Cresce l’interesse per i monti Menegosa, Lama e…

(Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, escursionista e narratore).

PUBBLICATO CON FOTO SULLA PAGINA FB DEL BLOG IL 22.08.19
Solo pochi mesi fa gli alti monti della Val d’Arda erano, per lo più, conosciuti ai soli appassionati di escursioni e ai locali. 
Da un po’ di tempo la loro straordinaria bellezza, la favorevole posizione, la facilità di accesso ha iniziato a piacere anche bel oltre Piacenza…
Mai come in questi mesi ho incontrato sulla vetta del Menegosa e del Lama, o nei dintorni dal Groppo di Gora al Colle Castellaccio, tanti escursionisti affascinati dalla magnificenza di questi monti, dai suoi grandi boschi di faggio e roverella che si attraversano per raggiungere le vette, per ammirare tutto… ma proprio tutto l’arco appenninico più bello del nord dell’Italia. 
E allora dal Lama o dal Menegosa non possono sfuggire (se la giornata è tersa) la sottostante Val d’Arda, la pianura padana, l’arco prealpino da Brescia a Bergamo fino alle cime del Monte Baldo; e ancora non si possono non vedere e riconoscere distintamente, tra terra e cielo in un rimando continuo di orizzonti, la cima dell’Alfeo, la Camulara (da qui si vede benissimo tutto “l’Arco” di questo importante residuo glaciale), il Ragola, il Megna, il Monte Penna, una delle montagne sacre dei nostri avi antichi, i poco conosciuti e indomiti “Ligures”, il Carameto, la Rocca dei Casali, la più importante falesia calcarea dell’Appennino Emiliano occidentale e poi Groppallo, il monte Aserei, un tempo il più vasto e produttivo pascolo del nostro amato Appennino e tanto altro ancora.
TUTTO DIPENDE DA…
L’elenco delle viste panoramiche mozzafiato a 360 gradi potrebbe esser molto più esteso, tuttavia questo è più che sufficiente per spiegare un “fenomeno panoramico”, di così tanta e ampia portata. 
Tutto dipende, infatti, dalla posizione geografica di queste due cime, notevolmente arretrate rispetto alle più alte vette del crinale appenninico piacentino che si collocano più a sud, sud-est, sud-ovest o a nord. Una posizione, dunque, davvero invidiabile per osservare e ammirare… 
Ma l’interesse non è solo questo. 
Questi poco conosciuti e medi Appennini valdardesi, con le loro sommità Menegosa e Lama, che non superano i 1400 metri in vetta, nascondono tesori naturalistici e storici ancora da esplorare. 
Per tutte rammentiamo: i laghi naturali del Gallo e del Rudo, le vette della Rocca dei Casali (anche in questo caso con scorci panoramici davvero stupefacenti), Santa Franca e i suoi dintorni, le cascate di Taverne, il tratto dell’Arda tra Pedina e Sperongia…
Il solo, esteso, Monte Lama, facilmente percorribile con ampi e sinuosi sentieri, tra boschetti, radure e pascoli (con ampia presenza, dalla primavera all’autunno, di cavalli bardigiana), riserva affioramenti di diaspro rosso che in primavera e autunno favoriscono una “colorazione” stupefacente di vaste aree dell’altopiano; e sono un chiaro segnale dell’antica origine di questi monti, ex aree marine del golfo padano. Il diaspro è una pietra dura, compatta, rossastra, usata dall’uomo antico per realizzare i suoi “utensili”; una pietra le cui “lame” sprofondano nelle viscere della terra, laddove è custodita l’origine più segreta del mondo.
IN ALTRE PAROLE…
In altre parole: il diaspro rosso sta al Monte Lama come l’ofiolite verdastra e scura sta al Monte Menegosa.
Ma è proprio quest’ultimo monte a suscitare, in me, l’emozione più grande, i sentimenti di pace con la nostra meravigliosa madre terra; qui seduti o sdraiati sulle cime spoglie, rocciose, a tratti erbose del Menegosa, dalle incomparabili viste panoramiche, è facile cadere in “trance”, perdersi e passare al sogno tra cieli azzurri e infinito. 
“Veniamo da Varese e abbiamo affittato una casa per scoprire questi monti… ce lo hanno raccomandato amici che lo scorso anno hanno fatto questa esperienza”.
“Veniamo da Milano, da Cremona, da Fidenza per ammirare la bellezza di questi monti…”. 
Questo è ciò che capita girando per questi monti, dove per la prima volta passano tanti escursionisti…
In pratica i monti Lama e Menegosa, e l’intero loro sistema naturalistico, piacciono perché riservano giorni di attente visite, con tante gradevoli sorprese.
Piace la rete sentieristica che si estende per circa 180 km e che parte da Santa Franca, Morfasso, Monastero, Rusteghini e Teruzzi; piace perché e ben segnalata in vari punti del territorio morfassino e raccolta nella guida tascabile “Sentieri di Morfasso”.
E se l’alta valle riserva un “cuore di pietra”, il resto è verde, vita e bellezza.
Provare per credere.
Ps: a Morfasso e dintorni non mancano alloggi, trattorie, bar e negozi alimentari.

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Lettera aperta sul buon cibo delle ostesse di San Lorenzo e non solo…

Lettera aperta sul buon cibo delle ostesse di san Lorenzo e non solo…
(Scritto da Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, escursionista e narratore).

In questi ultimi anni ho parlato spesso, del resto come tanti, di cibo, di chef, di cuoche e del gusto.
Con questo non voglio assolutamente asserire di essere un esperto, un intenditore o quello che vi pare; mi considero come tanti un consumatore goloso che frequenta osterie, trattorie, ristoranti e botteghe.
Leggo libri e seguo social che parlano anche di cibo e vino.
Mi piace molto camminare ma alla fine amo anche parecchio sedermi a tavola con gli amici di escursione e approfittare del buon cibo piacentino.
Nel mio caso, ogni pretesto è buono pur di metterci in mezzo il cibo e tutto quello che gli gira attorno.
Con questo breve articolo voglio rendere onore a coloro che, a mio parere, hanno fatto grande la “ristorazione ” nella mia valle, in Val d’Arda.
Il minimo spazio social non mi permette di parlar di tutto ma non voglio nemmeno parlare di tutti.
Per trattare questo argomento farò diversi “scarti nel tempo”, passando dall’oggi alla metà del secolo scorso e viceversa, una specie di zigzag nel tempo…
Preciso subito, prima di procedere, che la cucina delle nonne e delle mamme non l’ha ancora, ovviamente…,  superata nessuno.

Così, liberato questo pensiero, posso mettermi a parlare di quelle donne, ma anche quegli uomini, che sapevano cucinare pietanze ancora oggi presenti sulle nostre tavole.
Ci fu un periodo di confusione, tra la fine degli anni 70 del secolo scorso e il duemila quando molti operatori della ristorazione locale sembrò volessero “suicidare” la tradizione culinaria piacentina più autentica, buttando a mare un patrimonio di storia culinaria di gran valore e apprezzamento. Per fortuna i consumatori, il tempo e il ripensamento dei migliori, a mare buttò la cucina senza sapori, senza anima, senza legame originale con il territorio…

LE CUOCHE… Le cuoche che ricordo erano anche ostesse, visto che le osterie e le trattorie erano quasi tutte a conduzione familiare.
Per riuscire a guadagnare qualche soldo in più, prestavano servizio nelle cucine delle loro osterie e tanti ricordano, per esempio, che a San Lorenzo in entrambe le osterie si mangiava parecchio bene. Da Graziella e da Angela, che con i rispettivi mariti gestivano l’osteria vecchia e quella nuova, dove si mangiava davvero genuino e in maniera speciale. Ricordo anolini (anvei) alla maniera arquatese fatti rigorosamente a mano e cotti nel delizioso brodo di terza, il lesso misto di “puliaia e mänz” che comprendeva, tra gli altri il cappone, la gallina e spesso la lingua di bovino; indimenticabili le portate di arrosti misti “arost ad pulaia”, di razzolanti volatili del cortile che mangiavano frumento, melica, pastone di erbe e “rumla” e tutto quello che capitava, dai vermicciattoli scovati nell’orto allo scarto delle verdure e delle patate.

E il vino? Robusto, rosso, frizzante…spumoso naturale; prodotto con uve delle colline della Val d’Arda e dintorni.
Ricordo queste famiglie di osti con figli e spesso nonni che davano una mano, i sabati, le domeniche e le feste comandate di gran lavoro… estati festaiole, sagre indimenticabili con la balera, il calcinculo, la funzione religiosa, il pranzo comunitario.
Niente famiglie agiate e altolocate, solo gran lavoratori e lavoratrici, direi instancabili e anche indimenticabili dai loro numerosissimi clienti che arrivavano puntuali, in ogni stagione, dal milanese al cremonese, dal fiorenzuolano al fidentino al salsese.
Tutti a San Lorenzo per mangiare due fette di coppa e salame buono, una porzione ricca di lasagne, i tortelli (che qui erano detti i “maifatt”, tortelli quadrati messi a strati nella zuppiera con il sugo al burro o al pomodoro, con il burro fuso della Ca’ Matta e il formaggio grana…).
Fatti così i tortelli-malfatti chi li ricorda ancora? Dove mai si cucinano ancora queste “ghiottonerie campagnole” ora che le nonne e gran parte delle mamme della mia generazione sono emigrate in Paradiso?

anolini natalizi della valdarda(preparazione)

CASTELLO… Ma pure a Castello che era più “nobile” non si disdegnava la buona cucina; e pure con con qualche tocco di gran classe.
Se lo ricordano bene gli avventori della Taverna del Falconiere, in quella spettacolare location sotto alla Torre Viscontea per un certo periodo diretto da chef (con mogli-cuoche a volte anche più brave dei maschi) che fecero la fortuna del locale.
E se lo ricordano bene gli avventori del “Lido”, il ristorante con annessa la prima piscina di tutta la valle. Ricordano tutti il bue alla spiedo cotto da Arturo, la sua straordinaria abilità di intrattenitore e innovatore al tempo stesso.

Questa appena sommariamente rammentata fu, senza dubbio, la più grande epopea del gusto celebrata in Valdarda.

Ma i maestri fanno scuola e poi, o durante,  quello stesso fortunato periodo, emersero Franco della Rocca e Ottavio dello “Stradi” (che sta per Stradivarius), si confermarono Faccini di Sant’Antonio e il Turista di Vigolo Marchese.
E questo, giusto per star in zona, nella Val d’Arda di Castell’Arquato,  perché altrimenti dovrei parlar, e bene, di Luigi del Botteghino, della Taverna di Vigoleno, della trattoria Solari a Trinità, della Torretta di Chiavenna e della indimenticabile Pia di Vernasca.
Per farla breve mi basta dire che in questi luoghi molti di noi hanno passato momenti conviviali davvero indimenticabili; mi basta accennare ancora al bue allo spiedo cotto davanti a tutti noi, per giorni e giorni nel piazzale del Lido, da quel gran maestro che era Arturo Granelli, o quelle belle serate di mezza stagione trascorse in nel ristorante-discoteca da Ottavio allo “Stradi”.

Lo confesso…ho gran nostalgia di quei piatti di portata stracolmi di arrosti di “pulaia” nostrana serviti dalle “Ostesse di San Lorenzo” …
Ma una cosa mi consola, una cosa non è cambiata, anzi…
A Castell’Arquato si mangiano sempre ottimi tortelli con ricotta e spinaci, pisarei e fasö e si beve anche meglio, con quei magnifici e storici vini che rispondono al nome di Gutturnio, il rubino più importante della valle e il Monterosso Val d’Arda, il miglior bianco frizzante naturale…(naturale!) che mai sia stato prodotto nel piacentino.

L’anello del Falcone, del Giogo e del Salame


img_3096L’anello del Falcone, del Giogo e del Salame
(con fotografie e tracciato)

Scritto da Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, blogger escursionista e narratore

In questi giorni di post Epifania, fin che le condizioni climatiche lo consentono, si possono fare delle belle escursioni sui “piccoli monti” della Val d’Arda oppure…abbandonarsi al riposo malinconicamente depressivo dell’ozio non creativo.

Naturalmente ho scelto la prima soluzione.

La scusa, l’esca, erano i luoghi particolarmente belli da rivedere e un pranzo al sacco con Gutturnio, salame DOP di Piacenza, torta di patate e dolcetti vari.

2019-01-13-monte giogo1-img_4149Con Anna, Annalisa, Carina, Ornella, Rosanna, Fausto, Furio e Pinuccio son partito da Castell’Arquato, scarponi e zaino in spalla diretto alla cima più alta della collina che separa le valli dell’Arda con quella del torrente Chiavenna.

Per farlo occorre superare il Cristo di Castell’Arquato, puntare a sud verso gli Zilioli, seguendo la strada che s’inerpica lentamente verso l’Appennino e continuare per qualche km fino a intravvedere la prima cresta del Monte Falcone.

E qui viene il bello…

2019-01-12-monte giogo1-img_4156Si può seguire la strada (bianca) a destra oppure tirar diritto verso la cima del monte Padova.

Diciamo subito che la distanza da percorrere per raggiungere l’attacco all’ultima salita del monte Giogo è, metro più metro meno, la medesima.

A destra si segue una carraia per poche centinaia di metri e poi si entra nel sentiero del bosco a sinistra, un percorso anche per MtB, fino a transitare nella zona delle vecchie grotte tufacee, superarla e ricongiungersi con l’altra strada che invece al primo bivio “tirava diritto…” valicando il monte Padova.

Di fatto ci si ritrova, nell’un caso e nell’altro, nella sella tra i monti.

Nel tragitto il Corbezzolo con i frutti maturi, il Calicandro precoce, il fiore profumato dell’inverno, la piccola libreria del viandante della Cinghialina, le Camelie del monte Giogo, in piena fioritura, poche case, tante belle viste e, sulla costiera esposta a est le Viole selvatiche già in piena fioritura, segno di un’anomala passata tarda stagione autunnale e anche di un inverno poco freddo…per ora.

Inevitabile transitare accanto alla casa di Angelo con i suoi asinelli e le vacche bianco-rosse per affrontare l’ultimo strappo del sentiero che, inerpicandosi più decisamente, conduce alla sommità del Giogo.

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Risalendo son superato da due ciclisti, due campioni di quelli veri, in allenamento, che salutano in acrobazia e se ne vanno.

Poi…ecco apparire sul sentiero il Beppe, il Beppe Lambri, con un “cannone” Canon a caccia di immagini da catturare; una gran bella sorpresa incontrare un fotografo di gran classe.

2019-01-13-montegiogo con beppe lambri1-img_4168Più avanti si scopre che “la grotta dei bambini” è ormai inagibile e che di essa non resta che il racconto fantasioso che insegna della nascita dei bambini di Lugagnano in tal grotta anziché “portati” dalla cicogna.

La strada è quindi quella sommitale che richiede attenzione per goder dei panorami più belli della valle.

img_3123E intanto Furio “libera” un pannello informativo della Riserva Geologica, uno dei pochissimi rimasti, dalle “rasse” e si prosegue fino all’area pic nic ai piedi del grande “crocione” sommitale.

È qui che la fiaschetta del Gutturnio viene in aiuto al pari del termo di caffè.

Sì perché da quassù il gusto del Gutturnio cambia, migliora, risente della mia immaginazione allucinogena da vino, del mio immaginario storico che torna alle ere geologiche milionarie dell’antico fondale dove “spiaggiarono” le balene e si aggirarono, in seguito, i rinoceronti e altre fiere fino all’obblio della nuova mutazione appenninica con la comparsa dell’uomo cacciatore, poi agricoltore…e ora escursionista e buongustaio.

2019-01-12-monte giogo1-img_4171E il cibo da quassù non trasuda solo storia, come il vino, ma contempla anche il piacere per le papille gustative.

La sosta al crocione ha dunque rafforzato l’immaginazione del viaggio che ora prosegue…

Il rientro è un vero capolavoro di panorami e di bellezza, di viste a strapiombo sulla Val Chiavenna fino a sbucare nuovamente nel sentiero della “sella” e far ritorno sul filo di costa dei calanchi più belli di tutta la provincia, sull’ampia Val d’Arda.

È qui che ci viene in soccorso il salame, quello Dop di Piacenza, perché camminare stanca ma aumenta l’appetito.

E così sul tavolone della veranda di Roberto, nella balconata baciata dal tiepido sole del primo pomeriggio, a quest’altezza tra i Monti Padova e Giogo, poco distante dalla strada del “Rio Martino”, abbiamo commesso il peccato…di gola. Quel salame evocato si è materializzato, estratto dalla bisaccia di Furio con “assa”, pane e coltellaccio Opinel di prima categoria, lungo come una mano, tagliente come un rasoio, quel che ci vuole per tagliar la fetta fina.

E ancora si materializza il Gutturnio dalle fiaschette e dalla bottiglia da sorseggiar con delizia tra salame, torte e caffè della “Peppina”…pardon della Carina.

Ma il viaggio non è finito e ripieghiamo sulla costa del Falcone per scendere alla Buttina, fino a sbucare nuovamente al Cristo, nel crocevia delle terre del Monterosso Val d’Arda, non prima di aver percorso suggestivi sentieri nella boscaglia e nelle ex aree agricole “gradonate” divenute boscaglia, attraversato vigneti e ammirato l’infinita geografia che si apre verso la pianura del Po che, nei giorni più limpidi, consente di gettar l’occhio lontano sulle grandi montagne.

Un giro di circa 16 km, collinare tra Castell’Arquato, Lugagnano V.A., i vigneti, la Riserva Geologica, a fil di calanchi. Un sentiero non segnalato e, per lunghi tratti, adatti ai soli escursionisti adulti…armati di volontà, allegria e buon cibo della tradizione piacentina, a partir dal salame DOP e dal Gutturnio (guarda il tracciato, clicca qui!).

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Giro dei laghi della Valtolla: diecimila passi per star bene…

Scritto da Sergio efosi Valtolla, fotoamatore, blogger, escursionista e narratore.

Diceva Tiziano Terzani che il fascino dei fiumi è forse in quel continuo passare rimanendo immutati, in quell’andare restando, in quel loro essere una sorta di rappresentazione fisica della storia…

Questo vale per ogni corso d’acqua naturale, dal torrente al torrentello, laghi compresi.

L’acqua in queste condizioni di natura ha sempre esercitato in me un certo fascino, i corsi d’acqua e i laghetti dell’Appennino in maniera particolare.

In Alta Val d’Arda vi sono due laghetti naturali, di cui ho parlato in “I LAGHI NATURALI DELLA VALDARDA” (clicca sul link) e altri creati dall’uomo, non meno belli.

Tutti piazzati nel bosco, quello che si estende tra Sperongia e il Monte Lama.

Tutti nel bacino dell’Arda, il torrente che alimenta il lago di Mignano, la più grande, famosa e “utile” delle riserve d’acqua piacentine.

Tornando ai laghetti dell’alta Valdarda, l’antica Valtolla, posso affermare che, come capita spesso, questi luoghi sono conosciuti prevalentemente dai locali e dagli escursionisti che percorrono che frequentano queste loclaità.

Si tratta di laghetti non segnalati, con sentieri per raggiungerli non esposti e spesso pure un po’ maltrattati. In ogni caso non si tratta di sentieri migliori o peggiori di altri; sono semplicemente percorsi carrabili montani utilizzati anche dai boscaioli che svolgono il loro lavoro.

Con gli amici escursionisti Furio, Franco e Fausto siamo stati recentemente a perlustrare l’intera zona e, rintracciati i laghetti naturali del Gallo e del Rudo, abbiamo penetrato il bosco per rintracciare anche le altre piccole superfici lacustri presenti, create tanto tempo fa dall’uomo per usi agrari.

Sono occorsi quasi diecimila passi, realmente 9887, per disegnare un percorso ideale che ci consentisse di raggiungerli in successione tutti (con la sola esclusione di quello dei Lupi, più spostato verso il Passo del Pelizzone).

Uno, il “Làgu ad Peppù d’Pirõn”(1), lo abbiamo individuato in prossimità della strada e un secondo a ridosso dell’Arda, piccolo, nascosto tra grossi massi e bosco, detto “Làgu dar Suclà” (2).

E frequentando questa porzione di valle, più bassa rispetto alla zona a ridosso di Teruzzi (Groppo di Gora, Castellaccio, Lama e Menegora), mi sono anche reso conto che l’autunno, l’inverno e l’inizio della primavera sono sicuramente le stagioni ideali per passare qualche ora lieta in questi luoghi, quando i laghetti sono visibili nel loro splendore, i boschi facilmente percorribili e la natura si presenta nelle sue forme migliori…all’ombra del monte Cravola.

Il percorso ideale, per visitare tutti i laghetti menzionati, parte dalla trattoria-bar-pizzeria Ca’ del Bosco di Rusteghini e si estende per circa 6 km compiendo un anello che termina ancora al punto di partenza.

E alla trattoria un risotto o una frittata con i funghi di stagione, un piatto di salumi piacentini, una porzione di buone patate, un pizza cotta nel forno a legna, un buon bicchiere di rosso, una bevanda calda o fresca…non mancano mai.

(1)(2):i toponimi e le relative notizie sono da verificare.

I laghi naturali della Val d’Arda, questi sconosciuti…

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LAGO DEL GALLO, VISTA PARZIALE

Scritto da Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, blogger, escursionista e narratore.
Per parecchi di noi parlar di laghi in Val d’Arda, significa associare il termine a Mignano e al suo grande lago artificiale.
Invece, con questo breve articolo, vorrei parlare di quelli molto più piccoli, naturali, che si trovano girando per la boscaglia dell’alta valle…ma andiamo con ordine.

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IN PIEDI DA DESTRA: PINUCCIO, FAUSTO, PATRICK, FURIO, IO… SEDUTE DA DESTRA: MARIA LUISA, ANNA, ROSANNA, CARINA, SYLVIE.

Brevi notizie prima di entrar nel bosco…
La zona di cui parlo è compresa per intero nel comune di Morfasso, nella primaria valle dove nasce l’Arda, tra Passo del Pelizzone, Teruzzi e Rusteghini.
I laghi (quelli prevalenti) in questione sono tre: Lago del Gallo, Lago del Rudo e Lago dei Lupi; piccoli ma molto…molto antichi, generati verosimilmente i primi due, dal gran “movimento” geologico dei ghiacciai antichi del Lama che ha creato questi sbarramenti morenici in terre ricche di torbiere, zone “molli”, boscaglia, ofiolite e diaspro rosso.
Il Lago del Gallo, in particolare, vale anche per quello del Rudo, è di grande importanza naturale, è sempre pieno d’acqua, non ha alcun emissario superficiale, ospita il tritone alpestre-appenninico e diverse colonie di rane marroni e verdi.
Poco di più potrei dire a proposito del vicino Lago del Rudo, altrettanto suggestivo e con la medesima origine antica. Il toponimo con il quale è identificato “Rudo” forse ha un significo originale che non conosco.
Il Lago dei Lupi (alimentato dalle buonissima acqua “minerale” della vicina “fonte dei Lupi”) si trova a quote maggiori, poco distante dal Passo del Pelizzone e da Casali di Morfasso, conserva una piccola fioritura di ninfee estive. La sua forma rasenta quella di un grande cuore.
Si tratta di laghi piccoli e poco profondi, immersi nella boscaglia.

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LAGO DEL RUDO…
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LAGO DEL GALLO

Alla ricerca dei laghetti del Rudo e del Gallo…
Se non si conoscono bene i luoghi è meglio non azzardar ricerche improvvisate, molto meglio farsi accompagnare. In ogni caso partendo dalla storica trattoria-pizzeria-bar “Ca’ del bosco” a Rusteghini, via Cogni 5 (comune di Morfasso) si sale a piedi fino I Massè (Masè) di Teruzzi. Si attraversa il piccolo abitato e si guada la giovane Arda, piegando subito a sinistra. La carraia è agevole e conduce in poco tempo al Lago del Rudo, interamente recintato dal filo spinato. Completamente avvolto nella boscaglia, si presenta con le sponde un po’ “disordinate”.
Poi si risale sul sentiero principale e si riprende il cammino, piegando a sinistra fino a scorgere, tra la boscaglia, una piccola pineta che affianca, in parte, il Lago del Gallo, magnifico, abbastanza grande, suggestivo e misterioso al tempo stesso.
Immancabilmente, raggiunto questo Lago, abbiamo fatto una sosta decisamente più lunga, una colazione dolce con torta, patona e caffè.
In primavera e in autunno, il bosco e i laghi citati, riservano un gran bel colpo d’occhio, tra fioriture e un bel “foliage”.
E questa breve sosta, oltre al gusto della “colazione” ci regala la lettura di un brano del Vangelo… di Maria Luisa.
Infine si riprende il sentiero fino a raggiungere la sottostante strada provinciale e quindi la trattoria-bar-pizzeria “Ca’ del Bosco”, dove i gestori sono accoglienti e si trova sempre la maniera di mangiare qualcosa di buono, sempre.
Di fatto le carraie percorse, tracciate per il lavoro dei contadini, costituiscono un vero, pur breve, anello escursionistico non segnalato che con calma, soste comprese, si percorre al massimo in circa due ore.

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2018-10-lago del gallo11-1IMG_3252-HDRCamminare fa bene al morale e …
In altre occasioni l’ho detto: vado spesso a girar per boschi e monti in solitaria ma non disdegno la buona compagnia.
Porto sempre la macchina fotografica, un cavalletto, qualche lente e un paio di filtri in vetro. Per girar nell’alto Appennino è meglio calzare scarpe da trekking e aver sempre a disposizione acqua, copricapo e impermeabile (adatto alla stagione).
Con gli amici che citerò abbiamo interessi comuni, camminiamo molto e terminiamo spesso la giornata con “i piedi sotto al tavolo”, una buona e consolidata abitudine.
I nostri favori enogastronomici li riserviamo alle “minestre” piacentine , dai pisarei e fasö agli anolini in brodo, passando per i tortelli ripieni con erbette, ortiche e ricotta.
Per il vino “navighiamo” a vista tra Gutturnio, Monterosso leggermente abboccato, Ortrugo e dintorni…
Per i secondi, quando non abbiamo esagerato con le minestre, prediligiamo tutto quello che potremmo definire “pulaia”, dall’arrosto al lesso con o senza ripieno. In pratica siamo molto legati alla tradizione rurale piacentina.

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2018-10-lago del gallo11-1IMG_3270I protagonisti del giro ai laghi del Gallo e del Rudo …
Furio (l’esperto dei sentieri, li conosce tutti, anche ben oltre la provincia). Fausto “il brigante”, sempre alla ricerca della dieta perduta. Franco, esperto di cartografia. Ornella, silenziosa e discreta, quasi timida. Pinuccio è un gran appassionato di fotografia. Carina è patita di ginnastica e movimento. Anna è una gran viaggiatrice. Rosanna è volonterosa e decisa.  Maria Luisa, alla prima sosta utile a sorpresa, ma con nostro gran piacere, legge un brano del Vangelo.
Poi ci sono io con la mania dello scatto fotografico; il mio motto è “fermi, la prima foto andava bene ma ne facciamo un’altra”.
Poi quando possono si aggregano tante altre amiche e amici, vicini e lontani ma tutti molto simpatici…

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LAGO DEL GALLO, LA SCHIARITA IMPREVISTA…

Piesse, giusto per non dimentare: in queste occasioni non disdegnamo mai due fette di salame, un bicchiere di vino, un caffè, una fetta di torta da consumarsi nel bosco seduti nella radura, accanto al lago, al dirupo…all’ombra di un faggio o riparati in un rifugio montano …perché camminando vien sete ma anche molta fame.

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LAGO DEL RUDO, VISTA PARZIALE

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LAGO DEL RUDO

Pista ciclabile dal Po a Mignano? 

2018-05-diga giorno no-1IMG_0659-Pano-Modifica_FotorUna pista ciclabile dal Po al lago di Mignano, in alta Val d’Arda (di Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, blogger, escursionista e narratore).  

L’annuncio di un simile progetto è stato avanzato  nel recente convegno svoltosi il 23 luglio 2018 sul “muro” più famoso della Valdarda, nell’ambito del convegno “Ritorno al futuro”, promosso dal padrone di casa Consorzio di Bonifica di Piacenza. 2018-05-diga tracimazione-1DM4B0035-Pano-Modifica

Bell’idea, anzi bellissima. Questo progetto una volta portato a compimento porterebbe a un collegamento ciclabile, e dunque pedonale, dalla già esistente Ciclovia del Po all’Appennino della Valdarda. Un’idea per certi versi non nuova ma sempre molto attuale; un progetto nella testa di tutti gli appassionati di queste attività legate alla fruizione del tempo libero in maniera lenta e attenta a non guastare il territorio naturale, culturale e storico che la ciclovia attraversa.  

Un progetto simile e parziale, rispetto a quanto già detto, che unisse Castell’Arquato con Fiorenzuola e con Chiaravalle della Colomba era stato avanzato diversi anni fa. Forse qualcuno lo ricorda? Forse ne è stato realizzato un pezzo? Ma quando mai. 

Anche nel caso della nuova “meravigliosa” ciclovia che raggiungerebbe il nostro “muro” si tratta, è stato precisato, di ipotesi progettuali future. 

Per realizzare queste infrastrutture occorrono più permessi e carte bollate che non soldi.

Proprio per tal causa, per il lieve “movimento di denari”, rispetto al gran beneficio che ne scaturirebbe, temo che il progetto rimarrà tale per molti e molti anni ancora. 

Passato il momento dei riflettori e delle luci il “muro” sarà dimenticato dai politici e dalle Istituzioni regionali e nazionali?

Saranno ricordate le promesse, le idee avanzate oppure…

Io non entro nel merito di un progetto che non conosco, non pongo limiti alla bontà dell’idea che mi piacerebbe veder rapidamente realizzata in toto.

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Al convegno tante proposte, tanti annunci…molto interesse.

So bene quante sono le infrastrutture deboli, assenti o devastate in tutta la Valdarda che conosco; so bene che servirebbero strade più decenti e sicure ma so altrettanto bene che creare infrastrutture per la fruizione del tempo libero e del turismo è altrettanto utile e urgente.

Detto questo, preciso anche che non mi appassiona il “benaltrismo” (il servirebbe ben altro “bell’idea ma prima servirebbero altre cose. Dopo si penserà anche alla pista ciclabile…alla sentieristica, ecc..ecc.”.) 

Se non sull’agricoltura legata anche al presidio del territorio e sul turismo su cosa occorrerebbe puntare per dar un po’ d’ossigeno all’Appennino? Cosa dovremmo fare in montagna per evitare la sempre maggiore desertificazione umana? 

Il discorso è certamente complesso e meriterebbe più spazio ma questa è solo un’opinione sull’ipotesi della ciclovia sulla quale “mi piacerebbe poter essere presto smentito”…  

Ps: la diga di Mignano con l’ultima manutenzione e la realizzazione dei nuovi “sfioratori” ha elevato la sua capacità di oltre un milione  mezzo di metri cubi d’acqua. Un bel risultato.

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I canottieri della “Vittorino” in allenamento a Mignano
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La balena di Fornari e Carta “emersa” il giorno del convegno. (un legame tra arte e piacenziano, tra la balena fossile ritrovata in Valdarda e mar padano).

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Castell’Arquato sistema la boschina, la fontana del duca e il torrione…

2016-05-28- castellarquato e cinta 1-0698Castell’Arquato, sistema la boschina, la fontana del duca e il torrione…di Sergio Efosi Valtolla (fotoamatore, blogger, escursionista e narratore).

Sono anni luce (si fa per dire) che non scrivo di politica locale e non voglio “mettermici” proprio ora. Tuttavia sono stato attratto da un titolo del nostro quotidiano “Libertà” che nei giorni scorsi, nella pagina di Fiorenzuola e Valdarda, recitava “Castellarquato, un piano da 550mila euro per i luoghi storici”. Ho letto l’articolo e, per quel che capisco (a volte son duro di comprendonio…), si tratta di progetti per sistemare il Torrione, le Fontane del Duca, “la boschina” con il “Parco delle Driadi” e con la scalinata che conduce dal Viale delle Rimembranze alla “Solata” a due passi dal castello.
Ribadisco: non entro nel merito delle scelte amministrative e auspico solo che siamo spesi bene, perché con 550mila euro si può far tanto, veramente tanto; il meglio possibile perché Castell’Arquato ne ha bisogno!
Castello è un Paese che deve “decidere”, o se preferite confermare, se vuol progredire anche con il turismo oppure no. Se la risposta fosse affermativa allora il borgo dovrebbe aver a cuore un simile intervento che coinvolge tanta parte della sua storia antica e più recente.
Lo dico così senza entrar nel merito perché non conosco i progetti e perché io amo il mio comune d’origine, al di la chi lo amministra temporaneamente. Certo vorrei sempre il meglio, vorrei un paese più “ordinato” e “pulito”, vorrei una gran organizzazione turistica con maggiori servizi, etc…

Quando penso a questo vecchio caro borgo vedo sempre “il bicchiere mezzo pieno” perché sono un inguaribile ottimista.
Mi illudo?
Forse…ma cosa volete che aggiunga!
Mi piace Castell’Arquato!

Ps: E l’Ostello? E  il “sistema” museale? E un progetto per la valorizzazione e per lo studio permanente della gran mole documentale arquatese? E un progetto per realizzare 150 km o più di sentieri escursionistici nel territorio? E un progetto di ciclabile tra il “Borgo” e “l’Abbazia di Chiaravalle”? Ma…i soldi e i finanziamenti per tutto questo? Ogni anno l’Italia “dimentica” di chiedere contributi alla Cee per diversi miliardi di Euro…

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la bacheca presso la cappelletta di santa franca

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©Valtolla’s blog è un progetto di…Sergio Efosi Valtolla (fotoamatore, blogger, escursionista e narratore).

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Lago di Mignano superstar…

2018-05-diga tracimazione-1DM4B0035-Pano-ModificaLago di Mignano superstar…di Sergio Efosi Valtolla (fotoamatore,  blogger, escursionista e narratore).
Ecco siam pronti…mancano una manciata di centimetri e la “tracimazione” sarà cosa fatta (chissà se quando pubblico il posta sarà cosa fatta!). Continua a leggere “Lago di Mignano superstar…”

L’alta Valdarda tra la biro e la “marassa”

COPERTINA SENTIERIdi Sergio Efosi Valtolla (fotoamatore, escursionista e narratore di storie).

La biro e la “marassa”: senza queste componenti, apparentemente opposte, non sarebbe stato possibile realizzare il progetto “Sentieri di Morfasso” che sabato 21 aprile 2018 verrà presentato nel municipio di Morfasso.

Quasi ducento km di sentieri tracciati, sistemati, segnalati, ripuliti, geolocalizzati e descritti in una guida turistica-escursionistica; la più importante mai scritta prima, sui sentieri di uno degli ultimi paradisi sconosciuti dell’Appennino piacentino.

Diciotto sentieri naturalistici, archeologici e culturali che collegano tutte le più importanti zone del morfassino e dei suoi dintorni.

Dieci bacheche segnaletiche posizionate nel capoluogo e negli antichi borghi montanari  di Morfasso per “aiutare” chi cammina.

Due anni di lieve attività, rispettosa della natura,  dove la “marassa” ha fatto il paio con la “biro” per consegnare la definitiva guida escursionistica e turistica agli appassionati della montagna della Valtolla.

E dalla marassa e dalla biro non è nata solamente la guida  “Sentieri di Morfasso” ma anche un sito internet “valdardatrekking.it” (in fase di implementazione, presto totalmente fruibile).

Ma più di tutti l’elemento caratterizzante l’intero progetto, fondamentale per la riuscita dell’intero ragionamento, è stato l‘amicizia; passione e amicizia per la montagna tra ragazze e ragazzi del gruppo di escursionisti della Valdarda e della Valtolla “…Basta nà” e “Via dei Monasteri Regi”.

E la strada prosegue, costante…mai rettilinea,  alla scoperta continua di nuovi percorsi, nuove bellezze naturali tra crinali ondulati, irte rocche e la storia dell’uomo della Valdarda e della Valtolla.

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Mezze maniche in brodo e lascia che fuori piova …

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MEZZE MANICHE IN BRODO E LASCIA CHE FUORI PIOVA…(di Sergio Efosi*)

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La tipicità della tradizione culinaria piacentina con le mezze maniche ripiene in brodo di cappone o gallina e manzo (qualcuno lo fa in terza con l’aggiunta del maiale) raggiunge i massimi livelli che sono andati ben oltre i confini provinciali com’è successo con celebri Pisarei e fasö e gli anolini in brodo (piatti che ho mangiato nell’alessandrino e nel parmense). Continua a leggere “Mezze maniche in brodo e lascia che fuori piova …”

La mia terra dov’è?

LA MIA TERRA DOV’È? (fotoarticolo* di Sergio Efosi)

2016-04- alto riglio-21Il mio nome è Sergio, sono da generazioni, forse da sempre, della regione padana.
I miei bisnonni paterni si sono conosciuti a Lusurasco di Alseno, dove lavoravano fin da ragazzi al servizio di qualche possidente locale.
L’uno proveniva dalla sponda lombarda del Po, dalla bassa pianura cremonese, l’altra da quella emiliana, dall’alta collina della Valdarda; e si stabilirono nei dintorni di Castell’Arquato a Case Arse e infine a San Lorenzo, dov’è nato mio nonno, il secondogenito della famiglia.
Mia bisnonna paterna rimase vedova a soli ventisei anni.
Mia nonna paterna era di Pallastrelli e i suoi avevano terre anche alla Crocetta; terre arquatesi con vocazione viticola fin dai tempi più antichi; terre percorse dal principio dai Ligustini-Liguri.
36115044816_2d1a958aaf_zPoi sono arrivati anche i Celti delle regioni lontane del nord, nord ovest dell’Europa, si sono stabiliti nel bacino del Po e tutto si è mescolato, anche nella nostra valle dell’Arda e nei suoi dintorni.
Qualcuno che s’intende di storia ha scritto che prima ancora nelle nostre terre più basse, vallive, c’erano le terramare; e gli uomini vivevano costruendo villaggi sulle palafitte accanto a torrenti, laghi e fiumi.
Infine sono arrivati i romani, altra storia, altra provenienza, altra mentalità, e han fondato la colonia di Piacenza; e a più riprese hanno iniziato una grande opera di centuriazione (e bonifica) dei terreni, realizzando grandi infrastrutture civili e militari.
Dopo molti secoli ancora, dopo Ligustini-Liguri, Celti e Romani, son giunti in successione i popoli del nord, nord-est, son giunti i Goti, i Longobardi, i Franchi e con loro una nuova era.
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Quando giunsero i Longobardi gran parte delle infrastrutture romane erano ormai abbandonate, quando non completamente devastate (compresa la Via Emilia, la consolare più importante del nord); e la popolazione superstite della lunga guerra gotica, delle frequenti e conseguenti epidemie e carestie, era ridotta al lumicino, al minimo quasi assoluto. L’agricoltura era distrutta e le terre delle valli e del piano invase dalle acque dei numerosi torrenti che scendevano verso il Po, con il bosco che nuovamente si era ripreso gran parte del territorio; e tutto divenne nuovamente boscaglia, a volte profonda e cupa. Poi iniziò una lenta ripresa, poi giunsero i frati civilizzatori e fondarono la grande Abbazia di Tolla…
Foto 04-08-12 22 20 39E il rapporto con l’Arda, da parte dei valligiani, non è mai venuto meno: amata, ampiamente percorsa e frequentata, maltrattata, depredata, e infine quasi del tutto asservita agli interessi, non sempre limpidi, dell’uomo.
Intere generazioni, a cominciare da mio nonno e mio padre, han percorso il torrente da una sponda all’altra, tra un “pozzone” e il tratto di scorrimento più veloce, tra le ghiaie e le siepi temporanee per cacciare e pescare o semplicemente per trascorrer qualche ora lieta lontana dalle faccende quotidiane del vivere e del sopravvivere di quei tempi difficili.
Ma mentre mio padre percorreva l’Arda anche per guadagnarsi il pane come ragazzo-garzone del carrettiere, trasportando sassi dalla Ca’ Matta (Castell’Arquato) a Cremona, compiendo due-tre volta alla settimana un lungo viaggio notturno, io mi divertivo a pescare e a far sfoggio di acrobazie in quelle estive, pulite, acque correnti; e quasi mai approdavo alla sponda sinistra, quella di S.Cassano. Restavo dalla mia parte che ora è un inguardabile discarica, regno di pongoni, tollini arrugginiti, plastica sporca e forse amianto.

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Il vizio dell’uomo moderno: inquinare (da Il Piacenza, quotidiano online)

La mia grande valle, quella del cuore, resta sempre quella dell’Arda, quella che al principio dovette essere un immenso acquitrino, dalla pianura alta fino al Po.
Quella valle che era grondante di sale marino e che i secoli han dilavato lasciandone tracce tra Bacedasco e Cstell’Arquato; e anche fino al monte, almeno fino a Salino di Morfasso.
La mia Valdarda è quella dove il filo della corrente, quello che governava il lento e sinuoso scorrere delle acque superficiali verso nord, che per secoli si spostava da una sponda all’altra, grattando terra e riva, ha finalmente creato un proprio alveo che ancora conserviamo…male.

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Nella mia valle le sagre erano l’occasione più importante per frequentare i paesi; e ricordo quelle di Santa Apollonia, di San Giuseppe, della Santa Croce e quella del luglio, quella del caldo, della fine della mietitura, quella che si festeggiava facendo qualche giro sul calcinculo, mangiando anolini in brodo, l’anatra arrosto e partecipando al ballo paesano.
Era il giorno in cui le ragazze si potevano corteggiare nella balera, alla luce del sole…ma senza esagerare.
Le sagre erano la costante da tanti secoli, uguali e diverse allo stesso tempo in tanti paesi della valle e del Paese; e quasi tutte scomparse e sostituite da improbabili fiere della paccottiglia e dello scherzetto.
Tuttavia non ho imparato a frullar nelle balere, nossignore sono rimasto un padano anomalo, di riva e di boscaglia; e mi piace andar dove cresce spontanea la robinia, dove c’è il castagno, il faggio e il ciliegio selvatico.

Questa è la terra per la quale racconto le mie storie, una terra dove son nato e vissuto, che vorrei ancor più bella e rispettata, più raccontata e celebrata, per ridarle quel prestigio che merita; per ridare voce agli antenati liguri e longobardi, i perdenti della storia che pure han lasciato tante tracce da scoprire e far conoscere, iniziando da Veleia e dall’Abbazia di Tolla…

La mia terra è quella di tanti di noi, come lo è la mia storia.

La mia terra è la Valle dell’Arda.

* le foto dell’articolo (salvo diversa indicazione) sono tratte dal repertorio di valdarda foto

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L’Arda raggiunge il Po…

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Valdarda: gran cru, escursionismo e turismo

VALDARDA: GRAN CRU, ESCURSIONISMO E TURISMO… di Sergio Efosi . 

Considerare la media Valdarda e Valnure, e zone limitrofe, con Carpaneto, Gropparello, Pontedell’Olio, Vigolzone, Castell’Arquato, Vernasca e Lugagnano  capitale del gusto piacentino forse è troppo; e anche senza forse perché, per il momento, non esistono le condizioni e neppure l’interesse per valorizzare tale “condizione”.

Continua a leggere “Valdarda: gran cru, escursionismo e turismo”

Quaderni della Valtolla a Vezzolacca

COPERT19master copiaSergio Efosi*. Vezzolacca in estate è teatro di importanti appuntamenti ricreativi e culturali.
È appena terminata una 41^ edizione record della festa della patata e già sono previste manifestazioni sportive, ricreative e culturali per il mese di settembre.
Tra pochi giorni, domenica 3 settembre, a Vezzolacca si effettueranno due manifestazioni: una podistica e, nel pomeriggio alle ore 16, la presentazione del 19° volume a colori dei “Quaderni della Valtolla”, rivista storico-culturale locale edita dal Circolo Culturale Valtolla.
Di quest’ultimo avvenimento vorrei brevemente parlarvi…

Continua a leggere “Quaderni della Valtolla a Vezzolacca”

Oltre questo c’è solo il disastro…

2016-05-16 lancone e giarola (no)-2499_FotorLe vicende elettorali di Piacenza hanno quasi sempre riflessi sull’intera provincia.

E allora inizio con una considerazione “cruda” ma ovvia visti i risultati: il ballottaggio per il candidato sostenuto dal Pd è andato peggio del primo turno.
Il divario già sfavorevole al primo turno è divenuto grandissimo nel ballottaggio. Continua a leggere “Oltre questo c’è solo il disastro…”