Terme di Bacedasco, cronaca lieve di una speranza perduta …

ICONA VALDARDA HISTORY-3 (trascinato)LE TERME DI BACEDASCO, AL TERMI AD BAZASCdi Sergio Efosi
Qualche anno fa al Palio della Zobia di Fiorenzuola gli amici di Cortina di Alseno rappresentarono “al termi ad bazasc”, ovvero le Terme di Bacedasco.

Ironizzarono, e giustamente, su una promessa mancata.

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Terme di Bacedasco, nel 2017, qualcuno ha ripristinato la fonte di san Lorenzo…

Ricordarono, se pur scherzosamente, quelle terme che tanta parte ebbero nella storia locale degli anni 60-80 del secolo scorso.

Nella memoria collettiva quelle resteranno per molti anni ancora le Terme più grandi che mai si erano viste a Piacenza.
Le fonti appartengono al territorio agrario confinante tra le due “rivalissime” (nei secoli scorsi) frazioni arquatesi di San Lorenzo e Bacedasco Alto, fin dalla loro scoperta dopo la metà del 1800.

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Terme di Bacedasco nel 2017, alcune delle fonti…

La fonte principale, la prima, quella che affiorava quasi naturalmente, era sul confine tra i due paesi a margine del rio acqua puzza, un nome un programma, e si raggiungeva dalla strada per i frati (Villa Alberoni di San Lorenzo), scendendo nella valle del rio citato per circa 300 metri tra boschi di robinia, salici, sambuchi e pioppi selvatici; e tutt’intorno si estendevano campi e vigneti che producevano uve finissime per ottenere quel vino bianco frizzante che da queste parti han sempre definito “champagne”, pronunciato alla maniera contadina sampagn…(ovvero il Monterosso Valdarda doc).
E poi boschi secolari grandissimi, dedicati a Santa Franca (1175-1218) che da queste parti si sarebbe riposata nel corso di un “viaggio meditativo”; boschi antichi, rimasugli di quelli planiziali che ricoprivano l’intera pianura del Po e le prime basse colline delle valli, con tratti misteriosi con calanchi, canyon, zone geologiche del Piacenziano, corsi d’acqua, animali selvatici e pochi insediamenti umani…

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Sul finire degli anni 50 del secolo scorso non c’erano le “terme”, non c’era nulla al di fuori delle macerie di una precedente costruzione termale e una piccola fontanella nascosta tra i rovi, dalla quale sgorgava, per affioramento naturale, l’acqua püsa ad san lurenz che produceva, a contatto con l’aria, quel “fango” miracolistico per la cura delle malattie della pelle dei bambini(psoriasi) e dell’apparato genitale femminile e non solo… Luogo quest’ultimo che i ragazzi dei paesi limitrofi raggiungevano in bicicletta per andar a bere l’acqua che puzza, perché “faceva bene”, e per riportarne a casa un bottiglione per la famiglia. Acqua sulfurea, salsa, puzzolente e ottima, come si accennava, per la salute (come confermarono ricerche compiute da importanti medici tra i quali mi piace ricordare i nostri Lorenzo Braibanti, Vittorio Epifani e Ferriuccio Ceriati).

2017-02-07-terme bacedasco-6IMG_2815-Modifica-ModificaNei primi anni sessanta del secolo scorso, da parte di una neonata società delle Terme (che si riuniva al piano terra del vecchio ospedale civile della città di Fiorenzuola d’Arda), venne eretto un nuovo stabilimento per le cure, subito frequentatissimo, anche per “l’originale” allestimento dei padiglioni termali.
Al principio, da Fiorenzuola, passando per Castell’Arquato e altri paesini, si potevano raggiungere le terme con la corriera privata di puciga, il sig. Manzi, gentilissimo e premuroso con tutti i suoi passeggeri. Ricordo bene come nei mesi di maggio (nel weekend) e giugno, dopo le scuole, la corriera fosse piena di ragazzi, mamme e nonne…
E poi venne il trenino…e per noi ragazzi più che un parco termale, quello sembrò diventare una sorta di Gardaland ante litteram, con il treno a scartamento ridotto, con i vagoni panoramici, che prelevava i visitatori dalla stazione d’ingresso di Cortina e dopo un paio di km li “scaricava” alla stazione di arrivo nel cuore delle terme, dov’era stato allestito un gran campo giochi, uno spazio per giocare al pallone (quante partite!) e c’era il bar con la televisione che alle 17,30 trasmetteva la TV dei ragazzi, Rin Tin Tin, Stanlio e Ollio, Yoghi, Yvanhoe, ecc…); e c’erano i negozi e un gran numero di fonti disseminate nel parco con l’acqua puzza: Ipogea, Ipergea, Pliocenica, San Lorenzo, Fedelina, Piazzale, Alberoniana, Amussia, Korneriana, ecc…

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Terme di Bacedasco, una vecchia cartolina degli anni 70 del secolo scorso

Ricordo, me lo riferiva mio padre quando faceva le cure, un ottimo staff medico e assistenziale, buoni i servizi, la ricettività, l’accoglienza ristorativa, il negozio dei gadget (ma al tempo questa parola non la sapevamo neppure pronunciare).

Poi il colpo di genio con nuovi progetti: il campo da golf a 18 buche, il nuovo parco naturalistico nel vasto bosco di Santa Franca, il mini villaggio delle “dacie”(*). Un sogno che durò poco, troppo poco; e infatti, in poco tempo si passò dal progetto al declino (che ora è totale e irreversibile rovina).

Speculazioni, errori gestionali? Chissà, difficile comprendere(**).

In diverse occasioni, negli ultimi 30 anni, quasi a ogni cambio di amministrazione comunale di Castell’Arquato si parla di rilancio, di nuovi investimenti e di rimozione delle macerie.
Tante macerie e piccole (piccole?) discariche sparpagliate un po’ ovunque dove una volta c’era il parco termale; e i rifiuti crescono, e son veramente troppi, e credo anche pericolosi per l’ambiente.
Ma intanto non succede altro…tutto è fermo, alle mercé del degrado.
Ora però si dice (leggi qui le dichiarazioni del sindaco di Castell’Arquato!) che vi è un progetto di rilancio che prevede, tra le altre cose, lo sgombero delle macerie di quei ruderi costruiti tra la Casa Matta e il campo del golf, nuovi investimenti termali e il recupero del bosco di Santa Franca per usi escursionistici , ecc…

Quello che sinceramente non ho capito, ma forse occorrerebbe legger le carte del nuovo progetto che non ho,  è il fine complessivo del progetto stesso: termale, residenziale, ricreativo? Chissà!

In ogni caso le notizie positive sono sempre benvenute.

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Terme di Bacedasco, nel 2017, l’ingresso alla grotta delle fonti ipogea e ipergea

Molti di noi valdardesi, arquatesi, alsenesi e non solo, ricordano i ristoranti-pizzerie, i bar, il ballabile, dentro e fuori dal “recinto”, perennemente pieni di gente…e quel trenino.

Molti ricordano gli spettacoli musicali, i grandi artisti, le esposizioni pittoriche…
Qualcuno rammenta quando circolava la voce che avrebbero realizzato un parco unitario da Cortina a Monterosso; un polmone verde per la cura della salate e il tempo libero, con campo da golf, i padiglioni di cura, i villaggi residenziali e i boschi da percorrere a piedi e a cavallo.
E quel trenino, per il quale avevano già tracciato il percorso fino alla fontana di Santa Franca, avrebbe unificato tutto questo grande spazio.
Qualcuno ricorda le migliaia di famiglie e giovani che, dalla primavera all’autunno, passavano la domenica (e i festivi) a fare pic nic nel parco dalla mattina alla sera…
Chi giocava al pallone, chi riposava all’ombra delle rigogliose piante, chi passeggiava per vialetti e fontane per bere acqua puzza, ecc…

In pratica una delle più grandi occasioni perdute per il sistema turistico della Valdarda e per Piacenza; occasione di lavoro svanita nel lieve svolgere di pochi anni.

Ora di tutto quello che c’era funziona (credo ottimamente) il solo complesso del golf, mentre il parco termale è devastato.
Il bosco di San Lorenzo, quello di Santa Franca, è parecchio malandato, degradato ma si potrebbe facilmente recuperare per una funzione naturalistica escursionistica.
Il comune di Castell’Arquato, risorse finanziarie permettendo, da tempo tenta di metter mano alla sistemazione di tale importante menzionato bosco antico (**), museo della natura e della geologia, e anche della civiltà contadina più antica, a due passi dal magnifico borgo di Castell’Arquato.

Quel bosco è attraversato da antichi sentieri e dalla vecchia strada che congiungeva San Lorenzo con Martani e recentemente un gruppo di camminatori locali, raggruppati attorno all’associazione “Via dei Monasteri Regi”,  ha tracciato  un percorso escursionistico denominato “Cammino di Santa Franca “, due percorsi di 6/8 km da percorrere a piedi, in bici e a cavallo. Adatto a tutti, percorribile sempre con partenza e arrivo a San Lorenzo. Ma qui di lavoro da fare ve ne sarebbe ancora parecchio…

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Terme di Bacedasco, nel 2017, il padiglione termale

E le terme? Che fare con questo patrimonio naturale?
In breve…
Il termalismo, inteso come cura tradizionale, è in crisi anche a Salsomaggiore, Fiuggi, Chianciano…che pure vantano molta storia e tanta tradizione internazionale.
Quindi non facciamoci tante illusioni…
Chi ha tanti soldi da investire li porterebbe a Bacedasco? Oppure a Ischia, In Trentino, in Toscana, ove le terme sono veicolate dal prodotto principe di quelle aree come il mare, le Dolomiti, le grandi città d’arte…?
Forse per Bacedasco, dico forse, ribaltando o “pensando al contrario”, in maniera poco convenzionale si potrebbe ottenere qualche risultato.
Credo che la nuova proprietà e i suoi consulenti sapranno cosa vogliono…
Le  mie sono considerazioni appartengono al mondo dei ricordi, dei tanti che conservo e che un giorno…

(BOZZA NON CORRETTA)

NOTE E COMMENTI
(*) La ” gente locale ” restò impressionata dal fatto che, i gestori del tempo, invece di fare “casette turistiche di cemento” allestirono piccoli nuclei di mini dacie in legno, una soluzione originale che non “sporcava” la natura. Si trattò di una genialata, non compresa, avviata in tempi sbagliati e ferocemente combattuta dai mattonari e dai loro amici. La soluzione andava incontro invece alla necessità di procedere con residenze a basso impatto ambientale per non snaturare un bel luogo dove si curava la qualità della vita e dove non si disdegnava anche una giusta dose di divertimento.
(**) di sicurò non mancò la mano speculativa che realizzo, tra le altre cose, quello pseudo albergo-padiglione termale tra campo da golf e la Casa matta e poi un gruppo di villette a schiera perennemente in vendita.
(***) relativamente al bosco e alla cappelletta di Santa Franca ho pubblicato un lungo articolo sulla rivista “Quaderni della Valtolla” n°15.

ALTRE NOTIZIE  (clicca sul link)

Dalla pagina di Libertà di agosto 2017

Pagina di facebook dedicata

Pagine web dedicate 

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Terme di Bacedasco, nel 2017, la facciata del ristorante esperanto 

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6 pensieri su “Terme di Bacedasco, cronaca lieve di una speranza perduta …

  1. 1970 ero un rappresentante di vini e liquori, l’Esperanto era mio cliente, ricordo che Gene Gnocchi era il figlio della titolare e all’inizio della sua carriera. Così come ricordo il paio di dacie russe in legno , agente di vendita il padre di Gene. Si trovavano in uno spiazzo della strada Alseno- Cortina

  2. Caro Sergio,
    Tanti sono i ricordi che mi legano alle terme di Bacedasco e al bosco di Santa Franca! Lì i miei primi guadagni veri. L’acuapussa che, in bici, portavo a casa per le famiglie vicine. Sei bottiglioni in due grandi sporte di paglia poste bel bilanciate sul manubrio, anche se il peso di dieci kilogrammi destabilizza pericolosamente il controllo del mezzo. Non dimentichiamo poi la velocità che veniva impressa nella lunga discesa, praticamente un enorme piano inclinato sul quale agivano le forze del mio peso, della bici, dei sei bottiglioni distanziati dalla paglia per evitarne il controllo. Ancora non avevo nozioni di fisica concernenti i fattori della forza di gravità ed il concetto di velocità applicato al piano inclinato. Esempio chiaro e lampante quando mi venne spiegata la teoria in quanto la pratica gjà l’avevo messa in pratica da ragazzino. Avevo esperimentato anche il piano inclinato al contrario. La salita con pesi. Le salite, senza pesi, pur pedalando in piedi, riuscivo a superarle. Con i sei bottiglioni mi era praticamente impossibile! Per la salita più impervia toglievo le due sporte dalla bici e a piedi le portavo sino in cima, oppure con non poca fatica, spingere bici e il suo carico. Legai in maniera indissolubile quella mia lezione di fisica alla mia prima vera fonte di guadagno. Dieci lire a bottiglione valevano quattro cioccolatini, quelli con le figurine di Caccia grossa. di Pesca subacquea e le più amate di Epopea indiana. Per tutto il periodo delle vacanze compivo anche due viaggi al giorno, allargando l’areale di “vendita” alle altre due vie del paese, servendo anche famiglie della campagna circostante. Mi sentivo economicamente indipendentemente, in quanto ero autonomo nel concedermi il ghiacciolo o un cioccolatino da mangiare col pane a merenda. Qualche mamma mi allungava qualche dieci lire in più, vista la mia continuità di servizio.
    E così praticai il commercio dell’ acuapussa per almeno tre o quattro anni delle elementari.
    I boschi vicino a noi, ma il più accessibile fu quello di Santa Franca, furono la seconda fonte di guadagno e di divertimento. Le castagne e le prime amichette, più da grandicello, che accettavano di addentrarsi soli nel bosco, allontanandosi quel tanto, con la scusa che là, vicino a quella pianta c’ erano più castagne e bastava per guadagnarsi quel tanto di distanza per eclissarvi alla vista di amici e sorelle. I primi baci e carezze ardite ara l’ambiente boschivo a regalarle. Di certo che era solamente per qualche manciata di minuti, dopo di che seguivano richiami per rientrare nei ranghi. Il “non dire niente” di lei sempre fu rispettato, forse tradito dal suo stesso rossore in viso, scusa poi motivata dal “c’era molta afa là in fondo…”.
    Insieme poi si ritornava a casa con il nostro raccolto.
    Questo accadeva generalmente nel pomeriggio.
    Preferivo andare nei boschi alla mattina di buon’ ora per garantirmi miglior raccolta di castagne. Trovavo i boschi a volte ovattati di leggera nebbiolina che arrivava stranamente a poco più di un metro dal suolo, donando un che di magico e misterioso tutt’ attorno, in un silenzio rotto solo dal fruscìo dei mie passi sull’erba madida. Anche le castagne che raccoglievo erano umide e lucenti e profumavano di muschio, di foglie secche in macerazione, di altre non facili fragranze a spiegarsi, dove pur con sentori diversi, tutte erano accomunate dall’ odor di bosco nelle mille sue sfumature che cambiavano all’olfatto in continuazione a seconda dei luoghi, della vegetazione e al variar delle ore. Il bosco era un felice laboratorio chimico dove un mago invisibile sperimentava essenze magiche, pozioni miracolose e afrodisiaci filtri d’amore.
    In questi luoghi mi perdevo solo in senso eufemistico, mi perdevo ritrovandomi intimamente, lasciando che i miei pensieri sondassero il mio io pervaso di dubbi, di incertezze ma anche di certezze per il mio futuro. Il bosco è stato il mio solo confessionale riconosciuto al quale non ho mai mentito e dal quale mai ricevetti penitenze, men che meno punizioni, ma ampie soddisfazioni e gratificazioni.
    Anche asssort0 dai miei esistenziali pensieri avevo l’occhio vigilie e la mano lesta nel vedere e raccogliere il prezioso frutto, a riempire parzialmente il sacco da frumento in quanto stava la comodità nel portarlo sulle spalle alla guisa di scialle. Il carico, anche di quaranta o cinquanta chili, si ripartiva equamente e si adagiava persino sull’esterno delle braccia.
    Sostanzialmente venivi abbracciato da quella porzione di bosco che portavi con te.
    Ancora la fidata bicicletta mi aiutava a portare a casa il buon raccolto, che per poche ore restava tuo. Nel pomeriggio passava chi te le comprava. Ero compiaciuto per quattro soldi, ma allo stesso tempo rattristato dell’essermi privato delle mie castagn0. Non vedevo l’ora, nel giorno dopo, di immergermi nuovamente nei miei boschi per un nuovo raccolto.
    Così giorno dopo giorno il raccolto totale si traduceva addirittura in più decine di quintali.
    Imparai che portando direttamente ogni giorno il raccolto al negozio della figlia della mia maestra, il guadagno era di gran lunga superiore. Arrivavo con grande soddisfazione a Fiorenzuola in bicicletta con il sacco ripartito sulla canna e dovevo pedalare a gambe divaricate.
    Giunto al negozio mi trovavo nella condizione di non riuscire quasi a camminare e quando ci riuscivo mi sembrava di essere una papera. Era il tempo delle medie e per acquistare i numerosi libri utilizzavo quanto in parte avevo guadagnato con la vendita delle castagne, salvo quanto avevo lasciato a mia madre e quel poco che trattenevo per le giostre che nel mese a venire sarebbero arrivate per la Fiera di San Fiorenzo.

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