(Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, escursionista e narratore*)
L’organizzazione della chiesa nel territorio della Val d’Arda procedette di pari passo con l’espansione del cristianesimo e con la formazione delle prime comunità cristiane.
Nella città di Piacenza, prima dell’invasione longobarda, era già attiva la Diocesi che, per approssimazioni successioni, si sviluppò in seguito anche nelle campagne e nell’Appennino, creando le grandi “parrocchie” rurali plebane (o pievane).
L’arciprete era il capo del clero plebano, era soggetto al vescovo e partecipava alle assemblee diocesane; con il “suo” clero amministrava il battesimo, la sepoltura dei morti e altre funzioni non meno rilevanti, tra i quali quello della predicazione del Vangelo e dell’assistenza a poveri, viandanti e pellegrini.
La chiesa pievana era, in poche parole, il cuore della comunità locale presso la quale si svolgevano le più importanti funzioni legate alle festività cristiane, in primis quella del “patrono”.
Tutti gli abitanti della comunità plebana avevano il dovere di partecipare alle funzioni ed erano tenuti a corrispondere la decima che, con i beni terrieri della chiesa, costituivano il patrimonio della parrocchia.
In tal modo si garantivano il sostentamento del clero, l’assistenza ai poveri e ai pellegrini, la manutenzione della chiesa ecc. La chiesa plebana per esistere aveva bisogno di “governare” altre chiese (dette suffraganee, ovvero soggette alla pieve), di un territorio proprio e di una popolazione stabile.
Le chiese plebane, dunque, rivestivano una grande importanza per il territorio ed erano spesso costruite nei crocevia tra più direttrici di traffico (erano luoghi di importanti direttrici di traffico, per esempio, Fontana Fredda, San Martino in Olza, Vigoleno dove sorsero chiese pievane con strutture di assistenza, ecc.).
Della pieve di Castell’Arquato (l’attuale magnifica chiesa collegiata) sappiamo abbastanza dalla sua avvenuta ricostruzione partire dal 1122, ma pochissimo del suo periodo precedente (mancano approfondite ricerche archeologiche e c’è poca documentazione antica).
Vi è, a tal proposito, un interessante saggio, scritto da W. Montorsi, nel 2004 “Collegiata di Castell’Arquato” che tuttavia non chiarisce l’origine, la circoscrizione rurale iniziale e l’organizzazione che presiedeva quell’istituzione religiosa ecc.
Molti studiosi hanno stabilito esservi un certo legame fra la circoscrizione rurale, “il pagus”, e quella della pieve, una specie di continuità che starebbe alla base del consolidarsi della sua importanza istituzionale, in un’epoca di disfacimento imperiale. Per Castell’Arquato conta parecchio, per com’è documentato e scritto da valenti ricercatori storici, anche il periodo di formazione comunale.
Tuttavia, la teoria della continuità fra “pagus arquatese” e “pieve arquatese”, per quanto in mia conoscenza, non trova ancora sufficienti approfondimenti; le cose più interessanti provengono dagli studi di una valente ricercatrice universitaria del nostro territorio piacentino che si è soffermata sulla questione dell’origine delle chiese plebane locali prendendo in esame le vicende delle pievi rurali dall’età longobarda a quella comunale.
La storia dimostra che quella di Castell’Arquato, fu senza ombra di dubbio, una delle chiese plebane più importanti della diocesi, fin dai tempi della “caduta” dell’Impero d’Occidente. Il suo campanile svettava sul colle ben prima della rocca merlata, ma verosimilmente successiva alla chiesa plebana ubicata nel crocevia di Fontana Fredda, sulla consolare Via Emilia.
Accanto alle chiese pievane, c’erano gli ospitali o le case religiose per l’assistenza ai poveri e ai viandanti; il suo territorio era al centro delle tante direttrici di pellegrinaggio che portavano a Roma attraversando l’Appennino.
*note e considerazioni personali riprese da “Cadeo, dalla Via Emilia all’accoglienza” di Efosi, Morlacchini, Piazza

