La Via Francigena va… (lettura semiseria delle prime due giornate)

Acquapendente è una cittadina della Tuscia, quella alta, che ha tante caratteristiche positive: bei monumenti, con la chiesa che contiene una cripta del Santo Sepolcro super, buone strade, prezzi contenuti per i servizi turistici e per i pellegrini; si mangia e si beve bene e ci passa pure il percorso uffficiale della Via Francigena dopo aver attraversato la Toscana. E non è poco se pensate che il tutto è condito con un bel lago (Bolsena).


Ma il percorso della Francigena segue, a volte, troppi campanili e le “discese ardite e le risalite…” si fanno a volte esagerate (opinione personale). In compenso troviamo gatti affettuosi, cani coccoloni, pecore al pascolo e contadini al lavoro…

La Basilica di Bolsena
Forse chi ha progettato le tappe aveva pensato a questo e va bene così perché, di pellegrini, ne incontriamo tanti, e provenienti anche da tanti Paesi europei; e tutti molto meravigliati di attraversare una zona tanto bella quanto poco conosciuta dal turismo “maggiore”.

Dopo essere partiti da Acquapendente, da metà tappa circa, ovvero da San lorenzo nuovo a Bolsena, lo spettacolo per gli occhi è garantito. In questa stagione c’è un’esplosione di fioriture davvero sensazionale con le gialle ginestre che sono tante, grandi e ovunque; Km di sentieri e carrarecce immersi nella naturale fioritura di ginestre, papaveri, fiordalisi, colza, margheritoni ecc… che fanno da contraltare al verde magnifico della boscaglia e della campagna, al blu del lago e all’azzurro del cielo, in un susseguirsi di lievi saliscendi fino a Bolsena.

Dopo 22,5 km a piedi arriviamo, nel primissimo pomeriggio, nella menzionata Bolsena medievale, e si entra dalla Rocca dei Monaldeschi; da ammirare con l’adiacente chiesa di San Salvatore e il panorama sul lago!!!

Ma a quest’ora la fame è tanta, sono le 14,30 (ci eravamo fermati a far un’ora di chiacchiere a San Lorenzo nuovo) e ci fermiamo alla piccola osteria della piazzetta dell’orologio, due scalinate sotto al castello, un piccolo scrigno di intima bellezza.

E poi si attraversa l’intero centro storico fino alla Baslica-santuario dedicato a Santa Cristina, che è un vero gioiello. Alloggiamo in un piccolo B&B per pellegrini proprio di fronte alla Basilica.

E alle nove siamo a letto non prima di aver gustato un buon gelato fatto con ingredienti naturali da due giovani gelatai locali a due passi dal santuario. Oggi si parte, zaino in spalla, per Montefiascone, sempre con vista sul lago…

Sergio Efosi (bozza non corretta )

Chiesa di San Salvatore a Bolsena

Ma la diga di Mignano no…

Per fare questo post riprendo parti di una lettera al direttore del quotidiano “libertà”…del 2013, ovvero quattro anni fa. «
Egregio direttore,
l’altra mattina mi sono trovato a passare per la Valnure, e ho notato una cosa che mi ha particolarmente colpito: i cannoni “spara-acqua”, utilizzati per innaffiare le colture nei campi. Ripensando a quanto letto su Libertà nei giorni scorsi, mi è venuta anche in mente la pista ciclo-pedonale …che costeggia un campo di mais, e alla grande quantità d’acqua che viene sprecata per irrigarlo: possibile che non ci sia un metodo alternativo per evitare una così grande dispersione della risorsa, per di più sotto gli occhi di tutti?
…. L. Galli…».

La questione dell’uso dell’acqua della diga di Mignano, che quando è piena contiene oltre 10 milioni di metri cubi del prezioso liquido, è un tema aperto anche in Val d’Arda da anni.

Nessuno, non sicuramente io, ha in mente di proporre di privare l’agricoltura di acqua per irrigare le coltivazioni e abbeverare il bestiame , ma per quanto possiamo vedere, ci sembra che per ora non “ci sia trippa per gatti” ovvero non c’è acqua.

E quando c’è stata mi è sembrato che si sia esagerato con l’irrigazione di colture che hanno poco a che far con la agricoltura zootecnica locale.

Da  mesi la diga sembra una pozzanghera con pochissima acqua in un contesto ambientale irriconoscibile. Sponde desolate che mettono in rilievo ancor più la strada provinciale disastrosa da medioevo  che da Lugagnano sale fino a Morfasso e costeggia il nostro lago artificiale sulla sponda destra.

Negli anni scorsi anche in Valdarda, per dirla con il lettore di Libertà citato, abbiamo assistito all’uso massiccio di acqua per irrigare mais e pomodori …con l’uso dei “gettoni”/spreconi che non di rado irrigano anche le strade.

E questo rende bene lo spreco di una delle risorse naturali che inizia a scarseggiare! Allora mi sono chiesto, per l’ennesima volta: “possibile che non ci sia un metodo alternativo per evitare una così grande dispersione della risorsa più preziosa per la vita dell’uomo e degli animali ?”.

Senza acqua il bestiame, e gli animali tutti, muoiono  ma anche l’uomo non può vivere senza questo “oro liquido naturale ”!

Allora non sprechiamo acqua! Gli agricoltori senza bestiame siano indirizzati a colture meno idroesigenti in estate. Se occorre si autorizzino coltivazioni di mais e altre colture industriali ( pomodoro, ecc…) solamente in presenza di impianti goccia a goccia. Il consorzio attivi una seria politica in tale direzione, le Regioni e la CEE attivino interventi agevolati affinché nella pianura padana si sviluppi un’agricoltura che non sprechi acqua. I comuni e le loro società di gestione dei servizi siano indirizzati a sostenere la revisione delle “reti” di distribuzione dell’acqua potabile che non permetta dispersioni…

Non si farà tutto questo? Allora  aspettiamo solo che il buon Dio ci permetta di riempire la nostra diga anche per la prossima estate… per poi continuare a sprecare il suo contenuto in pochi attimi.

E poi c’è il problema da afffrontare urgentemente degli scarichi nei fiumi e nei torrenti di acque reflue non idonee, dell’uso troppo frequente di diserbanti, anche nei vigneti,  e concimi in terreni che ormai sono”stanchi” di supportare tali schifezze; e c’è il problema del prelievo in falda abusivo da parte di un sacco di aziende.
Aspettiamo (aspettiamo da anni!) la prima mossa da parte del comune capoluogo della Valdarda Fiorenzuola e del consorzio che gestisce la nostra preziosa fonte di vita!
E comunque non è solo un tema valdardese, e comunque l’acqua quando c’è non va sprecata, il territorio tenuto bene, gli alvei dei torrenti salvaguardati e puliti,  le falde non inquinte, gli scarichi nei torrenti controllati…ecc…ecc…

Non scherziamo con la natura, non maltrattiamo la nostra madre terra.

Sergio Efosi

Bozza non controllata

Elogio al vino che non c’è…in Valdarda

Incipit…

Il vino piacentino è questione collinare, gli ultimi vigneti di pianura risalgono all’ormai lontano primo dopoguerra, quando iniziò il loro espianto definitivo (anni 50 del secolo scorso).
“Espiantate per far posto alla zootecnia e alle colture industriali ben più redditizie e adatte al terreno del nostro piano…”. Continua a leggere “Elogio al vino che non c’è…in Valdarda”

Cinghiali, caprioli, lupi ed altri animali…..

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stefano bruzzi, scene di vita contadina di fine ‘800

di  Marco del lest , marzo 2017

Anche nel corso dell’ultimo autunno si è ripetuta l’aratura dei pascoli… causata dai cinghiali che grufolando dissotterrano i bulbi del crocus, delle orchidee e di altre piante evidentemente molto apprezzate da questi suidi. L’azione sistematica e ripetitiva dei cinghiali contribuisce velocemente al degrado dei pascoli e delle praterie d’alta quota. Queste praterie sono il frutto delle profonde trasformazioni antropiche fatte dalle generazioni che ci hanno preceduto, ed i pascoli di crinale sono la testimonianza di una economia silvo-pastorale che ha consentito ai nostri antenati di insediarsi e permanere nelle terre alte svolgendo, nei secoli, un importante presidio di prevenzione e limitazione del dissesto idrogeologico che ha contribuito allo sviluppo della florida economia agricola e successivamente industriale, nelle aree di pianura sottostanti.

I nostri pascoli hanno origini antiche, si presume che i primi siano stati creati a partire dal 1300. In origine e fino agli inizi del 1900, i pascoli venivano caricati prevalentemente con ovini, con una ridotta presenza di bovini. Nella economia rurale i bovini rappresentavano prevalentemente un forza lavoro (buoi o manzi) e per la produzione lattiero-casearia ne bastavano pochi capi per comunità. L’allevamento della pecora era più semplice, si ottenevano ugualmente prodotti lattiero caseari, carne e soprattutto lana, che era l’unico filato facilmente disponibile in montagna.

Ora i nostri pascoli, ma anche i boschi ed i coltivi, sono stabilmente popolati da cinghiali, caprioli, daini e qualche cervo ed anche il lupo è tornato ad essere una presenza stabile su queste terre…

Una analisi superficiale delle attuali condizioni ambientali, potrebbe indurci a considerare migliorato l’ambiente attuale, ma c’è ancora l’uomo, con i suoi insediamenti, la sua economia e le sue esigenze… ed un fragile territorio da difendere, dove non possiamo permetterci il dissesto idrogeologico.

La presenza di un elevato numero di cinghiali nelle terre alte, come accennato sopra, sta seriamente compromettendo i pascoli che in conseguenza della “aratura”, subiscono fenomeni di erosione e di dissesto, inoltre le specie erbacee pascolive vengono sostituite da essenze arbustive che insediandosi nelle aperture del cotico erboso invadono il pascolo trasformandolo rapidamente in arbusteto, facilmente attaccabile dagli incendi.

Oppure si verifica l’espansione eccessiva delle felci, che rappresentano una seria minaccia alla bio diversità del territorio ed un possibile rischio per la salute umana (studi scientifici hanno dimostrato il potenziale cancerogeno di questa pianta), nonché una eccezionale esca per l’innesco di incendi.

La sostituzione dei pascoli di crinale con aree cespugliate ha come conseguenza un impatto negativo anche sulla economia turistica del territorio appenninico, poiché è noto che i territori montani ben curati, con ampie radure e vaste aree panoramiche hanno una valenza turistica maggiore rispetto ad aree coperte da roveti ed arbusteti o totalmente boscate.

Anche il patrimonio forestale subisce notevoli danni in seguito alla introduzione di animali senza la dovuta ponderazione; I germogli dei giovani polloni di faggio, quercia e carpino sono molto graditi da caprioli, daini e cervi, il cui pascolo stà seriamente compromettendo la rinnovazione delle piante dopo il taglio colturale del bosco.

Osservando un bosco di faggio o quercia, tagliato recentemente, notiamo ceppaie con pochi polloni stentati, deformati del morso degli animali o totalmente assenti e dove la rinnovazione è rappresentata unicamente dal Frassino e dalla Robinia. Se non vi saranno interventi di contenimento di selvatici, in poco tempo i nostri boschi di essenze quercine, faggio e carpino si trasformeranno in cedui di frassino e robinia con la conseguente perdita di bio diversità, resistenza ecologica e valore economico degli stessi.

Ma il popolamento con i predetti selvatici ha avuto come prima conseguenza l’espansione ed il consolidamento del lupo, e questo dovrebbe assicurare la selezione naturale delle specie predette. ma non è tutto così semplice… Il lupo predilige alimentarsi di cinghiali, come ha dimostrato l’esame delle fatte di lupo repertate sul territorio provinciale, e si “occupa” molto meno dei caprioli. Inoltre non disdegna variare la propria dieta con animali d’allevamento, come manzi, capre, pecore, e puledri. Queste predazioni di animali d’allevamento, anche se ora è abbastanza contenute, contribuiscono a mettere ancora più in crisi la già misera zootecnia della montagna appenninica.

Senza zootecnia di montagna niente agricoltura sostenibile, quindi nessuna cura del territorio, e di conseguenza calo della attrattiva turistica con la perdita di quest’ultima possibilità di sviluppo rurale.

Le bistecche che camminano…

Inoltre non occorre essere etologi per sapere che il lupo è un carnivoro ed e l’unico “grande predatore” presente sul nostro territorio… e gli uomini sono bistecche che camminano….

Fino ad ora non abbiamo ancora avuto attacchi all’uomo, ma si stanno monitorando comportamenti abbastanza inquietanti dovuti all’avvicinamento alle persone ed alle infrastrutture da parte di lupi c.d. “confidenti” che non mostrano timore nei confronti dell’uomo.

Proviamo solo ad immaginare quale allarmismo potrebbe generare l’aggressione da lupo ad un escursionista… ne abbiamo già avuto l’anticipo con le recenti aggressioni di orsi in trentino, con conseguenti disdette di prenotazioni alberghiere e associazioni di commercianti infuriate con le politiche di introduzione dell’ l’orso

Sarebbe la fine di qualsiasi discorso relativo al rilancio turistico basato sulla bellezza del territorio, sulle valli incontaminate, sulla purezza dell’aria e dell’acqua, sulla sentieristica ben tenuta e segnalata, sulle abbondati raccolte di funghi, sugli itinerari storici, sui percorsi per mountain bike, ecc ecc

Forse è il caso di iniziare una riflessione sulle conseguenze della totale assenza di una seria gestione del territorio, sulle campagne di tutela degli animali basate sull’egoismo emotivo ed urbano-centrico che si straccia le vesti in difesa di “bambi”, dei cuccioli di lupo, di volpe senza conoscere le reali dinamiche dell’ecosistema appenninico derivante da una antropizzazione storica vecchia di secoli.

NOTA DELLA REDAZIONE DEL BLOG …

L’argomento, come spiega anche Marco, è fortemente controverso e la sua posizione molto chiara; e dunque è difficile trarne conclusioni accettabili per tutti.

Provo a introdurre un diversivo sulla questione cinghiali (in parte vale anche per i caprioli…in parte): la caccia a questo prolifico animale genera tanto business (oltre che divertimento) per cacciatori che sono spesso anche agricoltori o comunque abitatori abituali di montagna e collina. I selvatici sono “accuditi”, zona per zona, per evitare che lascino il territorio controllato dalla tal squadra piuttosto che quello di un altra. Le squadre di “cinghialisti” pagano fior fiore di tasse e licenze, e alimentano un mercato dei fucili da caccia ecc…per cui senza cinghiali, e in gran numero, che divertimento sarebbe?

E poi non penserete che tutta la carne dei cinghiali abbattuti la consumino gli stessi cacciatori; carne apprezzata, carne molto apprezzata …

In poche parole: a chi frega veramente di salvaguardare l’agricoltura di montagna e collina? Alle associazioni profesionali agricole? Ma se son piene di agricoltori-cacciatori!  In montagna gli agricoltori sono ridottissimi, spesso anziani  e metà di questi son pure cacciatori, per puro divertimento…

Marco fa un esame dell’agricoltura montana e silvestre molto condivisibile, certamente da persona informata, competente e amante della montagna. Esprime un giudizio forte sui “selvatici” e sui danni che causano all’agricoltura e al bosco e mette in guardia dal crescente pericolo di tali animali “vaganti”, in primis cinghiali e caprioli, che attraversano continuamente strade trafficatissime.

Io però faccio fatica a pensare che il vero problema della montagna e del suo degrado  siano lupi, cinghiali e caprioli.

Voi che ne pensate?

La vita dei frati di Tolla tra preghiera, lavoro e accoglienza…

Il mondo del medioevo era assillato dalla paura del peccato e di conseguenza dall’obbligo della preghiera e della confessione. L’intermediario fra Dio e gli uomini, ovvero colui che riscuoteva molta fiducia e che sedeva sul gradino più alto della dignità, era il religioso e, in particolar modo, il frate.

Alcuni di questi religiosi, nel principio del medioevo tra VI e VIII secolo, facevano vita solitaria o cenobitica e altri erano semplicemente eremiti, poveri, umili, solitari e popolavano il “desertum” ovvero le diffusissime boscaglie e paludi appenniniche e padane. Si trattava in entrambi i casi citati, e quasi sempre, di personaggi ben conosciuti dai contadini, la categoria sociale medievale di gran lunga maggioritaria, che spesso li cibavano in cambio di consigli, di benedizioni e preghiere.
Gli eremiti in particolare, ben noti ai viandanti e ai cacciatori, eran uomini che aspiravano alla perfezione che poco per volta, per scelta o per necessità, si trasformarono in cenobiti.
Questo successe anche in alta Valdarda dove gli eremiti adottarono “la regola”*, ovvero la condizione perfetta, dove continuare a vivere per pregare.
Ma tra i primi monaci tollensi, verosimilmente, solo una minoranza “professava” e seguiva la ricercata condizione perfetta; e solo taluni dovettero anche essere ordinati sacerdoti mentre molti restarono fratelli conversi, ovvero coloro che pronunciarono i voti di conversione, obbedienza, e spesso anche del silenzio, del digiuno e della castità.
All’inizio tanto i fratelli conversi, quanto gli stessi “professi”, lavoravano nei campi, nei boschi, nelle stalle e pregavano; e questa era la loro vita terrena.
E tale condizione comunitaria iniziale si rafforzò ulteriormente con il trasferimento del monastero dall’acròcoro del Moria al fianco dello stesso, quasi sul fondovalle dell’Arda; quasi alla confluenza tra i torrenti Arda e Lubiana.
E il capo della comunità, l’Abate Tobia, godette da subito di una posizione preminente, come fosse il signore dal quale dipendevano i vassalli.
Tuttavia non sono conosciute fonti storiche relative alla vita cenobitica di Tobia e a quella dei suoi confratelli fondatori di Tolla.

UNA GIORNATA PARTICOLARE A TOLLA, TRA PREGHIERA, CANTI E LAVORO.

E al principio, nei primi secoli del medioevo, tutti i fratelli professi e conversi lavoravano nei campi, nei boschi, nelle stalle e pregavano, e cantavano le lodi al Signore.
Il capo della comunitá, il primo capo, l’Abate Tobia, con il trascorrere degli anni venne aiutato da un vice (forse già al tempo da un priore), da un cancelliere, da un tesoriere e anche da altre figure laiche (servi, artigiani, guardiani, ecc…).
E con il trascorrer degli anni quella comunità si allargò; e anche le zone circostanti si popolarono, seppure lentamente si popolarono.
Tobia, forte della pratica del digiuno e della penitenza del suo periodo eremitico, si alzava prima di tutti, prima dell’alba per pregare e ancora, come al principio, per castigare il corpo.
Al suonar della campana del priore l’intera comunità lo raggiungeva e insieme recitavano l’ufficio del mattutino con le “laudi” al Signore.
Iniziava quindi la lunga giornata che intercettava il lavoro intercalandolo con la preghiera, il pasto di metà giornata e le letture sacre; e così per giorni, settimane e anni…

Il pasto per quei frati era frugale e ne consumavano due in estate e poi sempre solo uno; era un pasto senza carne e con soli legumi, verdure e frutta e circa 300 grammi di pane, con mezzo litro di vino al giorno, e negli anni meno favorevoli in vino diveniva “mezzo vino”. E tutto quanto, e questo stato di cose,  si poteva interrompere solo nell’imminenza di un grave pericolo, quando la campana suonava a martello.
La comunità cresceva ma per molti anni restò confinata nella grande boscaglia, che se da un lato inquietava dall’altro la proteggeva dal mondo esterno, al tempo molto insicuro, pericoloso e perennemente in guerra con cicliche epidemie e carestie che falcidiavano la popolazione dell’intero mondo conosciuto.
E dall’abbazia, giù verso l’Arda , oppure dal fianco esposto del monte, si udivano distintamente i colpi dello scalpellino che spaccava, estraeva e modellava pietre per ingrandire il convento, alzar la torre, costruire un muro o rinforzare l’argine; e c’era un gruppo di conversi, in questo aiutati dai contadini, che trasportava e posava, che spostava e rifaceva…
Altri erano nei boschi a tagliar piante di cerro per ricavarne assi e tutto era perennemente in movimento.
E poco distante dall’Abbazia sorse il primo villaggio e poi in secondo e così via…con nuove strade di collegamento, con nuovi ronchi per ricavarne campi per coltivar vigneti, cereali e ortaggi e poter ospitare i nuovi arrivati.

E le vigne, così importanti per la Messa, che producevano l’unica bevanda ammessa dalla regola, era difficile difenderle dai continui assalti animali e allora si elevarono mura e palizzate e così anche per il grande orto e il pollaio.

Nel bosco più vicino pascolavano i maiali, quelli con il mantello chiazzato nero, quelli molto robusti, che si cibavano di ghiande e castagne…
Ma anche il pericolo era sempre in agguato e alcuni ragazzetti erano sempre di vedetta e al minimo sospetto non esitavano a lanciar segnali dall’alto di una pianta o da un poggetto strategico.
E quasi con stupore i piccoli contadini (i bambini) andavano nei campi a parlar con frate Romaldo che scalzo, incurante di spine e altro ancora, falciava l’erba per il fienile cantando e recitando laudi al Signore.
E lo interrompevano, e chiedevano cosa stesse cantando, chi stesse pregando offrendogli l’acqua fresca della sorgente…
Romaldo con altri fratelli conversi e contadini allevavano con cura le erbe per cibarsene, e per la dispensa dell’inverno, e alla sera, dopo una lunga giornata trascorsa nei campi, nelle vigne, nel torrente a spaccar sassi, tra i boschi a tagliar piante e a riparar sentieri, sopravveniva la stanchezza ma prima veniva l’ora della preghiera e delle laudi di fine giornata. E il giorno seguente ancora così, e poi ancora e ancora…

E venne il tempo dei nuovi arrivi, dei nuovi abitanti, dell’accoglienza dei fuggiaschi dalle guerre e dalle predazioni; e nel corso degli anni quella comunità si trovò più impegnata a difendersi dall’assalto predatorio, e dalle pretese, dei potenti locali e dal Vescovo che non dall’assalto delle fiere.

E dai monti erranti più interni della catena appenninica continuarono per secoli a giungere numerose famiglie che andarono a formare intere comunità di villaggio, a fondare paesi e villaggi portando nuovi costumi, altri dialetti e tradizioni…e tutto si fuse e tutto divenne civiltà.

(Fine de “I racconti del monte Moria”)
La storia romanzata da Sergio Efosi© (bozza non corretta)**

*San Benedetto da Norcia è vissuto nell’Appennino centrale tra il 480 e il 547 e dal 534 inizia a redigere la “regola” che riscuoterà un grande successo.
** Fine della storia romanzata della prima stagione di Tolla…

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immagine del web- tratta da “LA SCUOLA DI ZIO GUSTAVO.WORDPRESS.COM”

Camminando tra il crinale di due vallate, tra vigneti e calanchi spettacolari…

Ci sono località a due passi da casa nostra che offrono paesaggi  collinari con una natura di notevole pregio e, sempre come nel resto del piacentino,  tante eccellenze eno-gastronomiche. Continua a leggere “Camminando tra il crinale di due vallate, tra vigneti e calanchi spettacolari…”

Quando il cielo si oscurò: cronaca di un viaggio avventuroso dopo l’alluvione in valdarda…(I racconti del monte Moria)

immagine dal web tratta da Mordhau.com

La bellezza del mondo se ne va, tutto cambia presto […]nulla è eterno, nulla è immutabile. Così la notte oscura con le tenebre il chiarore vitale del giorno[…]. Ma perchè noi infelici ti amiamo, o mondo, che ci sfuggi dalle mani?…*

ANTEFATTO
L’alternarsi della bella stagione a quella cattiva, della pace alla guerra, dall’abbondanza alla carestia, dalla salute alla malattia erano le leggi che, parafrasando V.Fumagalli, dominavano quel mondo antico, il medioevo più profondo, senza che vi fossero mezzi efficaci per contrarle…
La natura in cui erano immersi quegli uomini, ovunque essi si trovassero, era selvaggia, non ancora antropizzata quel tanto per rendere l’esistenza umana meno dura; una natura madre e matrigna, bella e pericolosa…quasi paurosa.
E gli uomini della chiesa, gli uomini credenti, spiavano la natura, la osservavano con ammirazione ma anche con terrore intravvedendo il turbamento umano che spesso causavano i suoi movimenti: il fuoco, l’acqua, il terremoto, l’eclissi con il cielo che si oscurava e inviava bagliori inspiegabili, ecc…
I contadini che quando la luna si oscurava per l’eclissi la invocavano, suonando trombe, corni, campane e pregavano fino a quando riappariva, esultando per la morte scampata.
E poi la sabbia che pioveva dal cielo (al tempo fenomeno inspiegabile e dunque un segnale premonitore di Dio per gli uomini peccatori…), il vino che si intorpidiva, l’olio che diveniva acido, lo sciame imprevisto di cavallette che distruggevano il raccolto e le malattie, etc…
La paura sollecitava uomini colti e contadini, frati e chierici, soldati e condottieri a fare considerazioni lugubri, improntate al pessimismo…che solo la fede e la preghiera poteva scongiurare e mitigare.
E dopo ogni tempesta, e ogni alluvione, tornava il sereno nel cielo ma non nel cuore degli uomini; e la paura lasciava il posto all’angoscia che durava per lunghe stagioni, e a volte per intere generazioni.

CRONACA DI UN VIAGGIO DEI FRATI DI TOLLA DOPO L’ALLUVIONE…
La cronaca ci racconta che in quel mese di giugno del 740 la terra della Valdarda venne sconvolta da precipitazioni abbondanti che divennero, con il passar dei giorni, alluvione travolgente**che colpì duramente dall’orrido di Mignano fino al Po.
Fortunosamente l’abbazia, ubicata più a monte, questa volta scampò alla terribile prova. E il territorio della collina e dell’alta pianura di Tolla vennero sconvolte, e la morte dilagò tra gli uomini e gli animali.
Ma occorreva ricominciare, verificare i danni, soccorrere i feriti, seppellire i defunti, riportare l’impronta dell’uomo nei campi, nei villaggi e nelle contrade…
E i frati di Tolla decisero di partire, di andare a verificare i danni laddove la violenza della natura aveva colpito più forte; per soccorrere e per pregare per quegli uomini, per riportare la speranza e la fede in Dio.
Sarebbe stato un viaggio avventuroso, irto di pericoli imprevisti, in ambienti dove regnavano la desolazione e la morte da diverse settimane; tra carcasse di animali travolti e annegati nel fango che lentamente affioravano dall’acqua e dalla melma.
E capitava che affiorassero persone colte dalla piena improvvisa, travolte nel tentativo di salvare un famigliare, un animale domestico o per altri mille motivi.
La speranza dei frati di Tolla che si apprestavano a scendere a valle era che la furia fosse ormai passata e che le strade e i sentieri fossero nuovamente percorribili.
Sono ancora le cronache che raccontano della partenza nella prima mattinata del 15 giugno 740, della piccola carovana della Valtolla composta da otto frati, due muli e un asino, guidati dall’abate Andrea.

Ma quella speranza di trovar strade e sentieri percorribili si dimostrò vana. Dopo poche miglia dalla partenza i muli e l’asino sguazzavano nell’acqua fetida e gli zoccoli affondavano nella melma. Gli insetti attirati dalla morte e dalle acque stagnanti non davano tregua e a quella colonna di frati non restò altra soluzione che spalmarsi di fango il viso, le mani, i piedi e il collo per non venir “divorati”. E le bisce sguazzavano tra fango e melma, e solo le più grandi erano sopravvissute, quelle che eran lunghe anche cinque/sei piedi e grosse come un braccio.
Con bastoni appuntiti si batteva sull’acqua prima di ogni attraversamento perché il terrore dei muli era veramente grande e il pericolo costante.
Ogni tanto il vecchio sentiero che costeggiava l’Arda, sulla sponda sinistra, scompariva, inghiottito dal fango e dall’acquitrino; e il fondo si faceva scivoloso e la colonna dei frati era costretta a compiere lunghe deviazioni, a tratti a guadare canali che si eran fatti torrentizi. I frati avanzavano sopportando pazientemente ogni disagio, mentre i muli e l’asino, che non erano abituati a quel tipo di ambiente, che preferivano i terreni asciutti e impervi del monte, s’impuntavano e si rifiutavano di proseguire. All’altezza della corte di Moraniano (il Morignano che si trovava sulla sponda opposta dell’Arda, e non dove si trova ora ma ben più verso l’alta pianura di San Lorenzo) c’era il guado dell’Arda e l’acqua a quel punto non superava due/tre piedi di altezza.
L’abate Andrea, cavalcando il mulo, avanzò in solitaria per verificare se quel punto fosse ancora agevolmente praticabile.
Il resto della colonna restò in attesa sulla riviera al riparo della siepe.
Improvvisamente sulla sponda opposta apparve un gruppo di cavallerizzi vocianti, forse un gruppo di uomini di mercede o di predoni.

Andrea, per maggior sicurezza tornò rapidamente sui suoi passi incitando i suoi confratelli ad allontanarsi di qualche centinaia di metri dal torrente, al riparo delle siepi più lontane.
E da lontano scorsero quel “drappello vociante” sulla sponda opposta, che esitava ad attraversare, forse intimorito dal rumore dell’acqua o dai tronchi che velocemente scendevano a valle trascinati dall’acqua…o forse perché ubriachi.
La colonna “tollense” si diresse allora verso nord utilizzando un sentiero ancora abbastanza integro dentro al bosco della località foresta ***, un sentiero che li portava lontano dal luogo ove eran diretti per soccorrere confratelli e rustici.
La strada correva dentro al rigoglioso bosco misto di castagni selvatici e querce.
Una grande boscaglia dove, a tratti, gli alberi erano stati bruciati dal fuoco appiccato dai contadini per ottenere radure da coltivare.
Un luogo ove, qua e là, sorgevano piccoli agglomerati di povere capanne scampate alla furia delle intemperie.
E poi dove i re (piccoli corsi d’acqua che percorrevano la boscaglia; i rii o rivi) confluivano nel torrente Chiavenna sorgeva una grande corte del fisco regio, sul terrapieno…
Sembrava fosse deserta, forse abbandonata, anche se verosimilmente i soldati di mercede o i predoni (dediti allo sciacallaggio) non si erano ancora fatti vedere da quelle parti. Ma lo stesso gli abitanti avevano ritenuto prudente abbandonare le proprie case e la grande corte.
«Tra poco dovrebbe esserci un altro guado, accanto alla pieve, non so quanto lontana, e non ricordo neanche come accidenti si chiami (era la pieve di Fontana di Teodorico, ora Fontana Fredda)- disse uno dei frati – dovremmo aver quasi raggiunto la Via consolare, non ci resta che continuare attraverso questa boscaglia».
Facendosi strada tra i rami bassi, le radure, l’acquitrino, le paludi, la colonna tollense proseguì per un buon tratto finché non incrociarono quella pieve e la strada che portava verso Piacenza. Guadarono agevolmente e seguirono, a distanza e in senso opposto, la consolare medesima tenendosi sempre al riparo degli alberi e delle siepi. E dopo circa sei miglia, avanzando nel letto, fattosi larghissimo, dell’Arda, tra acquitrini e lagoni alluvionali, ritrovarono la via dell’alta pianura sulla sponda destra del torrente medesimo.
E la desolazione era tanta in quel pomeriggio tardo, mentre le ombre si allungavano e la colonna dei frati stava per raggiungere Lusurasco e la sua chiesa sull’alta pianura…
Dal muretto che delimitava la chiesa, ancora piccola ma forse già dedicata a San Colombano, sbucò un monaco anzianotto con un saio nero, lercio e tribolato; lo accompagnavano una ragazzina con la madre, sporche e impaurite.
E quel religioso scrutava la colonna con diffidenza ma anche con speranza.
«Pax vobiscum! Veniamo in pace, siamo dell’abbazia» esclamarono in tono amichevole «pax vobis…» rispose il monaca più rilassato «Sono Gervasio».

Solo la chiesa era rimasta in parte integra mentre attorno la valle era stata travolta dall’alluvione e dalla successiva predazione degli “sciacalli”.
«Ero là, ho visto tutto. Sono arrivati ieri e hanno preso il bestiame e le donne. I nostri rustici superstiti delle alluvioni allora si sono ribellati e…» e il pianto sopravvenne, e smorzò la parola…
Poi l’anziano Gervasio proseguì «…I soldati non ci hanno più visto! Hanno cominciato a uccidere tutti e, nella gran confusione, siamo scappati…e loro hanno dato fuoco alla chiesa ma poi ha ripreso la pioggia forte…chi ha potuto è corso a rifugiarsi nella boscaglia e hanno atteso che facesse buio, poi la marmaglia se n’è andata…».
E nel mentre il racconto si faceva sempre più dettagliato nel cielo i corvi ancora volteggiavano in cerca di prede, di cadaveri da spolpare, e la sera lentamente calava sulla valle dell’Arda.
Mancavano forse una manciata di minuti al tramonto e gli animali al seguito ebbero una carruba, e furono lasciati un poco a pascolar nel cortile.

Ma questi uomini non si sentivano in pace, avvertivano l’atmosfera cupa del disastro, della furia distruttrice, e il terrore per gli sciacalli umani che si aggiravano da giorni per quelle tristi lande desolate.
E infine furono tutti, animali compresi, nel chiuso delle mura della chiesa e pregarono….
E al termine l’abate tirò fuori dalla bisaccia un intero cartoccio di mele secche, l’unica nota dolce di quel tribolato giorno.

La notte sopraggiunse, e dalle tenebre, lentamente, riemersero i pochi abitanti rimasti in vita. E anch’essi raccontarono delle acque travolgenti, delle perdite umane, della furia della natura, della devastazione dei campi e dell’imprevista calata dei predoni.

E, lentamente, la vita di quella sparuta comunità riprese.
Le donne e gli uomini si votarono alla ricostruzione, alla nuova semina, alla raccolta del salvabile e alla preghiera “Pater Noster qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.…e il tuo amore riempia sempre i nostri petti…”*
E la vita di quei secoli continuò tra alti e bassi, tra guerre e carestie, tra clima inclemente e alluvione, tra fede e ricostruzione.

(Fine dell’undicesima puntata “I racconti del monte Moria”)
La storia romanzata da Sergio Efosi© (bozza non corretta)

NOTE
*Alcuino, monaco nell’alto medioevo (ripreso da V.Fumagalli)
** tra secoli V e IX si verificarono notevoli cambiamenti climatici, a tratti sconvolgenti…i cronisti contemporanei ci raccontano del raffreddamento del clima, di una maggiore piovosità, di sconvolgenti alluvioni, di lunghi periodi di carestia.
*** la località esiste tuttora tra Vigostano e Doppi, ma non ha più l’antico aspetto forestale del medioevo; la vecchia “foresta regia” si estendeva da Sant’Antonio a Fontana Fredda (la vecchia Fontana di Teodorico) passando per San Protaso.

immagine del web- tratta da “LA SCUOLA DI ZIO GUSTAVO.WORDPRESS.COM”

Turismo, poco importa se …

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un gruppo di volontari escursionisti che opera in valdarda 

Spiace constatare quanto i pensieri espressi nel 2012 sul turismo, a distanza di 5 anni, siano ancora attuali, quanto non siano stati fatti passo avanti significativi.

Restringendo il solo pensiero alla mia Valdarda rilevo quanto ancora si scontrino due visioni pubbliche di sviluppo socio-economico; visioni molto discordanti e lontane tra di loro. Continua a leggere “Turismo, poco importa se …”

La vera storia della civilizzazione di Tolla…

selva-oscuraLe foreste tornavano a ricoprire la terra dove questa era di nuovo fertile e non ospitava la brughiera; e nelle bassure paludose della Padania, boschi, canneti e stagni si alternavano, si mescolavano e l’uomo si muoveva tra essi con piccole barche. Sulle groppe montane gli alberi erano altissimi, fitti, da farle sembrare grandi animali irsuti […] e scendevano a colmare le valli solcate da torrenti e fiumi ¹. Continua a leggere “La vera storia della civilizzazione di Tolla…”