Giro dei laghi della Valtolla: diecimila passi per star bene…

Scritto da Sergio efosi Valtolla, fotoamatore, blogger, escursionista e narratore.

Diceva Tiziano Terzani che il fascino dei fiumi è forse in quel continuo passare rimanendo immutati, in quell’andare restando, in quel loro essere una sorta di rappresentazione fisica della storia…

Questo vale per ogni corso d’acqua naturale, dal torrente al torrentello, laghi compresi.

L’acqua in queste condizioni di natura ha sempre esercitato in me un certo fascino, i corsi d’acqua e i laghetti dell’Appennino in maniera particolare.

In Alta Val d’Arda vi sono due laghetti naturali, di cui ho parlato in “I LAGHI NATURALI DELLA VALDARDA” (clicca sul link) e altri creati dall’uomo, non meno belli.

Tutti piazzati nel bosco, quello che si estende tra Sperongia e il Monte Lama.

Tutti nel bacino dell’Arda, il torrente che alimenta il lago di Mignano, la più grande, famosa e “utile” delle riserve d’acqua piacentine.

Tornando ai laghetti dell’alta Valdarda, l’antica Valtolla, posso affermare che, come capita spesso, questi luoghi sono conosciuti prevalentemente dai locali e dagli escursionisti che percorrono che frequentano queste loclaità.

Si tratta di laghetti non segnalati, con sentieri per raggiungerli non esposti e spesso pure un po’ maltrattati. In ogni caso non si tratta di sentieri migliori o peggiori di altri; sono semplicemente percorsi carrabili montani utilizzati anche dai boscaioli che svolgono il loro lavoro.

Con gli amici escursionisti Furio, Franco e Fausto siamo stati recentemente a perlustrare l’intera zona e, rintracciati i laghetti naturali del Gallo e del Rudo, abbiamo penetrato il bosco per rintracciare anche le altre piccole superfici lacustri presenti, create tanto tempo fa dall’uomo per usi agrari.

Sono occorsi quasi diecimila passi, realmente 9887, per disegnare un percorso ideale che ci consentisse di raggiungerli in successione tutti (con la sola esclusione di quello dei Lupi, più spostato verso il Passo del Pelizzone).

Uno, il “Làgu ad Peppù d’Pirõn”(1), lo abbiamo individuato in prossimità della strada e un secondo a ridosso dell’Arda, piccolo, nascosto tra grossi massi e bosco, detto “Làgu dar Suclà” (2).

E frequentando questa porzione di valle, più bassa rispetto alla zona a ridosso di Teruzzi (Groppo di Gora, Castellaccio, Lama e Menegora), mi sono anche reso conto che l’autunno, l’inverno e l’inizio della primavera sono sicuramente le stagioni ideali per passare qualche ora lieta in questi luoghi, quando i laghetti sono visibili nel loro splendore, i boschi facilmente percorribili e la natura si presenta nelle sue forme migliori…all’ombra del monte Cravola.

Il percorso ideale, per visitare tutti i laghetti menzionati, parte dalla trattoria-bar-pizzeria Ca’ del Bosco di Rusteghini e si estende per circa 6 km compiendo un anello che termina ancora al punto di partenza.

E alla trattoria un risotto o una frittata con i funghi di stagione, un piatto di salumi piacentini, una porzione di buone patate, un pizza cotta nel forno a legna, un buon bicchiere di rosso, una bevanda calda o fresca…non mancano mai.

(1)(2):i toponimi e le relative notizie sono da verificare.

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Rigolo e la Val Restano, i luoghi dell’altrove…

2019-11-05-rigolo1-1DM4B3374-ModificaReportage di Sergio Efosi, fotoamatote, blogger, escursionista e narratore.

Ci sono dei posti che non appartengono del tutto la geografia fisica; sono reali e irreali al tempo stesso, nel senso che la semplice lettura topografica dice poco di loro.

Questi posti appartengono ai “luoghi dell’altrove”, molto più distanti di quanto non lo siano in chilometri di strada da percorrere per raggiungerli, molto più isolati di quanto non lo siano realmente.

Solo arrivandoci, in questi posti, ci si rende conto di questo “altrove”, di questa loro singolarità.

A Piacenza di questi posti ne conosco tre.

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La chiesa di Rigolo con l’agriturismo…

La Val Restano, di cui scrivo ora, la Valtolla, della quale scrivo spesso e la Val Boreca, anche per me sconosciuta. E tralascio i “luoghi dell’altrove” minori, che pur esistono.

In Val Restano, dunque, ci sono arrivato per caso. La mia curiosità è partita percorrendo, la scorsa primavera, “l’anello del merluzzo” tra Groppoducale, Prato Barbieri e Montelana (link “anello del merluzzo”). Oltre questo sentiero sapevo esservi una valle lunga e misteriosa che mi chiamava…

Questo “altrove” inizia poco oltre Bramaiano di Bettola, raramente lo si scopre attraverso una guida turistica e si estende per circa 10/11 km.

È una specie di lungo e stretto “fiordo appenninico”piacentino dove al posto del mare c’è il torrentte e dove non s’insediarono i nordici Vichinghi ma sicuramente vi ripararono i nostri antenati “Ligures”.

Quel popolo primordiale, antichissimo padrone dall’età  “primitiva” delle vaste terre appenniniche tra Liguria, Provenza, Lunigiana, Apuania,  regioni montane e collinari dell’Emilia occidentale ecc.., che per oltre 70 anni resistette all’invasione del suo territorio d’origine da parte dei Romani.

Un popolo montanaro, silvestre, conoscitore delle vallate più interiori e sperdute come questa del Restano e di Groppoducale.

E anche i loro successori furono uomini dei boschi, fino a quasi i giorni nostri; uomini e donne che coltivando la fede eressero una chiesa bellissima, colma di purezza cristiana nello stile slanciato del suo mirabile campanile e nella semplicità della costruzione a “capanna”.

2019-11-05-rigolo1 -1DM4B3292-HDR-Modifica copiaLa costruirono, accanto alle loro case di sasso, in quel lontano anfiteatro naturale, dove la valle stretta, per poco, si apre alla luce e all’immensità del cielo.

Qui, in questo “luogo dell’altrove”, gli abitanti realizzarono il loro paese e la chiesa, un mirabile esempio di architettura sacrale rurale.

In altri tempi vivevano di farro, il cereale primitivo e poi di castagne e portando al pascolo i loro pochi armenti, perché poca era la terra e tanto il bosco.

Poco oltre la Chiesa, sulla vecchia strada, c’è lo Scoglio con le case e l’alta torre d’altri tempi. Poi inizia nuovamente la boscaglia, che da queste parti è natura totalizzante.

I camini, in taluni casi, tra Restano, Rigolo Chiesa e Rigolo Scoglio sono stati rinnovati ma non v’è quasi traccia di abitanti umani mentre si notano capre, asini, galline e conigli.

Nei locali della canonica, da pochi anni, c’è un segno dell’uomo moderno, c’è l’agriturismo Ca’ Sonino, bello e romantico, isolato e immerso nel verde accanto al cielo.

Il resto è vento, acqua, fiori, fauna selvatica…

Una Val Restano da scoprire e percorrere a piedi e in bici, nel rispetto della “sacralità” dei luoghi. (Novembre 2018).

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Non pubblico mai cimiteri ma questo cosi piccolo, ordinato, con tutti i fiori…così “altrove”. In ogni caso non sono entrato l’ho solamente osservato dall’esterno.

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A piedi, sono partito da qui, da Bramaiano, vicino alla trattoria.
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Restano…

I laghi naturali della Val d’Arda, questi sconosciuti…

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LAGO DEL GALLO, VISTA PARZIALE

Scritto da Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, blogger, escursionista e narratore.
Per parecchi di noi parlar di laghi in Val d’Arda, significa associare il termine a Mignano e al suo grande lago artificiale.
Invece, con questo breve articolo, vorrei parlare di quelli molto più piccoli, naturali, che si trovano girando per la boscaglia dell’alta valle…ma andiamo con ordine.

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IN PIEDI DA DESTRA: PINUCCIO, FAUSTO, PATRICK, FURIO, IO… SEDUTE DA DESTRA: MARIA LUISA, ANNA, ROSANNA, CARINA, SYLVIE.

Brevi notizie prima di entrar nel bosco…
La zona di cui parlo è compresa per intero nel comune di Morfasso, nella primaria valle dove nasce l’Arda, tra Passo del Pelizzone, Teruzzi e Rusteghini.
I laghi (quelli prevalenti) in questione sono tre: Lago del Gallo, Lago del Rudo e Lago dei Lupi; piccoli ma molto…molto antichi, generati verosimilmente i primi due, dal gran “movimento” geologico dei ghiacciai antichi del Lama che ha creato questi sbarramenti morenici in terre ricche di torbiere, zone “molli”, boscaglia, ofiolite e diaspro rosso.
Il Lago del Gallo, in particolare, vale anche per quello del Rudo, è di grande importanza naturale, è sempre pieno d’acqua, non ha alcun emissario superficiale, ospita il tritone alpestre-appenninico e diverse colonie di rane marroni e verdi.
Poco di più potrei dire a proposito del vicino Lago del Rudo, altrettanto suggestivo e con la medesima origine antica. Il toponimo con il quale è identificato “Rudo” forse ha un significo originale che non conosco.
Il Lago dei Lupi (alimentato dalle buonissima acqua “minerale” della vicina “fonte dei Lupi”) si trova a quote maggiori, poco distante dal Passo del Pelizzone e da Casali di Morfasso, conserva una piccola fioritura di ninfee estive. La sua forma rasenta quella di un grande cuore.
Si tratta di laghi piccoli e poco profondi, immersi nella boscaglia.

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LAGO DEL RUDO…
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LAGO DEL GALLO

Alla ricerca dei laghetti del Rudo e del Gallo…
Se non si conoscono bene i luoghi è meglio non azzardar ricerche improvvisate, molto meglio farsi accompagnare. In ogni caso partendo dalla storica trattoria-pizzeria-bar “Ca’ del bosco” a Rusteghini, via Cogni 5 (comune di Morfasso) si sale a piedi fino I Massè (Masè) di Teruzzi. Si attraversa il piccolo abitato e si guada la giovane Arda, piegando subito a sinistra. La carraia è agevole e conduce in poco tempo al Lago del Rudo, interamente recintato dal filo spinato. Completamente avvolto nella boscaglia, si presenta con le sponde un po’ “disordinate”.
Poi si risale sul sentiero principale e si riprende il cammino, piegando a sinistra fino a scorgere, tra la boscaglia, una piccola pineta che affianca, in parte, il Lago del Gallo, magnifico, abbastanza grande, suggestivo e misterioso al tempo stesso.
Immancabilmente, raggiunto questo Lago, abbiamo fatto una sosta decisamente più lunga, una colazione dolce con torta, patrona e caffè.
In primavera e in autunno, il bosco e i laghi citati, riservano un gran bel colpo d’occhio, tra fioriture e un bel “foliage”.
E qui si fa una breve sosta, giusto il tempo per far “colazione” e per ascoltare la lettura di un brano del Vangelo di Maria Luisa…
Infine si riprende il sentiero fino a raggiungere la sottostante strada provinciale e quindi la trattoria-bar-pizzeria “Ca’ del Bosco“, dove i gestori sono accoglienti e dove si trova sempre la maniera di mangiare qualcosa di buono, sempre.
Di fatto le carraie percorse, tracciate per il lavoro dei contadini, costituiscono un vero, pur breve, anello escursionistico non segnalato che con calma, soste comprese, si percorre al massimo in circa due ore.

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2018-10-lago del gallo11-1IMG_3252-HDRCamminare fa bene al morale e …
In altre occasioni l’ho detto: vado spesso a girar per boschi e monti in solitaria ma non disdegno la buona compagnia.
Porto sempre la macchina fotografica, un cavalletto, qualche lente e un paio di filtri in vetro. Per girar nell’alto Appennino è meglio calzare scarpe da trekking e aver sempre a disposizione acqua, copricapo e impermeabile (adatto alla stagione).
Con gli amici che citerò abbiamo interessi comuni, camminiamo molto e terminiamo spesso la giornata con “i piedi sotto al tavolo”, una buona e consolidata abitudine.
I nostri favori enogastronomici li riserviamo alle “minestre” piacentine , dai pisarei e fasö agli anolini in brodo, passando per i tortelli ripieni con erbette, ortiche e ricotta.
Per il vino “navighiamo” a vista tra Gutturnio, Monterosso leggermente abboccato, Ortrugo e dintorni…
Per i secondi, quando non abbiamo esagerato con le minestre, prediligiamo tutto quello che potremmo definire “pulaia”, dall’arrosto al lesso con o senza ripieno. In pratica siamo molto legati alla tradizione rurale piacentina.

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2018-10-lago del gallo11-1IMG_3270I protagonisti del giro ai laghi del Gallo e del Rudo …
Furio (l’esperto dei sentieri, li conosce tutti, anche ben oltre la provincia). Fausto “il brigante”, sempre alla ricerca della dieta perduta. Franco, esperto di cartografia. Ornella, silenziosa e discreta, quasi timida. Pinuccio è un gran appassionato di fotografia. Carina è patita di ginnastica e movimento. Anna è una gran viaggiatrice. Rosanna è volonterosa e decisa.  Maria Luisa, alla prima sosta utile a sorpresa, ma con nostro gran piacere, legge un brano del Vangelo.
Poi ci sono io con la mania dello scatto fotografico; il mio motto è “fermi, la prima foto andava bene ma ne facciamo un’altra”.
Poi quando possono si aggregano tante altre amiche e amici, vicini e lontani ma tutti molto simpatici…

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LAGO DEL GALLO, LA SCHIARITA IMPREVISTA…

Piesse, giusto per non dimentare: in queste occasioni non disdegnamo mai due fette di salame, un bicchiere di vino, un caffè, una fetta di torta da consumarsi nel bosco seduti nella radura, accanto al lago, al dirupo…all’ombra di un faggio o riparati in un rifugio montano …perché camminando vien sete ma anche molta fame.

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LAGO DEL RUDO, VISTA PARZIALE

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LAGO DEL RUDO

I cammini lenti e la bellezza del mondo

I CAMMINI LENTI E LA BELLEZZA DEL MONDO

di Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, blogger, escursionista e narratore.

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Ho percorso in cinque occasioni la Via Francigena e il Cammino di Santiago, itinerari culturali europei.

Ho camminato tutte le tappe Francigene della Valle D’Aosta, del Lazio, della Val d’Orcia, del piacentino fino a Fidenza e l’intero “Camino Inglès”; esperienze impegnative che lasciano il segno.

Iniziare un cammino lungo diversi giorni non è una decisione facile ma quando si parte…se ne vanno per sempre i dubbi “riuscirò a resistere?…ce la farò?…”.

Camminado la testa si “svuota” dallo stress e si riempie di nuovi contenuti positivi, come se ci risvegliassimo al mattino dopo un buon sonno ristoratore.

Giorno per giorno, passo dopo passo, tutto si rimette in moto e ritornano a occupare la nostra mente, più di prima, la passione, la fantasia, la resistenza, l’ironia, l’amore…

Fatte queste premesse preciso subito che sono un viaggiatore un po’ particolare perché nel mio zaino occupano molta parte anche le apparecchiature fotografiche.

Procedo lentamente, mi fermo spesso per riprendere il paesaggio, un monumento, una chiesa e arrivo sempre ultimo alla fine della tappa giornaliera.

Coloro che camminano con me hanno pazienza ma sanno anche che non disdegno procedere in solitaria.

Sono abituato alle escursioni giornaliere sull’Appennino, in compagnia e da solo, sempre con la macchiana fotografica e molta attrezzatura nello zaino e dunque non posso partire per un “cammino” senza la reflex.

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Leggendo Rumiz, qualche anno fa ho compreso quanto fosse bello “menare” i piedi sulla terra appenninica; ho visto film e documentari sulla Via Francigena e sul Cammino di Santiago, ho avuto voglia di provarci e ora faccio fatica a star fermo.

Quando si fanno questi tipi di cammini che durano tanti giorni, consiglio di iniziare con lentezza, cercando di camminare per poche ore al di.

Poi, poco per volta, con il trascorrere del tempo la mente si scioglie, il corpo si adatta alla nuova situazione e tutto procede per il meglio, anche quando compaiono piccole vesciche ai piedi e subentrano doloretti diffusi che s’impara a sopportare.

In questi cammini francigeni, salvo rare eccezioni, ogni 6/7 km si incontrano luoghi per la ristorazione e per il pernottamento e dunque, giorno per giorno, si può procedere secondo un ritmo personale, senza rigidi vincoli di chilometraggio (in pratica tutte le tappe previste dalle guide “ufficiali” si possono accorciare o allungare a piacimento).

Tanto sulla Via Francigena, quanto sul Cammino di Santiago vi sono, lungo l’intero percorso, ostelli pubblici e privati, b&b e pensioni economiche, con tariffe per i pernottamenti diverse: in Italia si passa dal donativo di circa 10 €, per il solo pernottamento in ostello, a 25/30 € per il pernotto con prima colazione in b&b. In Spagna si risparmia un po’ e si parte dai 6 € per gli ostelli pubblici.

In Spagna vi sono anche molti più servizi riservati al pellegrino; in Italia iniziano a essere buoni.

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Il punto per me è che sono curioso e camminando a piedi si fanno incontri incomparabili, si transita per ambienti unici e dunque da fotografare.

Con la reflex o il tablet ho ripreso momenti indimenticabili che resteranno nella mia memoria per sempre.

Ricordo, tra tante belle cose, i campi fioriti della Tuscia, il tratto di basolato romano dopo Montefiascone, i noccioleti del viterbese, le colline della Val d’Orcia, gli aironi a Ponte d’Arbia, lo spettacolo di Bagno Vignoni, il Passo del Gran San Bernardo, la corona alpina valdostana, i vigneti estremi di Nus e Pont S. Martin, il castello di Fenis, gli horreos della Galizia, lo spettacolo del tramonto a Finisterra e a Muxia.

Poi quando raggiungi la meta, sia essa Piazza San Pietro o quella dell’Obradoiro, capita che ci si commuova.

È così!

Al raggiungimento della meta ci si rende conto quanto sia stato bello camminare a piedi fino a quel punto, come han fatto migliaia di pellegrini del mondo nel corso dei secoli.

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Quando si cammina, e si vuol documentare fotografando, non c’è tempo per “curar” la luce giusta o l’ora buona, si deve procedere e catturare immagini nel migliore dei modi possibili. Occorre decidere alla svelta, scattare e procedere…

Alla fine per belle foto è sufficiente un buon smartphone, poco ingombrante e spesso meglio di una macchinetta fotografica portatile.

Per foto che non si sgranano alla riproduzione o all’ingrandimento di stampa serve invece un’apparecchio fotografico “reflex”.

Per i cammini citati ho sempre usato una APS-C Canon vecchia di 10 anni, la buona e leggerissima EOS 550. Scatto in raw e uso due focali: un grandangolo economico 10-22 mmm e un fisso di 35 mmm, molto luminoso; porto sempre anche un piccolo e leggero treppiede Manfrotto. Prediligo scattar foto all’inizio della tappa quotidiana ma scatto quando posso e lungo l’intero percorso.

Mi piace condividere tutto tramite “social” e scatto foto anche con il tablet, anche questo piccolo e leggero.

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Nel mio zaino vige la regola del tre: tre magliette, tre mutande e tre paia di calze tecniche che si lavano e asciugano con estrema facilità. Poi metto un pantalone lungo tecnico di scorta, un pile, un impermeabile leggero, un giubbottino antivento, le ciabatte da bagno e la trousse per medicamenti vari.

Porto pochi soldi, il bancomat e una prepagata, carta identità e la credenziale del percorso che scelgo di fare. Indosso sempre scarponcini alti in tessuto antipioggia.

Il mio zaino è ragionevolmente leggero, al kg e mezzo di base aggiungo 4 kg circa di vestiario, medicamenti e tavolette energetiche, mezzo litro d’acqua di scorta e 1,5 kg di apparecchiatura fotografica varia. Molto importante usare uno zaino con un buon schienale traspirante, legato in vita e con spallacci generosi.

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Fondamentale la prima colazione che per me significa tè verde zuccherato, un cornetto dolce vuoto e uno yogurt. Dopo 6/7 km prima sosta con caffè, acqua e altro cornetto. A mezzodì uno snack salato o dolce, acqua e un bicchiere piccolo di vino rosso, a metà pomeriggio ancora caffè che aiuta a terminare il tratto giornaliero e un frutto. Alla sera un pasto caldo, verdura, frutta, acqua e un quarto di litro di vino rosso.

Durante il giorno bevo generalmente 1,5/2 litri d’acqua, fondamentale.

Farei da solo o in compagnia altri lunghi tratti di Via Francigena in Francia, rifarei la Valle D’Aosta e la Tuscia fino a Roma. Vorrei fare almeno il tratto finale della Via Francigena del sud.

A Dio piacendo…

(Il post è stato già pubblicato sulla pagina FB del blog….con tante foto è ha raggiunto 2000 persone in 5 giorni). m

Monte Moria: orco o eremita?

2015-10-parco-moria-9107_fotorMonte Moria: orco o eremita? (di Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, blogger, escursionista e narratore). 

Negli anni che dovettero precedere l’arrivo dei frati in Valtolla, di sicuro in piena epoca longobarda, giravano strane voci nei rari e piccoli villaggi dell’alta valle; voci che segnalavano con insistenza la presenza uno strano “essere” sull’acròcoro del Moria, definizione, quest’ultima, acculturata di “altopiano”, in uso presso la letteratura tecnica. L’essere solitario e schivo, pare vivesse in un misero rifugio occultato  dalla fitta e impenetrabile boscaglia che dominava i luoghi; scarsamente frequentati perché si riteneva fossero infestati da presenze demoniache e da divinità malvagie. Non era ancora, quella, l’epoca della piena cristianizzazione dell’intera zona appenninica per cui fauni, silvani, divinità pagane e demoni, capricciosi e dispettosi, erano ancora temuti e venerati. I meglio informati giuravano si trattasse di un semplice eremita “forestiero”, giunto da chissà dove, ma i più insistevano sulla stranezza dell’essere. Taluni, fantasiosi, si spingevano oltre, descrivendolo con sembianze deformi e paurose.

Altri più discretamente e concretamente discutevano a quale dei due lati dello spirito potesse appartenere: se a quello del bene oppure a quello temutissimo del male.

Le grandi boscaglie che si estendevano senza soluzione di continuità da Mignano alle valli più interne  e sconfinate dell’alto Appennino erano, in massima parte, fittissime con alberi giganteschi che a malapena lasciavano intravvedere il cielo ai rari frequentatori di tali luoghi.

Ambienti umidi, spesso scuri e molto ombreggiati che di sicuro ispiravano e alimentavano racconti di paura.

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archivio monte moria

Coloro che volontariamente vi si inoltravano potevano tranquillamente occultarvisi senza il timore che qualcuno mai li scovasse. I pochi coraggiosi, insediati nei rari e piccoli villaggi sorti nelle radure della boscaglia, erano in massima parte fuggiaschi da guerre, epidemie e carestie tremende che avevano distrutto anche il territorio piacentino nei secoli intercorsi tra la caduta dell’impero e l’arrivo dei Longobardi; e in tal contesto non mancavano neppure i banditi. Tutti alla ricerca della mera sopravvivenza o del nascondiglio sicuro. In pratica questa grande boscaglia era come un grande e impenetrabile “deserto”, dove al posto della sabbia c’era una distesa verde infinita e impervia che tutto occultava. 

In taluni luoghi della grande boscaglia erano rimasti o si erano stabiliti anche rari gruppi di boscaioli e cacciatori intrepidi. 

In ogni caso quella fu l’epoca alto medievale che registrò il più grande tracollo demografico che la penisola ricordasse.

La presenza umana nel nord Italia era divenuta più che rara e su questi monti pare non superasse le poche decine di individui. Si trattava, nel caso dell’alta Valdarda, di boscaglie desolate dove sopravviveva una rete di vecchi sentieri decaduti e a tratti interrotti; luoghi ideali per l’eremitaggio che ricercava, sull’esempio dei Santi eremiti orientali, l’isolamento e la solitudine più profonda per dedicarsi alla preghiera perenne e alla salvezza della propria anima.

Chilometri di boscaglia fino alle cime del monte Lama e poi ancora oltre fino a ricongiungersi con altre valli e poi, quasi senza soluzione di continuità, fino a raggiungere le costiere del mare della Liguria. 

Luoghi che, pur con fatica, avevano frequentavano i primi abitatori antichi di queste terre, quelle tribù di Liguri che per secoli contrastarono e occuparono la boscaglia,  facendo pascolare i loro armenti e costruendo insediamenti ai margini della stessa fino alle prime colline verso la grande pianura del Po. Ma da quei tempi “tanta acqua era passata sotto i ponti”, da quelle parti erano transitati anche i cartaginesi e i romani fino al silenzio, con il prevalere dell’esercito della natura che per lunghi secoli determinò l’oblio; la natura, ancora una volta,  si era ripresa anche quelle superfici “roncate” nel corso di lunghi secoli dall’uomo e tutto era tornato come all’inizio.

La boscaglia dominava incontrastata il panorama appenninico, gli anni e i secoli passavano e le foreste crescevano, il sottobosco si infittiva e la luce a fatica penetrava in queste valli misteriose e umide dover scorrevano l’Arda, il Lubiana, il Chiavenna, il Chero, il Riglio, l’Ongina, ecc… . Solo da qualche parte resisteva un villaggio, un piccolo villaggio di superstiti o un nuovo aggregato formato da fuggiaschi dediti alla caccia e alla raccolta dei frutti spontanei. 

Fu in quell’epoca, nel secolo VII, che sull’acròcoro del Moria fu (ri)scoperto un bosco, un grande bosco, dove imponenti carpini, cerri e faggi avevano assunto forme assolutamente inusuali, quasi si trattasse di un tocco d’artista, capolavori dell’arte topiaria che solo il Divino poteva aver ispirato; capolavoro custodito per secoli dalle “fate”. Ma una notte non molto lontana dai giorni nostri, lo spirito del male armó le mani dell’uomo che abbatté il meraviglioso bosco facendo fuggire per sempre le “fate”, ambasciatrici divine, che ora si trovano nascoste in qualche altro luogo impervio della Valtolla. E forse a qualcuno sarà capitato di incontrarle…

L’essere misterioso del Moria, ormai in età avanzata, che tanti sospetti aveva destato in quei rari abitatori della  dell’alta valle dell’Arda,  un giorno venne incontrato da un drappello di frati Tollensi, da pochi mesi insediatisi da queste parti, mentre stava posando pietre in una piccola radura. Lo osservarono per  l’intera giornata, accorgendosi che stava erigendo un piccolo altare. L’indomani tornarono silenziosi sui loro passi e, con grande stupore,  scoprirono che quell’altare aveva le sembianze di quelli cristiani perché sormontato da una piccola croce di legno. Silenziosamente e cautamente si avvicinarono per poter osservare meglio e dal profondo del bosco udirono un canto, un canto che ricordava le lodi alla Madonna. Un canto che non invocava alcun spirito del male. 

Più rassicurati, pur sempre con molta cautela, avanzarono ancora rimanendo occultati nel folto della boscaglia.  Scorsero una modesta capanna, tutta in pietre e frasche dalle quali proveniva quel canto….

Quell’essere misterioso al termine delle lodi, uscì allo scoperto e si diresse verso l’altare nella radura. Qui restò immobile, quasi in trance, silenzioso con le mani e lo sguardo rivolto al cielo.

Passarono ancora molte decine di minuti e poi all’improvviso quei frati intonarono quella lode alla Madonna, lieve come la brezza di quella mattina e restarono in attesa.

Furono attimi lunghissimi, silenzi assordanti, battiti di cuore…

Quell’essere, senza nemmeno girarsi, riprese quella lode e fu il coro che dopo quel lungo e interminabile attimo prese il sopravvento. 

Quel vecchio era un eremita, un asceta, un essere certamente non demoniaco come qualcuno aveva insinuato.

Fraternizzarono e il vecchio si convinse che era giunto il momento di pregare in maniera comunitaria, di scendere da quel monte per unirsi ai suoi fratelli per sempre. Quel vecchio forse si chiamava Tobia.

E il luogo dov’era stato eretto il piccolo altare eremitico divenne la meta del pellegrinaggio ove i frati, seguiti dagli abitanti del luogo, si recavano al solstizio d’estate per lodare la Madonna;  e poi vi costruirono una cappella che racchiudesse quel primitivo altare.

Ancora ai giorni nostri sull’acròcoro del Moria, ora parco provinciale, ci son luoghi dove s’incontra la Madonna. Sono i “luoghi dei segni” percorsi da migliaia di pellegrini nel corso dei secoli. Percorsi dagli escursionisti del terzo millennio.

Tutto in quel Parco del Moria ricorda questi segni antichi: la fontana, la vetta, la chiesetta dedicata alla Madonna del monte, la radura, il sentiero, la boscaglia…

Il Moria è un parco per riposare, per camminare e per contemplare quelle divine bellezze naturali. 

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Morfasso: l’estate della cultura e del tempo libero rende omaggio alle opere dello scultore Marco Polledri (fotoarticolo)

2018-07-polledri-7DM4B8086Morfasso: l’estate della cultura e del tempo libero rende omaggio alle opere dello scultore Marco Polledri (di Sergio Efosi Valtolla: fotoamatore, blogger, escursionista e narratore)

Prosegue la partecipata estate morfassina (Valtolla) dedicata alla cultura e al tempo libero.

Sabato 28 luglio a Morfasso, presso la chiesa antica, è stata inaugurata la mostra del morfassino dott. Marco Polledri, medico specializzato in dermatologia, che nel suo tempo libero si dedica alla scultura del legno ricavandone opere d’arte di grande impatto emozionale.

Una gran folla ha partecipato all’inaugurazione della mostra che resterà aperta tutti i giorni dalle 17 alle 19 fino domenica 12 agosto.

2018-07-polledri-1DM4B7914La cerimonia inaugurale della mostra, introdotta da Gian Francesco Tiramani, è iniziata con il coro di Morfasso, diretto dal maestro G.Luigi Rigolli, al quale partecipa lo stesso scultore.

Alla presentazione erano presenti il Sindaco Paolo Calestani con la giunta e numerosi consiglieri e il Vicario diocesano don Vincini oltre a una gran folla di estimatori, di amici e di cittadini provenienti da Piacenza e dalle province limitrofe.

Al termine dell’evento i numerosissimi ospiti sono stati accolti per un aperitivo presso l’Osteria Zia Valentina.

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Pista ciclabile dal Po a Mignano? 

2018-05-diga giorno no-1IMG_0659-Pano-Modifica_FotorUna pista ciclabile dal Po al lago di Mignano, in alta Val d’Arda (di Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, blogger, escursionista e narratore).  

L’annuncio di un simile progetto è stato avanzato  nel recente convegno svoltosi il 23 luglio 2018 sul “muro” più famoso della Valdarda, nell’ambito del convegno “Ritorno al futuro”, promosso dal padrone di casa Consorzio di Bonifica di Piacenza. 2018-05-diga tracimazione-1DM4B0035-Pano-Modifica

Bell’idea, anzi bellissima. Questo progetto una volta portato a compimento porterebbe a un collegamento ciclabile, e dunque pedonale, dalla già esistente Ciclovia del Po all’Appennino della Valdarda. Un’idea per certi versi non nuova ma sempre molto attuale; un progetto nella testa di tutti gli appassionati di queste attività legate alla fruizione del tempo libero in maniera lenta e attenta a non guastare il territorio naturale, culturale e storico che la ciclovia attraversa.  

Un progetto simile e parziale, rispetto a quanto già detto, che unisse Castell’Arquato con Fiorenzuola e con Chiaravalle della Colomba era stato avanzato diversi anni fa. Forse qualcuno lo ricorda? Forse ne è stato realizzato un pezzo? Ma quando mai. 

Anche nel caso della nuova “meravigliosa” ciclovia che raggiungerebbe il nostro “muro” si tratta, è stato precisato, di ipotesi progettuali future. 

Per realizzare queste infrastrutture occorrono più permessi e carte bollate che non soldi.

Proprio per tal causa, per il lieve “movimento di denari”, rispetto al gran beneficio che ne scaturirebbe, temo che il progetto rimarrà tale per molti e molti anni ancora. 

Passato il momento dei riflettori e delle luci il “muro” sarà dimenticato dai politici e dalle Istituzioni regionali e nazionali?

Saranno ricordate le promesse, le idee avanzate oppure…

Io non entro nel merito di un progetto che non conosco, non pongo limiti alla bontà dell’idea che mi piacerebbe veder rapidamente realizzata in toto.

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Al convegno tante proposte, tanti annunci…molto interesse.

So bene quante sono le infrastrutture deboli, assenti o devastate in tutta la Valdarda che conosco; so bene che servirebbero strade più decenti e sicure ma so altrettanto bene che creare infrastrutture per la fruizione del tempo libero e del turismo è altrettanto utile e urgente.

Detto questo, preciso anche che non mi appassiona il “benaltrismo” (il servirebbe ben altro “bell’idea ma prima servirebbero altre cose. Dopo si penserà anche alla pista ciclabile…alla sentieristica, ecc..ecc.”.) 

Se non sull’agricoltura legata anche al presidio del territorio e sul turismo su cosa occorrerebbe puntare per dar un po’ d’ossigeno all’Appennino? Cosa dovremmo fare in montagna per evitare la sempre maggiore desertificazione umana? 

Il discorso è certamente complesso e meriterebbe più spazio ma questa è solo un’opinione sull’ipotesi della ciclovia sulla quale “mi piacerebbe poter essere presto smentito”…  

Ps: la diga di Mignano con l’ultima manutenzione e la realizzazione dei nuovi “sfioratori” ha elevato la sua capacità di oltre un milione  mezzo di metri cubi d’acqua. Un bel risultato.

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I canottieri della “Vittorino” in allenamento a Mignano
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La balena di Fornari e Carta “emersa” il giorno del convegno. (un legame tra arte e piacenziano, tra la balena fossile ritrovata in Valdarda e mar padano).

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Viaggio tra coste, città e paesi della Sicilia (un itinerario fatto a modo mio tra bellezza e contraddizioni…)

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Faraglioni di Scopello


Viaggio tra coste, città e paesi della Sicilia (un itinerario fatto a modo mio tra bellezza e contraddizioni…) di Sergio Efosi valtolla, fotoamatore, blogger, escursionista e narratore.  

La Sicilia, per me emiliano di Piacenza, è isola lontana, spesso dimenticata e maltrattata dalla sua classe dirigente e da quella nazionale ma veramente bellissima. Nulla, ma proprio nulla, potrà farmi cambiare opinione sulle coste, le città, i paesi e i monumenti che ho potuto apprezzare; non potranno le pessime strade e autostrade, il “rudo” sparpagliato ovunque, il gran disordine edilizio e qualche altra “lacuna” di troppo.
Ancora una volta sono sceso al sud, in queste terre approdo millenario per tutte le civiltà mediterranee che qui nell’Isola han lasciato tracce uniche. Ma si tratta di tracce ereditate, spesso messe a rischio da politiche territoriali scellerate contro un “ambiente” e un patrimonio storico-culturale che meriterebbe molto più rispetto.

Sono partito il 12 giugno, circa 5 settimane fa, mi son fermato sulla Costiera Amalfitana e a Tropea e, nel ritorno, a Paestum; per 27 giorni ho girato la Sicilia e alcune delle sue isole minori.
Il mare in Sicilia è bellissimo, blu a tratti turchese e trasparente, tuttavia in ventisette giorni di permanenza son stato solo quattro giorni in spiaggia…avevo altre curiosità.
Il resto del tempo l’ho trascorso tra costa, mare e prime colline ammirando tutto quello che mi è stato possibile da Taormina a Messina transitando per Siracusa, Noto, Ragusa Ibla, Agrigento, ecc…dalla punta estrema sud di Capo Passero fino a San Vito Lo Capo.
Son transitato per Palermo e per Cefalù e ho completato il periplo della Trinacria.
Ho percorso oltre 5500 km dei quali più di 3000 in Sicilia. A piedi ho visitato centri storici, percorso riserve naturali, grandi aree archeologiche e ho avuto contatti con siliciani eccellenti di ogni età e condizione sociale, dal contadino al pescatore, dal ristoratore al marinaio.

Nulla mi ha attratto come i colori, la luce, la storia, il cibo e il vino rosso di quest’isola.
Ricorderò per sempre la “Valle”¹ più bella, quella dove i Greci han lasciato capolavori unici.
Ricorderò l’eccellenza mondiale del barocco di Noto, Scicli, Modica, Ibla² e Ortigia³.
Indimenticabile resterà il ricordo della permanenza a San Vito Lo Capo, tra mare azzurro, alti monti e riserve naturali.
Le isole Egadi sono semplicemente strepitose, con un mare da incanto tra Favignana e Levanzo; e fantastica è stata la visita al centro di recupero delle grandi “Caretta Caretta”, vittime dell’uomo che ha lasciato troppa plastica in mare
Sono giunto a Palermo pieno di pregiudizi e timori e ho “scoperto” capolavori da commozione, tra umanità varia e “popolo” accogliente; e allora, pur con attenzione, tra umori e grida, tra colori e sapori, ho percorso i grandi mercati di Ballarò e della Vucciria fino all’approdo nella piazza della maestosa Cattedrale arabo-normanna che mi ha lasciato senza parole. Il giorno seguente mi son dedicato al Palazzo dei Normanni (Palazzo Reale) e la commozione è arrivata per davvero: sono entrato nella Cappella Palatina e davanti a me ci stava l’immagine di Cristo Pantocratore …wow che colpo al cuore, che bellezza, che attrazione.
Ricorderò i faraglioni di Scopello, il centro storico e la cattedrale di Cefalù, il gran sito archeologico di Selinunte, la naturale e unica Scala dei Turchi e la trascurata ma bellissima, e lontana dalle coste, Piazza Armerina.

E ricorderò quel primo piatto di “maccaruna” con sugo di pomodorini ciliegini Pachino, gustato con un calice di nero d’Avola (Pachino e Avola sono poco distanti da Noto) in quel ristorante di Marzamemi, piccolo villaggio di pescatori con un mare da invidia totale, compreso nella “Riserva” dei fenicotteri rosa di Vendicari.
Potrò forse dimenticare il buon pesce spada alla griglia, il tonno in crosta di sesamo, i gamberoni rossi di Mazara, le sardine di Sciacca, gli arancini (o le arancine) e quel “pane cunzato” che solo qui san fare come si deve? Potrò forse dimenticare i limoni e la granita con ghiaccio “grattato” e al gelso rosso, i gelati alle mandorle, le cassate e i cannoli?
E, per terminare il tour, potevo mancare un omaggio a Eolo?
Così mi son recato a Panarea e Stromboli (Arcipelago delle Isole Eolie), ho atteso la sera e la notte per godermi un tramonto da favola e lo sbuffo infuocato di Stromboli…emozione pura.
Son rientrato nel continente con l’ottima compagnia di Caronte e Tourist, ho ripercorso “le Calabrie” e sono approdato a Paestum.
Ancora uno spettacolo d’Italia.

¹) La Valle dei Templi;

²)Ragusa-Ibla;

³)Siracusa-Ortigia.

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tramonto eoliano
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paestum
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paestum, tempio di nettuno
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cattedrale di palermo
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tramonto a Panarea
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ingresso riserva dello zingaro
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paestum
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ballarò
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baia di panarea
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porto di Levanzo, isole egadi
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stromboli

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attesa a stromboli
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ballarò
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tramonto calabro
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cappella palatina
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agrigento
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agrigento
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capo milazzo

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noto
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noto
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agrigento
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selinunte
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ibla

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sciacca

La Rocca di Tropea, il contesto e i bronzi superstar..

2018-06-scilla e reggio-12DM4B1504La Rocca di Tropea, il contesto e i bronzi superstar…(un viaggio alla scoperta delle bellezze italiche-bozza). Di Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, blogger, escursionista e narratore .
Per troppo tempo, da troppo tempo lo Stato è assente. E quando parlo di Stato intendo tutto quello che è “pubblico”. Ora vi spiego perché.
Esco dall’autostrada dopo aver percorso centinaia di km dal nord, e decine di km finali nel rigoglioso e verdeggiante Parco del Pollino, e mi affaccio alla costa marina della zona di Vibo Valantia-Tropea restando stupefatto dal colore del mare, dalla luce, dall’ambiente e dal gran rumore dei flutti del mosso marino…(musica per le mie orecchie).
Un mare, visto dall’alta scogliera di un color turchese e blu da sogno. Poi mi avvicino e mi rendo conto che qualcosa non va. Strade disordinate, siepi che selvaggiamente invadono le strade rendendole pericolose, banchine inesistenti, gran disordine di cartelli segnaletici. Perché tutto questo? Perché questa violenza contro noi stessi, contro questa magnifica terra italiana?
In mezzo a tutto questo, dopo pochi km dall’uscita autostradale c’è la magnifica Tropea, con la sua “costa degli dei”, con un mare da favola. Un luogo, a metà giugno, con poca presenza, prezzi bassi e cibo semplicemente ottimo (e pure del buon vino).
Il centro storico non è più disordinato di altri centri antichi della nostra amabile penisoletta.
Un’ulteriore cosa accomuna nord e sud: strade sconnesse, una buona dose di “laissez faire”, pezzi di case aggiunti di recente a palazzi storici, rudo ovunque.
In pratica, qui come altrove: Stato dove sei? Ti fai vivo solo per riscuotere e poi lasci onori e oneri ai politici locali? E questi che fanno?
Continuo: scendo dalla rupe di Tropea a livello del mare, che confermo essere veramente un gran bel posto, e visito l’isola, simbolo della cittadina.
Qui l’azzurro del mare è vero, il turchese ti incanta e l’ambiente naturale, quando ha resistito agli assalti umani, è altrettanto bello. Da queste parti il mare non ha proprio niente a che fare con certi luoghi blasonati del nord dov’è “brodo”.

E quella rocciosa isoletta sulla quale i frati di Montecassino (?) han costruito quella piccola chiesetta dov’è custodita Santa Maria dell’Isola, incanta con le sue viste panoramiche a perdita d’occhio.
La rupe di Tropea vista da qui sembra un fortilizio difeso da alte mura costruire in più epoche.
Ieri, secondo giorno di presenza, pioveva e allora siamo andati a far un tour nella costa tirrenica, per visitare Scilla e Reggio Calabria percorrendo circa 100 km della Salerno Reggio Calabria (della quale parlo dopo).
Se vai forte non vedi nulla, se invece capisci il senso dell’infinita distesa di roccia della costa tirrenica la segui e la ammiri, ti fermi nelle piazzole di sosta, ti arrabbi o gioisci per tutto questo percorso antropizzato, tagliato nella roccia, dove già han “depositato” disordine e sporcizia.
Eppure è un’opera che a volte non deturpa, che si armonizza con la natura selvaggia.
A Scilla resistono il vecchio quartiere dei pescatori, il castello chiaramente da attrezzare un po’ di più e la bella chiesa matrice.
Mare sempre da sogno.
E poi arrivi a Reggio Calabria e attraversi periferie da schifo totale (anche qui poco diverse dall’uscita dell’autostrada di Piacenza!) fino a raggiungere un gran bel centro incastonato tra mare e museo archeologico nazionale.
Un museo da volare…con reperti antichi che non ti aspetti. Qui si viaggia nel tempo, tra l’età del bronzo, migliaia di anni prima della nascita di Cristo, le prime popolazioni calabre, la Magna Grecia e il medioevo. Poi accedi alla Sala dei Bronzi, si con la B maiuscola, da emozione allo stato puro e allora le strade dissestate, il rudo sparpagliato ovunque, il disordine li dimentichi e pensi come sia possibile che per ammirare tanta bellezza si debba accettare sto gran caos italico.
Questa è la Calabria tirrenica, ora prendo il traghetto e inizio il periplo della Sicilia dai luoghi greci al buon cibo, dal mare ai centri storici del barocco più bello del mondo…

LA SALERNO-REGGIO CALSBRIA, UNA BUONA SORPRESA.
Pochissimi cantieri, non più di quelli normalmente presenti dalle nostre parti, poche stazioni di servizio ma forse non ne servono altre, buon asfalto, si entra e si esce e non si paga.
Spero che la manutenzione ordinaria sia fatta bene e costantemente. Un’opera che serve per il turismo del sud, alla quale aggiungere una buona rete viabilistica per raggiungere agevolmente i paesi che l’autostrada attraversa (con i soldi stanziati per l’inutile ponte sullo stretto, si completino le infrastrutture viabilistiche da Salerno a Reggio, carentissime o del tutto inesistenti per uno sviluppo del turismo e dell’agricoltura in una delle zone più belle d’Italia).

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Al gir dal muron…*

gir dal muron-IMG_1246_Fotor copiaAl giro dal muron…*di Sergio Efosi Valtolla (fotoamatore, blogger, escursionista e narratore).
Sulle colline, lungo le dorsali che dividono Castell’Arquato da Vigolo Marchese, diversi sentieri si svolgono accanto o in piena immersione tra i vigneti, quelli famosi fin dal medioevo. Che passino accanto a vigneti che producono uve per il Gutturnio o per l’Ortrugo, o ancora per il bianco frizzantino Monterosso, essi consentono di scoprire paesaggi morbidi, sapientemente trasformati da secoli di lavoro dei vignaioli locali. Alla fine della camminata vien voglia di passare nell’osteria o nella cantina per sorseggiare, degustare i preziosi prodotti di quei vigneti con del companatico che qui, dolce o salato, non è certo di second’ordine.
Ma sabato mattina non mi aspettavo, o forse non son più abituato, all’incontro insolito.
Con il gruppo di amici della Valdarda di “basta na” ho percorso per l’ennesima volta qualcuno di questi sentieri. Dal piazzale dell’alto paese arquatese, quello fuori mura, siamo partiti lentamente in direzione del Cristo. Poi avanti ancora verso la parte più sommitale del morbido crinale fino al bivio per scendere, per la via più lunga di Montecucco, a Sabbionara per strade bianche, a tratti ampiamente ombreggiate fino a raggiungere questo piccolo agglomerato rurale alle porte di Vigolo, godendo delle viste più belle della Valchiavenna.
Nel ritorno del percorso ad anello, ecco l’incontro inaspettato, risalendo da Costa Negri, tra belle case rurali ristrutturate e da recuperare, vigneti e boschetti.
Proprio dove la lieve salita sta per terminare ecco apparire un gran esemplare di gelso rosso (muron russ) con i suoi rami pendenti e invadenti; e con frutti neri maturi e rossastri in via di maturazione.
Tanti, tanti, tanti e dolci, buoni con un gusto che avevo dimenticato. La mia predilezione, questo non lo avevo scordato, è sempre quella di far “mescita” tra frutti maturi e quelli leggermente rossi, in modo da esaltare il dolce ma senza esagerare.
Alla fine, in buona compagnia, abbiamo percorso poco più di 10 km, un giro breve, non stancante e pure gustoso. Insomma un gran “gir dal muron”. Il vino? Beh…quello c’era!

* da non confondere questo termine con “Muron”, con la iniziale maiuscola citato nella famosa frase “libar dal Muron” (e con i vari “approfondimenti” del vocabolario piacentino-italiano di G.Tammi).

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Castell’Arquato sistema la boschina, la fontana del duca e il torrione…

2016-05-28- castellarquato e cinta 1-0698Castell’Arquato, sistema la boschina, la fontana del duca e il torrione…di Sergio Efosi Valtolla (fotoamatore, blogger, escursionista e narratore).

Sono anni luce (si fa per dire) che non scrivo di politica locale e non voglio “mettermici” proprio ora. Tuttavia sono stato attratto da un titolo del nostro quotidiano “Libertà” che nei giorni scorsi, nella pagina di Fiorenzuola e Valdarda, recitava “Castellarquato, un piano da 550mila euro per i luoghi storici”. Ho letto l’articolo e, per quel che capisco (a volte son duro di comprendonio…), si tratta di progetti per sistemare il Torrione, le Fontane del Duca, “la boschina” con il “Parco delle Driadi” e con la scalinata che conduce dal Viale delle Rimembranze alla “Solata” a due passi dal castello.
Ribadisco: non entro nel merito delle scelte amministrative e auspico solo che siamo spesi bene, perché con 550mila euro si può far tanto, veramente tanto; il meglio possibile perché Castell’Arquato ne ha bisogno!
Castello è un Paese che deve “decidere”, o se preferite confermare, se vuol progredire anche con il turismo oppure no. Se la risposta fosse affermativa allora il borgo dovrebbe aver a cuore un simile intervento che coinvolge tanta parte della sua storia antica e più recente.
Lo dico così senza entrar nel merito perché non conosco i progetti e perché io amo il mio comune d’origine, al di la chi lo amministra temporaneamente. Certo vorrei sempre il meglio, vorrei un paese più “ordinato” e “pulito”, vorrei una gran organizzazione turistica con maggiori servizi, etc…

Quando penso a questo vecchio caro borgo vedo sempre “il bicchiere mezzo pieno” perché sono un inguaribile ottimista.
Mi illudo?
Forse…ma cosa volete che aggiunga!
Mi piace Castell’Arquato!

Ps: E l’Ostello? E  il “sistema” museale? E un progetto per la valorizzazione e per lo studio permanente della gran mole documentale arquatese? E un progetto per realizzare 150 km o più di sentieri escursionistici nel territorio? E un progetto di ciclabile tra il “Borgo” e “l’Abbazia di Chiaravalle”? Ma…i soldi e i finanziamenti per tutto questo? Ogni anno l’Italia “dimentica” di chiedere contributi alla Cee per diversi miliardi di Euro…

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la bacheca presso la cappelletta di santa franca

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©Valtolla’s blog è un progetto di…Sergio Efosi Valtolla (fotoamatore, blogger, escursionista e narratore).

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Lago di Mignano superstar…

2018-05-diga tracimazione-1DM4B0035-Pano-ModificaLago di Mignano superstar…di Sergio Efosi Valtolla (fotoamatore,  blogger, escursionista e narratore).
Ecco siam pronti…mancano una manciata di centimetri e la “tracimazione” sarà cosa fatta (chissà se quando pubblico il posta sarà cosa fatta!). Continua a leggere “Lago di Mignano superstar…”

Le strade scomode dei francigeni…

Le strade scomode dei francigeni…di Sergio Efosi Valtolla (fotoamatore, blogger, escursionista e narratore).

Percorre il ciglio della strada, la carraia, il sentiero con lo zaino ben fissato sulle spalle, un piede nell’erba e l’altro sull’orlo come uno che vive ai “margini”. Con pervicacia avanza, a volte tentenna come se avesse perso il filo, poi riprende.
Se lo seguite vi accorgerete del suo lieve ondivagare tra ghiaia, asfalto e sterrato.
A destra, a sinistra sulla via, seduto sul gradino, fermo in attesa di un compagno di viaggio oppure solitario e pensieroso, assorto nei suoi pensieri.
I suoi piedi ridacchiano di lui (o di lei) per la fatica, per i calzini puzzolenti e, a volte, per le evidenti “ciocche” che lo costringono a camminare goffamente.
Si piega ma non molla, si esalta alla vista del panorama imprevisto, si siede, lo contempla e poi riparte.
Il suo viaggio è tutto nello zaino e odia i cartelli segnaletici perché quasi sempre imprecisi e mendaci.
Arriva alla meta quotidiana stanco, felice ma pur sempre affaticato dal viaggio. Cerca il letto per riposar la notte, è curioso e va alla ricerca di altre emozioni serali, chiacchiera con altri viaggiatori, cena, ride…
Riflette sulla sua esperienza, sulla giornata e prega; si addormenta con i suoi sogni, con i suoi propositi positivi e mette in ricarica il telefonino per restare connesso al suo mondo.
Il giorno dopo di buona mattina, con lo stesso entusiasmo del giorno precedente, riparte e ancora avanza verso la sua meta.
Sei tu, sono io, sono un pellegrino del terzo millennio!

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Percorrere la Via Francigena emoziona!

Sergio Efosi Valtolla (fotoamatore, escursionista e narratore di storie)

L’esperienza a volte serve, tuttavia anche i più esperti possono restar sorpresi.

Percorrere, lo stiamo facendo in otto della Valdarda, la Via Francigena Toscana regala panorami e ambienti veramente “favolosi”. Attraversare le colline senesi fino a superare Radicofani è un’esperienza che consiglio a tutti, anche a coloro che non vogliono, o non possono, fare il tragitto a piedi. Provare una grande emozione dopo aver camminato per 7/8 ore, provarla ogni volta che la luce del mattino cambia il tono al panorama che s’incontra, non ha prezzo e viene registrata per sempre dal nostro cuore.

Abbiamo dormito negli ostelli, taluni ottimi, altri un po’ meno ma tutti accettabili. Abbiamo dormito poco, siamo partiti tra le 6 e 7 del mattino ma alle 5 nelle nostre camerate c’è già gran casino.

A volte in quelle ore “primaticce” sembriamo tutti, io per tutti, scaricatori di porto ma i nostri zaini non soffrono e neppure il morale del gruppo. Ora siamo entrati nel Lazio, lontani all’accento “toshano” ma distanti da quello romano. Qui siamo nell’antica terra della Tuscia con i suoi ambienti naturali e antropici differenti rispetto al senese; con tanta pastorizia e arboricoltura da frutto e da legname per il lavoro, con ottima viticoltura e tante produzioni agro-alimentari di pregio, si passa dal rosso toscano all’est est est, dalle crete senesi al tufo.

Tra nuvole e acquazzoni, sempre “schivati” per un pelo mentre camminavamo (per ora) siamo giunti alla nostra quinta tappa e si prosegue per la Tuscia alta per “doppiar” Bolsena del lago…(bozza).

Due giorni sulle tracce di una donna, una Santa donna…

sergio IMG_9969Sergio Efosi Valtolla (fotoamatore, escursionista e narratore di storie)

Due giorni sulle tracce di una donna, una Santa donna…ovvero come trascorrer due giorni di calda primavera sul monte Santa Franca tra cammini devozionali, commemorazioni, escursioni nella natura e nei monti dell’Appennino morfassino, fiori e natura meravigliosa con pic nic finale…

PREMESSA.
Quando decidemmo di inserire nel piccolo volumetto-guida “Sentieri di Morfasso”, due percorsi escursionistici dedicati alla visita dei luoghi della “Santa” nella parte sommitale della Valdarda, quella dell’Appennino più bello,  eravamo consapevoli che questi avrebbero rappresentato un incredibile punto di attrazione permanente per molti.
Due percorsi…ma anche uno solo (integrato) se avete voglia di spendere un po’ di energia; due percorsi con una sola meta sul monte Santa Franca al candido santuario con il suo “pratone” antistante, la fontana dei miracoli e quella gran boscaglia tutt’intorno. Luoghi della pace assoluta, della serenità a piene mani, del silenzio dei monti rotto dal lieve brusio del discorrer di gente sparpagliata nel pratone, con una lieve brezza che accarezza il viso.

CRONACA DELLA DUE GIORNI
Martedi sera, il 24 aprile, dopo aver risalito a piedi il monte, partendo dalla Montelana “storica”, e dopo la cena al sacco, è stata celebrata la Santa Messa da J. Laurant, segnando la giornata tra canti e preghiere nella notte fonda. E sul prato nella sera stellata del monte sono risuonate le voci di Ornella e Fausto, di Giuliana e Silvano, di Maria Luisa e di tutti gli amici che son saliti a piedi attraverso il tratturo nel bosco. Poi d’improvviso, una piacevole sorpresa, è arrivato Maurizio, un Don a molti di noi caro,  per un breve saluto.
E nel santuario i canti dell’attesa intonati dal “Dutur” hanno fatto crescere il desiderio che questa celebrazione abbia un seguito negli anni a venire. Così abbiamo celebrato alla vigilia del 25 aprile gli 800 anni dalla nascita in paradiso di Franca il 25 aprile 1218.
La Santa valdardese che ha donato a tutti noi amore, carità, altruismo, energia…
Così mercoledì 25 aprile siam tornati alla buon’ora a risalir quei monti.

Zaino in spalla, abbiamo percorso l’anello de La Penna fino alla gran croce sommitale che scruta nella valle di Groppoducale; e siamo tornati in quella Montelana ai piedi del monte dalla quale la sera prima eravamo saliti a Santa Franca.

Ma alla fonte del piccolo borgo abbiam preso il largo e abbiamo raggiunto l’altro percorso, quello segnato in bianco e giallo che sale da Morfasso e, pian piano, siamo giunti ancora nel pratone, quando c’era veramente tanta gente che “picnicava”.

Stanchi, ma non troppo, ci siamo riposati con salami, formaggio, buon pane, vino piacentino, un liquorino casereccio e l’immancabile caffè da campo.

Il pomeriggio è trascorso nel segno giusto, quello dell’amicizia.
E quella discesa finale tra i boschi per raggiungere Morfasso ci voleva per terminar al meglio la giornata e smaltire qualche bicchiere in più…
Ciao ragazzi che ancora non ho menzionato, ciao Gianfranco e Angelina, Furio e Rosanna, Marco, Carina, Silvia e Oscar. Ciao alla prossima.
Una due giorni tra i nostri monti verdi e fioriti, camminando sui sentieri dell’Appennino più bello.2018-04-due giorni a santa franca-1IMG_0065-Modifica

INFO GUIDA SENTIERI DI MORFASSO
La guida dei “Sentieri di Morfasso” è in vendita a Vernasca, a Lugagnano presso l’edicola di piazza e la cartoleria Franchi, a Carpaneto presso il negozio di belle arti la Gioconda, nel bar edicola di Fontana Fredda, nell’edicola-panetteria di Rustigazzo, nel bar di san Michele, nel negozio alimentari di San Michele, nel bar edicola Novus di Morfasso, nell’edicola di Fiorenzuola in via Liberazione…

È anche possibile chiederlo a Fausto Ferrari e a Sergio Efosi Valtolla, autori del volume (messaggio privato sui rispettivi profili Facebook).

Ps: nella guida il telefono corretto dell’Osteria Valtolla di Case Bonini è 0523/ 899196.

 

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COPERTINA SENTIERI

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