I cavalli della piazza, quella piazza…

foto tratta da ostellipiacenza.it
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Brigante della valtolla

Cari amici vi voglio deliziare, spero, con l’estratto di una pagina di storia sui CAVALLI posti nella omonima piazza del nostro capoluogo provinciale scritta da Giarelli Francesco, e contenuta in “Storia di Piacenza dalle origini ai nostri giorni”, edito da Vincenzo Torta librajo, Piacenza 1889.

“A quest’epoca si rallegra quella che chiameremo la genealogia delle due statue farnesiane equestri che decorano la nostra piazza. Occorre sapere che fino dal 1612 Margherita Farnese aveva promesso d’entrare “ufficialmente” come oggi direbbesi, in Piacenza. Fin d’allora la Comunità nostra aveva pensato affinchè case e vie si rivestissero d’ornamenti, di fregi e di dipinti.

Poi fu costituito quello che oggi sarebbe un Comitato o meglio un Triumvirato per provvedere ai festeggiamenti. I dottori Lazzaro Radini-Tedeschi e Francesco Casali, nonché il cavaliere Bartolommeo Barattieri furono appunto i triumviri. S’accordarono per la parte artistica con Giambattista Trotti, distinto pittor cremonese, e fra l’altro suggerirono alla Comunità l’idea di innalzare sulla Piazza (che allora si chiamava Piazza Grande) due statue equestri di bronzo! Che fossero come la conglorificazione della stirpe a solennizzare i cui fasti Piacenza sentivasi chiamata in quel momento. Una delle due statue avrebbe rappresentato il duca Alessandro, l’altra il duca Ranuccio.

Il pubblico — questo è sottinteso — avrebbe fatte le spese.

Si chiamò allora Francesco Mocchi, coraggioso e valente scultore nato a Montevarchi. E così il 13 dicembre 1620 fu scoperta la statua di Ranuccio a sinistra del palazzo del Comune: e il 6 febbraio 1625 le sorse, dall’altro lato della piazza, in simmetria elegante quella del duca Alessandro. Una finta battaglia, con salve d’artiglieria e con tripudio di canti e di suoni in bronzo, e più tardi di Alessandro. — Non è qui luogo li giudicare sul valore artistico di questi due monumenti. Essi impongono per la mole, e piacciono per la sicurezza e la finezza del getto. Ma ha ragione il Cicognara allorché parlandone afferma che ad essi manca il fascino che discende dalla purezza, dalla sobrietà e dalla eleganza del vero gusto artistico, specie nelle linee delle due statue. D’altra parte non si può dimenticare che eravamo già nell’orbita del seicento, con tutto l’apparato del gonfio, del pesante, dello schiacciante, personificato più tardi nel Bernini e nella sua scuola. Comunque i Piacentini d’allora furono entusiasti dei cavalli Farnesiani, e non mancano i Piacentini d’adesso che ancora se ne compiacciono, e nel cospetto dei forestieri, ne parlano come dell’ottava fra le meraviglie del mondo.

Parvero migliori agli artisti i bassorilievi dei piedestalli, istoriati dalle epigrafi di Bernardo Morandi. I quali bassorilievi, per ciò che si riferiscono alla statua d’Alessandro, raffigurano alcune fra le sue gesta nella guerra fiamminga, e per ciò che concernono quella di Ranuccio, si risolvono in allegorie simboliche alle virtù pubbliche e civili. E le rispettive epigrafi, l’una inspirata a concetti epici, l’altra a concetti politico-amministrativi, sono in perfetto rapporto col doppio ordine di idee cui i nostri padri vollero, con adulazione scusabile e spiegabile, dedicati i monumenti: le cui due statue costarono scudi romani 40,107 come chi dicesse oltre trecentotrentamila lire secondo il valore di quel tempo (1612 al tempo della costruzione, 1889 al tempo della pubblicazione). Quanto poi al prezzo dei due bassorilievi, pare sia stato di quattromila ducatoni.”

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