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Il mio paese era piccolo ma “quasi” da favola. E, in questo caso, quasi non é poco…Un paese dove i bambini di oggi potrebbero crescere e giocare senza pericoli.

Erano gli anni sessanta del secolo scorso e le strade non erano asfaltate, nessuna. C’era solamente una famiglia benestante, ma non ricca. Poi c’erano tanti piccoli e piccolissimi agricoltori, in massima parte proprietari con poche pertiche di terra, spesso appena sufficienti per vivere. Gli sprechi erano banditi. C’era  appena il giusto per vivere e comprare quello che era indispensabile per la famiglia: le scarpe per sé e per i figli, il vestito per la festa, il primo motorino  della famiglia, il frigorifero, il grembiulino per la scuola e così via…ci siamo capiti.

C’era una compagnia “agricola” che ogni domenica pomeriggio, verso le cinque in inverno e le sei nelle restanti stagioni, si ritrovava all’osteria per una merenda a base di salame, coppa, ciccioli (quando era stagione) e tre o quattro bottiglie di buon rosso. Era inevitabile che dopo la prima bottiglia partisse il coro…  La zingara, Un fiume amaro, Fischia il vento e altre canzoni tra il patriottico e il nazional-popolare andavano per la maggiore.

Per noi ragazzi, alla domenica,  l’ora giusta scattava alle cinque e mezza del pomeriggio quando iniziava “la TV dei ragazzi” con Rin Tin Tin, le comiche, i cartoni animati.

Giusto per la precisione occorre anche dire che la Tv era presente solo in un paio di case private e nelle due osterie, un luogo di svago e ritrovo per tutti.

La prima televisione in casa mia è arrivata nel 1965.

I vitellini, nelle nostre modeste stalle, nascevano a intervalli regolari come i bambini, ma noi ragazzi non “potevamo” sapere come…ovviamente.

In prima elementare eravamo in quindici e la scuola materna  non esisteva;  per “tenerci a bada” ci pensavano fratelli grandi, sorelle, nonne o zie.

Tutti parlavamo il dialetto, rigorosamente il nostro dialetto paesano leggermente diverso da quello di Lusurasco, Cortina, Bacedasco e il vero problema era comporre un tema scolastico senza troppe “infarciture” dialettali…

C’erano i campi di frumento che segnavano le stagioni e quando c’erano la mietitura e la trebbiatura era bellissimo; un vero divertimento per i ragazzi, una fatica ben (spesso) ricompensata per i grandi. L’attesa di un anno di lavoro. Poi c’erano i campi con melica, di quella “quarantina” che si usava per fare la farina per la polenta. Questi erano i nostri campi preferiti dove giovavamo a nascondino per pomeriggi interi. Poi c’erano le grandi piante di quercia, quelle del “genere” Robur o Farnia, alte, diritte e ombreggianti che rappresentavano il paesaggio bello, ordinato, armonioso con i filari di Gelsi e la Robinia che la faceva da padrona.

Ma c’era anche l’Arda, il nostro piccolo fiume,  dove noi bambini, in alcune calde giornate estive (sempre con i fratelli più grandi) ci tuffavamo gridando di gioia al momento dell’impatto con la fredda corrente. Eravamo un po’ incoscienti ma nessuno mai…mai si è fatto male o ha rischiato qualcosa per davvero.

In paese c’erano due osterie, un negozio despecializzato che vendeva di tutto, compreso il tabacco, la scuola elementare, la cappellina frequentata durante il “rosario” del mese di maggio e la chiesa.

Mi piaceva andare sulla “riva” e coricarmi sul prato in lieve  pendenza e osservare il cielo primaverile che ricordo solo  azzurro, immenso, da favola e  per nessun motivo l’orizzonte l’ho visto  color antracite quando non era stagione (autunno e inverno).

Lo smog sarebbe stata una scoperta degli anni 70 del secolo scorso.

Prima c’erano poche auto…e non sapevamo nulla di detersivi, anticrittogamici e veleni vari. A dire il vero nel paese c’erano tante viti (anche a casa mia) che si “curavano”  (malattie fungine dovute alla piovosità o all’eccessiva umidità) con verderame e zolfo ventilato. Esteri fosforici e altre diavolerie chimiche erano ancora sconosciute o confinate in prezzi troppo alti per i contadini del tempo. I campi si concimavano con il naturalissimo letame delle stalle. Ma non sarebbe sempre stato così!

I boschi dietro casa, belli e numerosi nella parte collinare, erano un luogo poco pericoloso, sempre pulito, con carraie ben ordinate e, in autunno, erano il regno dei ragazzi, dove raccoglievamo qualche chilo di castagne per racimolare una paghetta.

Nei cortili di tutti  razzolavano galline, oche, anatre e pulcini in tutte le stagioni calde. Animali da cortile che rappresentavano, certo senza esagerare, la nostra dieta proteica con pane, ciambelle e latte fresco per la “zuppa”.

Nelle stalle, nostro riparo invernale, c’erano vacche da latte, vitelli e torelli da ingrasso. Per il lavoro iniziarono ad apparire i primi trattori che sostituirono buoi e cavalli. Ma questo era il mondo dei grandi.

Alla domenica tutti noi ragazzi e giovani si andava a messa e al pomeriggio a dottrina e al vespro. Poi tutti all’osteria ma i più grandi avevano altri svaghi che noi piccoli, pur curiosi, non sempre capivamo…

Nei lunghi e caldi primi pomeriggi estivi era vietato far baccano in ogni angolo del paese perchè i grandi riposavano o facevano l’amore (ma questo lo avremmo scoperto da grandini).

E infine arrivò l’asfalto, una grande comodità, bello per andare in bici ma portò anche un passaggio e una presenza  sempre maggiore di  camion e  auto nella nostra vita.

Terminò così la poesia degli anni 60, tutto cambiò e diventammo adulti…

Ma per i miei genitori, e per quelli dei miei amici,  le cose non erano andate così “lisce”.

Per loro, per gran parte di loro, già da ragazzi, occorreva convivere con le guerre, le distruzioni, i lutti e la conseguente miseria che queste portarono,  a ripetizione.

E la durezza del dopoguerra, tra il 1945 e la fine degli anni 50 circa, neppure la possiamo immaginare (l’abbiamo sentita raccontare dai diretti protagonisti…)

Durezza che iniziò a mitigarsi proprio all’inizio degli anni 60 quando noi eravamo i primi bambini spensierati del dopoguerra.

Grazia  alla loro tenacia, ai loro enormi sacrifici (fatti per amore della famiglia), grazie ai nostri “vecchi” abbiamo potuto vivere meglio, già da ragazzi.

Quando ci penso …

PS: questo potrebbe essere il racconto di tanti ultracinquantenni di origini contadine di un qualsiasi paese della media e bassa valdarda. Ma di cose da raccontare ne avrei un mondo. Non è nostalgia per un tempo dove scarsa era la presenza “tencologica” perché il progresso qualcosa di buono lo ha portato, anche di molto buono. E’ forse, invece,  la nostalgia per i rapporti sociali veri che esistevano, per la famiglia tutta al lavoro, per i valori sani che portavano i nostri genitori …

Ma la vita degli adulti era più dura, il lavoro dei campi faticoso e tutti eravamo ancora, se pur dignitosamente, troppo poveri.

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