Chi ha paura dell’uomo nero?

Luomo-nero-250x250di Brigante della valtolla

Chi, avendo qualche anno sulle spalle non ricorda un gioco che cominciava con questa esclamazione minacciosa: “Chi ha paura dell’uomo nero?” gridata dal bambino che “stava sotto” e che dava il via a una corsa folle degli altri bambini, i quali, urlando: “Nessuno!!”, dovevano raggiungere e toccare un muro di salvataggio senza farsi prendere. La frase gridata conteneva la parola “paura” e l’espressione ”l’uomo nero” che oggi potrebbe essere equivocata, ma che allora non aveva nessuna connotazione razziale, e si limitava a concentrare tutti i terrori infantili: dal lupo all’orco, dalla strega ai folletti. Ci si prendeva gioco della paura, deliziandosi del batticuore per la corsa alla “tana”. Ma la paura è una cosa seria, e per i bambini le è ancora di più. La paura esiste e nasce nella notte dei tempi fin da quando l’uomo abitava in buie caverne. È dunque un sentimento che va affrontato seriamente, delicatamente e rispettato a qualsiasi età della vita.

Gossolengo-Stemma
lo stemma del comune di Gossolengo con l’elefante punico

Ma la domanda è: da dove viene questa paura dell’uomo nero? E chi impersonava questo losco figuro?

Mah! Potrei essere io con la mia maschera nera a creare terrore ma non credo. Credo piuttosto che molte paure siano create ad arte: oggi è facile pensare agli immigrati del nord Africa e alle malattie che possono portare; qualche ventennio fa si poteva pensare ai fascisti che con la loro camicia nera incutevano il terrore (come se quelli con le camicie rosse fossero tanto diversi…). Qualche secolo fa, la paura dell’uomo nero poteva essere associata ai mori, (i turchi) che invasero buona parte dell’Europa e terrorizzarono le città costiere del Mediteraneo. Ma io penso che da noi, nella nostra Valtolla, la prima grande paura si manifestò nella primavera del 217 a.C., quando tra le nostre montagne incolte e boscose, abitate solo da pochi persone raggruppate in tribù (spesso nomadi) Celto-Liguri, all’improvviso comparve una colonna di soldati in gran parte dalla pelle scura, quasi nera, che risalivano la valle, con una trentina di mastodontici animali (elefanti), mai visti prima. Immaginiamo lo stupore e il terrore di questi abitanti che dall’alto dei monti osservavano questa inconsueta scena. Potrebbe sembrare uno scenario di fantascienza, da fumetto o cartone animato e invece si trattava di un fatto del tutto verosimile, perché l’inverno precedente il generale cartaginese Annibale aveva combattuto e vinto l’esercito romano in un’epica battaglia sul Trebbia e si apprestava a tornare sulla costa tirrenica per dirigersi verso il lago Trasimeno e Roma per distruggerla.

Tantissimi sono gli indizi che testimoniano la presenza di Annibale nella nostra provincia e nell’Appennino tutto, basta leggere il libro “Annibale” di Paolo Rumiz.

La mia morale? Non bisogna aver paura dell’uomo nero, rosso, giallo o verde (tra qualche decennio potrebbe anche essere che quelli di Marte decidano di venirci a trovare …per mettere un po’ le cose a posto) perché l’uomo nero è dentro di noi. Solo noi riusciremo a vincerlo perché non può esistere amore, pace e felicità se regnano le paure dentro di noi.

A colui che ci chiede “Chi ha paura dell’uomo nero?” rispondiamo sicuri “Io proprio no!”.

Ma la storia di Vigoleno finisce qui? *

teatro interno al castello di vigoleno
teatro interno al castello di vigoleno: un gioiello.

di Brigante della Valtolla

Cari amici, ho recuperato sul blogfidentino qualcosa che vi propongo….ma a modo mio.

“Non è facile avere un bel giardino: è difficile come governare un regno” scriveva Hermann Hesse. Ed è proprio questo, citando l’autore tedesco, il fascino racchiuso nell’antico  giardino pensile all’interno del Castello di Vigoleno, del “regno favoloso” e autentico di Vigoleno.

Ma pare che, purtroppo, il giardino pensile, che per cinque livelli si sviluppa lungo la fortificazione del Castello-palazzo verso la valle dello Stirone, sia ormai quasi un ricordo…nel senso che l’originale era altra cosa.

“Cosa mai potrebbe essere il  castello-palazzo di Vigoleno senza il suo giardino pensile” ci si potrebbe chiedere. Ma andiamo con ordine…

Luogo incantato, Vigoleno mantiene un fascino particolare come la magia del cinghiale con la polenta, dei pisarei e fasö, della buona coppa piacentina e tante altre bontà che si gustano alla “Taverna al Castello”. Ma raccontiamola questa storia del giardino della Principessa Maria Ruspoli Duchessa di Gramont che arrivata a Vigoleno vi abitò, dal 1921 fino al 1935.

Il giardino oggi
Il giardino oggi??

LA TESTIMONE DEL TEMPO…

«Sarà stato il 1920 o il 21, avevo quattro anni e ho visto arrivare lo splendore», è la testimonianza della borghigiana Angela Villa, quando vide arrivare nel piccolo borgo di Vigoleno una bellissima carrozza trainata da sei cavalli, da cui uscì Lei, la bella principessa che tutti i “rospetti” del borgo aspettavano.

«Furono anni stupendi», ricorda Angela: «la Duchessa aveva sempre regali per tutti i bambini e organizzava tante feste anche per noi borghigiani e tutto cambiò in meglio: lei a Vigoleno portò il benessere, ma soprattutto portò la bellezza.  Tante cose belle non si erano mai viste da noi prima e non si videro più dopo di lei… la grande carrozza coi cavalli romeni che il fratello le aveva lasciato, le feste, il bellissimo teatrino. Anzi, posso dire che la decadenza di Vigoleno cominciò nel 1935, quando lei fu costretta a vendere il castello e ad andarsene ad Aix-en-Provence … »(…).

Lei era Maria Ruspoli de Gramont, nata a Roma nel 1888 come principessa Maria Ruspoli figlia di don Luigi e Clelia dei conti Balboni, maritata a Parigi nel 1907 col Duca Agenor di Gramont (che morì nel 1925 lasciandole una notevole fortuna che però si esaurì nel giro di un decennio), rimaritata qualche anno più tardi con Jean Hugo (discendente del grande romanziere Victor, quello che forse, anzi senza forse, è stato il più grande scrittore francese moderno…), nota a tutti i vigolenesi come “la Duchessa” (perché, modestamente, era solita lasciare da parte il suo titolo natale di principessa in favore di quello del primo marito). (…)

giardino prima...
giardino prima…

QUANDO IL CASTELLO ERA IN ROVINA…

A quel tempo, il borgo, con il suo castello-palazzo, era quasi in rovina; la Duchessa lo fece rinascere avviando un robusto restauro del castello-palazzo, giardino compreso,  intervenendo sul costruito e arredando il castello-palazzo di mobili e arredi preziosi con la consulenza di Pippo Naldi (singolarissima figura di giornalista e avventuriero), facendo realizzare il teatrino dall’allora celebre pittore russo Alexandre Iacovleff, creando nel borgo una specie di corte rinascimentale, in pieno XX Secolo, frequentata dal bel mondo dell’arte e della cultura di quel tempo. Trasformò il castello nella sede di un salotto culturale e mondano internazionale, fitto di nomi che hanno fatto la storia dell’arte e dello spettacolo: dal poeta Gabriele d’Annunzio al sommo pianista Arthur Rubinstein, dai divi di Hollywood al  grande pittore surrealista Max Ernst, etc…(…).

MA QUEL GIARDINO CAPOLAVORO…

Purtroppo il giardino pensile, come ho ricordato, che per cinque livelli si sviluppa (si sviluppava?) lungo la fortificazione del Castello-palazzo verso la valle dello Stirone, pare sia stato parecchio modificato e sarebbe importante capire se qualcuno ha verificato? Vi chiederete perché tanto interesse per un semplice giardino e allora è giusto che sappiate che quel giardino, disegnato e realizzato nel 1921 da un architetto della scuola di Gaudì (il geniale architetto spagnolo-catalano realizzatore della Sagrada Família, patrimonio dell’umanità), era un vero gioiello, un’opera artistica a cielo aperto. Per questo ci domandiamo se sarà sopravvissuto alla cementificazione-ristrutturazione di questi ultimi anni. Per intanto guardate le foto del prima e del dopo…e giudicate.

Giacomo Malfanti1996, collezione Giorgio Eremo-web
Giacomo Malfanti 1996, collezione Giorgio Eremo-dal web

* riferimenti bibliografici e estratti

1) Quotidiano “Libertà” del 17/06/2002

2) http://www.blogfidentino.com (post del 18-04-2013 e del 29-01-2011)

Gli anni da favola di Vigoleno…*

maria ruspoli
maria ruspoli

di Brigante della Valtolla

I libri di storia ci ricordano che gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, il XX, per più di un italiano, non furono certo un paradiso.

Ma la grande Storia spesso non sa niente, oppure sa troppo poco, di tanti ricordi privati, di tante esperienze vissute, di tante persone dimenticate dai più che arricchiscono il mondo di bellezza, della stessa nostalgia per l’infanzia e per la giovinezza che indora i racconti degli anziani.

E allora vi racconto ciò che mi è capitato di “catturare”, curiosando a destra e a sinistra, sulla vita a Vigoleno in quegli anni citati.

Cartolina di Vigoleno del 1929- collezione P.Morlacchini-
Cartolina di Vigoleno del 1929- collezione P.Morlacchini-

LA VIGNA D’LA MADÒNA…

Vigoleno a quel tempo era un luogo dove non mancava nulla, perché tutti gli abitanti del borgo, da generazioni, si erano abituati a fare gli artigiani o i commercianti al servizio dei castellani. C’erano cinque osterie, due calzolai e poi due falegnami, due barbieri, un fabbro e due sarti. Tutti lavoravano anche per il circondario. I sarti giravano, per giorni interi nei paesi vicini, per prendere le misure ai clienti e nella chiesa, la bella Pieve romanica risalente al XII secolo dedicata a San Giorgio, c’erano due sacerdoti che sovrintendevano anche alle parrocchie vicine. Questo ci aiuta a comprendere quanto Vigoleno fosse un paese importante. Ai primi del secolo XIX Vigoleno era anche sede del Comune, poi un giorno, dicono i più informati, venne Maria Luigia (il dominus del Ducato) che, arrabbiata per non essere stata ricevuta come desiderava, spostò la sede del comune a Vernasca. Questo lo sostengono ancora “certi vecchi” che ce l’hanno con Maria Luigia come se fosse ancora viva…

Ciò nonostante il paese era prospero: c’erano buoni campi e c’erano le vigne da cui si otteneva il famoso Vin Santo di Vigoleno che si usava per la Messa (per questo la vigna del sagrestano era chiamata “la vigna d’la Madòna”). Un paese, si direbbe,  proprio sereno.

C’erano diverse fiere all’anno, coi venditori di ciambelline che venivano a piedi da Lugagnano con tutte le file di “busslanéin” a tracolla, come enormi collane.

E  la domenica allora era veramente domenica, l’unica occasione che i giovanotti avevano per riaccompagnare a casa le ragazze. Si stava bene insieme e, nella stagione giusta, durante il “filoss”, si chiacchierava e si cantava nelle stalle ogni sera…e si pregava e si scherzava.

antica raffigurazione di vigoleno ripresa dal web
antica raffigurazione di vigoleno ripresa dal web

LA DUCHESSA DEL BORGO

Una vita che cambiò addirittura in meglio con l’arrivo della duchessa Maria Ruspoli di Gramont. Lei a Vigoleno portò un po’ più di benessere, ma soprattutto portò la bellezza, tanta bellezza come non si era mai vista prima e che, dopo di lei, non si videro mai più.

I racconti dei novantenni, e di quelli che non ci sono più, hanno tramandato i racconti sulla grande carrozza trainata dai  cavalli rumeni che il fratello le aveva lasciato, le frequenti  feste, il bellissimo teatrino che faceva del castello che era una vera istituzione culturale d’avanguardia…

Quel castello glielo aveva regalato sua madre Clelia, vedendo che lei, dopo aver visitato Vigoleno, ci aveva lasciato il cuore, nel vero senso della parola.

La Duchessa, ve lo assicuro io che lo so, era buona, gentile, alla mano: in poche parole la persona più aristocratica del mondo, premurosa con tutti, specialmente coi bambini, che adorava e che portava in gita sul greto dello Stirone, e li trattava tutti come figli suoi. Ogni tanto arrivavano qui anche i suoi due figli di primo letto, Gabriele, che morì giovane, e Graziano che, come lei, risiedevano in Francia. Ebbe anche il bellissimo Giorgio, nato dal secondo matrimonio.

LE FESTE E POI…

A Vigoleno, lo ricordano i più anziani, sono rimaste famose le feste che la duchessa Maria Ruspoli di Gramont organizzava: non solo per i suoi ospiti, ma anche per i borghigiani.

Per la vendemmia faceva sempre la Festa di Bacco con un carro trainato da una coppia di buoi che trasportava Mauro Sozzi, il factotum della Duchessa, che grande e grosso com’era si vestiva da Bacco, preciso alle illustrazioni sui libri, con la toga e i pampini d’uva in testa. Il carro distribuiva da mangiare e da bere per tutti ma, al di là di questo, l’iniziativa piaceva veramente agli abitanti.

E poi c’erano gli spettacoli allestiti in quel teatrino che Riccardo Bacchelli, il grande scrittore, l’autore di “Il diavolo al Pontelungo” e del celeberrimo “Il mulino sul Po”, amava tanto.

Ma spesso i sogni son brevi e, presto o tardi,  terminano e così iniziò la decadenza di Vigoleno.

I tempi cambiarono, il castello  fu venduto  e la Duchessa se ne andò ad Aix-en-Provence…qui i soldi erano finiti e la favola era terminata.

Ma la storia di Vigoleno finisce qui? Purtroppo no e nel prossimo post vi dirò perchè…vigoleno prop.rusca puricelli amalia -milano 1* riferimenti  bibliografici e estratti

1) Quotidiano “Libertà” del 17/06/2002

2) http://www.blogfidentino.com (post del 18-04-2013 e del 29-01-2011)

La Gigiassa…

Maria Luigia d'Austriadi Brigante della Valtolla 

Noi di questa Valle, nella Valle dell’Arda, siamo terra di confine (ovvietà!) e ci sentiamo mezzi parmigiani, (pramzàn, come il vento che arriva dentro la Valle da sud-est). Facciamo gli anolini (anvëi) con dentro il grana e non con lo stracotto (anche se parecchi di questi li mangiano con la forchetta) e sono tante le cose che ci legano. Per esempio il piacere per la buona tavola, l’amore per i salumi, per il vino e …le belle donne. Poi abbiamo un carattere più gioviale dei piacentini del nord e di città (ma forse questi hanno altre ottime caratteristiche che non conosco…). Continua a leggere “La Gigiassa…”

La ricetta dei buslanèin…

festa ciambelline lugagnano val dArda 2014Brigante della valtolla

Ieri ci siamo diffusi sulla storia di questo dolce tradizionale e ora vi svelo la ricetta…

Ricetta è secretata e, dicono a Lugagnano v.a., riposta in una busta dentro la cassaforte del Comune. Io comunque ho cercato altre vie e dovete sapere che per ottenere questa ricetta ho dovuto fare cose inconfessabili, che se le divulgassi, magari per vantarmi, parecchie famiglie sarebbero rovinate e io stesso dovrei emigrare come minimo di là dall’Emilia. Continua a leggere “La ricetta dei buslanèin…”

Il Brigante svela la ricetta antica dei buslanèin…

ciambelline Brigante della valtolla

Stavolta svelerò un segreto che le razdore di Lugagnano v.a. si sono tramandate da generazioni di madre in figlia, a volte neanche quello! E’ la ricetta supersegreta dei Buslanèin, le famose ciambelline, i buchi con il biscotto intorno. Prima vi racconterò un po’ la storia di questi dolci che sono stati il sogno dei bambini delle generazioni di metà del secolo scorso, non che adesso non piacciano, anzi… Continua a leggere “Il Brigante svela la ricetta antica dei buslanèin…”

La Madonna del Piano: perché?

035Brigante della Valtolla

“Quando il giorno si fa nero come la notte e sulla terra si abbatte l’uragano, tra il bagliore dei lampi e il fragore dei tuoni, la furia del vento strappa via le foglie dagli alberi e le trascina turbinando a perdersi nella vuota lontananza. Continua a leggere “La Madonna del Piano: perché?”

La scartussà…

spannocchiatura 1Brigante della valtolla

Oggi tutto il lavoro agricolo è svolto dalle macchine ma sessant’anni fa, a parte la trebbiatura del grano, si faceva tutto a mano o con l’ausilio animale.

Ricordo bene la scartussà, la spannocchiatura del granturco, giù ai Ferrai, in Vall’Ongina a pochi chilometri “dalla Vernasca“.  Del prezioso cereale non andava a male niente, era un prodotto del quale il contadino faceva tesoro e considerato dalla povera gente alla stessa maniera del grano. Continua a leggere “La scartussà…”

La miniera d’oro della valle perduta

RIGOLLO
panoramio photos by Oriano Ghirardelli

Brigante della valtolla

Poche carte geografiche riportano il paesino di Rigollo.

Giungervi non è così facile, anche se dista solo una decina di km da Pellegrino P. se.

In questa piccola, sconosciuta, valle dello Stirone-Rivarolo, la pace regna sovrana e la natura, tornata da tempo ad essere rigogliosa, è davvero incontaminata.

Questa valle se l’andate a cercare su Google Maps non la troverete. Continua a leggere “La miniera d’oro della valle perduta”

La “discarica” di Vernasca…

CARTINA DISCARICA
CARTINA DISCARICA (ritaglio)

di Brigante della valtolla

Ma chi è stato quel “genio” che ha pensato di costruire l’area ecologica di Vernasca proprio in quel posto?

Questa è la domanda che due cittadini di Vernasca mi hanno fatto cui non saprei proprio cosa rispondere. Continua a leggere “La “discarica” di Vernasca…”

La rocca era dei ligures, i nostri lontani antenati…

copia
resti del muro del castelliere

Brigante della valtolla

Nel 1998 un gruppo di amici della Pandora della Valdarda, volontari archeologi, proprio sulla rupe, sottostante la Rocca, scoprì la presenza di undici gradini scolpiti nella dura roccia. Un centinaio di metri sotto la rupe dei gradini, in località “I Corvi”, su un pianoro notarono delle mura di fortificazione e vicino una roccia che mostrava dei graffiti.

Gli ultimi tre gradini, probabilmente i più antichi, in base all’erosione della roccia, si trovavano proprio sulla vetta e sembravano finire nel vuoto. Potevano essere i resti di un’ara sacrificale, di una torre o di un luogo di inumazione a cielo aperto dei morti, come usavano fare certe antiche tribù dell’Europa occidentale. Una cosa è certa: il tempo, i terremoti, le frane molto evidenti potrebbero aver confuso tutto…

Di sicuro l’intera Rocca dei Casali, l’intera falesia come abbiamo detto in altre occasioni, era un luogo abitato da una tribù ligure. Un luogo ben difeso, quasi come si trattasse di castello naturale, con accessi controllabili e dal quale si poteva comunicare, probabilmente con segnali di fuoco, con altre tribù “amiche” o “concorrenti” stanziate sul monte Moria, sulla Palazza, sul Giogo…

Anche l’amico Manzi conferma che il “castelliere” ritrovato nel 1953 era Ligures e che qui avrebbe stanziato perfino Annibale, notoriamente alleato di certe tribù liguri e non ostile al popolo Ligures, con il suo esercito in attesa di procedere verso Veleia (allora importante centro commerciale dei liguri Veleati) e verso la gloria della battaglia vittoriosa contro i Romani sul fiume Trebbia.

I liguri, Nazione che controllava un territorio vastissimo dalla Liguria ai Pirenei, furono tra i primi abitanti autoctoni della nostra provincia.

Poi arrivarono  i celti che  “sottrassero” loro vasti territori e con i quali alla fine si dovettero in parte integrare. Infine giunsero, per sempre, i romani e tutto divenne Roma.

Una cosa è certa: i ligures non erano dei conquistatori delle terre altrui, rispettavano le vicine nazioni con le quali commerciavano, erano gelosi della loro autonomia e combatterono strenuamente per non farsi conquistare.

Ma la storia la scrivono i vincitori e allora …la memoria dei nostri avi liguri è “svanita”. La Valdarda e la Valtolla sono pieni di luoghi incredibili come questo della falesia dai quali emergono le nostre vere antiche radici.

La Rocca dei Casali, da qualche tempo,  è anche un teatro naturale dei rocciatori che vi hanno tracciato, tra parete nord e parete ovest, 32 vie di arrampicata talune delle quali molto tecniche.  I boschi, il torrente Arda che lambisce la falesia, i rii che la discendono, le viste spettacolari sulla valle, le vecchie case abbandonate alle sue pendici contribuiscono a mantenere quel fascino che dura da millenni.

Accanto alla Rocca dei Casali transitavano i pellegrini francigeni, quelli che avevano sostato dai frati dell’Abbazia scomparsa e volevano raggiungere Gravago prima di sera. Quei pellegrini che spesso sostavano anche al Pelizzone diretti a Roma.

Un giorno potrei anche accompagnarvi…

andrea bergonzi
la rocca dei casali, vista particolare (foto di andrea bergonzi)
ronc da l'arda da il peyote
ronc da l’arda (foto di il peyote)

 

 ©coordinamento editoriale F.F.& S.E.

Sapete dov’è la più antica rocca della provincia di Piacenza?

gli ultimi tre gradini della Rupe dei gradini-1
gli ultimi tre gradini della Rupe dei gradini

Brigante della valtolla

La falesia, penserete voi, è una scogliera a picco sul mare e il nostro pensiero corre subito a quelle famose di Dover o di Etretat in Normandia.

Certamente vero ma un tempo, tanto lontano, anche da queste parti c’era il mare.

A dire il vero io parlo di quel tempo quando il mare arrivava ben oltre Lugagnano fino alla fine della Valdarda, proprio qui in Valtolla.

Praticamente la scogliera di cui parliamo è quella che noi da sempre chiamiamo “Rocca dei Casali”, nel comune di Morfasso. Continua a leggere “Sapete dov’è la più antica rocca della provincia di Piacenza?”

La fontana dell’acqua “ricca” che puzza e fa i miracoli…

la fontana dell'acqua puzza
la fontana dell’acqua puzza

Brigante della valtolla

Risalivano la montagna da Piligrèn (Pellegrino Parmense) o arrivavano da dà la Bétla (Bettola) e poi era tutta discesa fino a quella fontana, ancora lontana, che avrebbe salvato molte situazioni. Perché allora di dottori per i cristiani non ce n’erano e ancor meno per le bestie; e poi non c’erano i soldi per pagarli e allora si ricorreva alla natura, a quello che il buon Dio ci ha messo a disposizione. Continua a leggere “La fontana dell’acqua “ricca” che puzza e fa i miracoli…”

La Pietra delle mole

la pietra delle mole
la pietra delle mole

Brigante della valtolla

A poca distanza dall’antico sentiero che da Vitalta porta fino a Castelletto, Vezzolacca, Settesorelle, passo del Pelizzone e poi via via fino al mare, (sentiero che è parte integrante del “Cammino di Santa Franca”), e completamente nascosta tra la fitta vegetazione, quasi impossibile da raggiungere per chi non conosce i posti, esiste la Pietra delle Mole.

Al tempo risalivano fino alla Ranca, poi costeggiavano il monte di Vidalto e, dopo l’oratorio di Santa Franca,  si spostavano in basso avendo come riferimento il vecchio campanile di Castelletto sul poggiolo, quello di Vezzolacca sul poggio più alto e il rumore, quello inconfondibile, dello scalpellino che si diffondeva per l’intera valle. Chi arrivava da queste parti cercava gli scalpellini che estraevano le mole dalla montagna e ne facevano un’utensile utile quanto il loro faticare per campare.

Continua a leggere “La Pietra delle mole”

L’Ongina e il magico triangolo della genialità…

beni culturali.it
Verdi e Boito (beni ulturali.it)

Brigante della valtolla

In molti mi hanno chiesto di spiegare perché l’Ongina è  un torrente sacro. Eccovi accontentati…

Per parlare, a modo mio, della piccola Vall’Ongina iniziamo  con uno scritto di Alberto Cavallari, grande giornalista piacentino nato nel 1928 e vissuto fino al 1998, amante della Valle e di Giuseppe Verdi.

Ebbe a scrivere una geniale lirica che in parte vi produco: «Per noi, nati nel Ducato di Parma e Piacenza, il fiume sacro è l’Ongina. È un rigagnolo, un canale, nemmeno un torrente che scorre nella Padania felix dalle parti di Busseto, e si getta nel Po proprio dove cominciano i terreni legati a Sant’Agata, appartenuti al cavalier Verdi Giuseppe, di professione agricoltore e musicista, come il cavaliere si definiva…». Continua a leggere “L’Ongina e il magico triangolo della genialità…”