arrivo corriere a settesorelle 1960
arrivo corriere a settesorelle 1960

di Brigante della valtolla

Ci alzavamo quando il sole non era ancora sorto.

Al sorgere del sole, in quella stagione, l’aria frizzantina, poco più di una lieve brezza, avrebbe lasciato il posto a folate di aria calda mentre ci svegliavamo inerpicandoci lungo un sentiero sassoso e ripido che ci portava al casolare dove lo zio Gianò detto “Bicòcch”, teneva le bestie.

Da quando avevo sei anni attendevo con trepidazione l’estate, e le sue successioni, allorché lo zio mi avrebbe, finalmente, condotto e ospitato nella sua casa di Settesorelle.

Lo zio in questione era il fratello di mia nonna materna Candida e aveva una gamba di legno perché, quella vera, l’aveva lasciata sul Carso per difendere la Patria, nel corso della Prima Guerra Mondiale.

Il venerdì, regolarissimo, si recava al mercato a Lugagnano con il suo calessino trainato da un grigio e simpatico asinello per far rifornimento di tabacco e sigarette, di toscani e “Alfa”, che andavano per la maggiore.

Acquistava anche diverse confezioni di fiammiferi, di zucchero, di sale da cucina e caramelle assortite, che poi rivendeva nella sua botteguccia paesana.

Nella casa dello zio, dei cari zii di Settesorelle, c’erano tante bocche da sfamare, eppure tutti erano felici di avermi con loro.

Zia Giulietta, donna parsimoniosa, centellinava lo zucchero nel latte che, appena munto al mattino, ci “metteva” nelle scodelle per la colazione.

Ma, come ben sappiamo, la gola aguzza l’ingegno e il cugino Angelo, l’ultimo dei figli degli zii, immancabilmente e con destrezza, approfittando di una momentanea distrazione parentale, infilava il cucchiaio nella zuccheriera e voilà… A quell’epoca al cugino Angelo e al sottoscritto piaceva parecchio scorrazzare scalzi per casa, cortile e vie paesane, ma zia Giulietta me lo proibiva.

Solo io, di conseguenza, non avrei potuto godere di quella libertà infantile tanto agognata per l’intero anno scolastico perché, affermava zia con tono deciso, non ero abituato a quelle “strapazzate” e avrei potuto ammalarmi.

Ma era impossibile che mi ammalassi, cercavo con insistenza di far comprendere agli zii, perché mi sentivo forte come un faggio che cresceva nel bosco, allegro come i fringuelli quando amoreggiavano nascosti tra le fronde, ciarliero come la fontana del paese da cui tutti attingevano acqua; e poi ero veramente felice di trovarmi in quella situazione. E le estati si susseguivano una migliore dell’altra…

Mi son chiesto tante volte cosa mi rendesse, in quelle occasioni, tanto felice ma una risposta precisa, fino ad ora, non l’ho mai veramente ricercata.

Forse quell’innocente felicità era data, oltre che dall’età, dalle cose e dalle persone semplici (e affettuose) che mi circondavano, dalla quotidianità positiva che fortifica la sicurezza che ogni ragazzo ricerca, dai paesani che non conoscevano la fretta e gioivano di nulla, del poco che possedevano…

Al tempo non si conoscevano certe paure “moderne” e la porta di casa era spalancata sulla via permettendo il facile accesso agli stessi “razzolatori” del cortile e ai gatti di famiglia; e poi non c’erano “strani tipi” che vagavano per le nostre vallate…

Di notte la porta era accostata, tanto nessuno sarebbe mai entrato senza, prima, chiedere permesso…e in paese tutti ci conoscevamo.

Al tempo, d’altro canto, cosa mai ci sarebbe stato da rubare nelle nostre modeste (per non dir misere) case?

Solo la porta della tabaccheria era chiusa a chiave, per ovvi motivi.

Della mia quotidianità estiva a Settesorelle ricordo benissimo l’ascesa, abbastanza faticosa, al casolare dov’erano ricoverate le bestie e quando il cugino Angelo, aprendo quel portone, scatenava la “smania” di uscire all’aria aperta del bestiame che usciva, da quel ricovero, impaziente di poter imboccare il sentiero che li portava verso i prati stabili alla vecchia chiesa…; e anche l’asinello faceva parte dell’allegra mandria.

A tal proposito ricordo un simpatico episodio.

Una mattina, appena uscito dalla stalla, l’asinello si sdraiò a gambe all’aria ragliando a lungo. Preoccupato gridai “Angelo! Angelo! Corri, l’asino sta morendo”.

Divertito il cugino mi tranquillizzò spiegandomi che i grandi del paese gli avevano riferito trattarsi di “fare l’asineria”.

Confesso che devo ancora capire cosa volesse dire “fare l’asineria” ma non ho hai osato chiederlo perché, a tutti, sembrava una cosa semplice e assolutamente normale.

Per me, quel comportamento dell’asinello, non era altro che un’espressione di libertà, e poi dicono che gli asini…

Durante quelle lunghe giornate estive, al seguito della piccola mandria, ci riparavamo dal sole in un folto bosco di querce dal quale potevamo controllare gli armenti impegnati a ruminare e a scacciare con le code i tafani e le mosche fastidiose.

Nell’attesa del ritorno, per ingannare il tempo, la cugina Pina ci raccontava le “storie”.

Forse le inventava al momento o forse le aveva apprese dai libri.

Anch’io mi cimentavo a raccontare strampalate storie, inventate, che facevano ridere tutti.

Lei, la cugina Pina, una signorinella, aveva un sorriso dolce e gli occhi sognanti, e forse un ragazzo che le faceva palpitare il cuore.

Ricordo benissimo cara Pina, la tua gioventù, i tuoi sogni, la tua gioia semplice e schietta che purtroppo si sono arenati quel brutto giorno in cui la febbre (da cavallo) ti stava annientando.

Eri stata colpita dalla meningite ma il tuo fisico forte da montanara ha avuto il sopravvento.

Quell’ignoto e ignobile bacillo ti ha purtroppo colpito alle gambe.

Quel maledetto bacillo si è preso la tua voglia di ballare, di volteggiare leggera come una farfalla, di correre in quelle radure lassù. Oggi, pur muovendoti a fatica, non hai perso quel bel sorriso che illuminava i pascoli dove, se ben ricordi, mangiavamo per pranzo patate lesse in insalata ed eravamo felici e spensierati.

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