o delittuosi che assicurava fossero rigorosamente veri.

Poi, forse per allentare quel’ inquietante e morbosa  attenzione,  dalla penombra una voce intonava un vecchio canto che, man mano, raccoglieva il coro…

L’era un conte ma di Milan” oppure “E la mé  mama l’è vecchierella…” oppure ” L’è la fiöla ma d’un fittavul…“.

Questa era la collettività, quel sano e dimenticato modo di partecipare tutti insieme alla vita sociale del paese, insieme grandi e piccini, donne, uomini e giovanotti…

(estratto elaborato da Valtolla e dintorni, Brigante della valtolla, 2010)

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