La domenica della Valtolla (3)*

Le pietre dell’Appennino della Media e alta Val d’Arda (Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, escursionista e narratore) 

A camminare nell’Appennino si finisce per parlare di pietre. Quelle che segnano il greto del fiume, del torrente e del rio; quelle che calpestiamo transitando lungo il sentiero. Nell’Appennino piacentino, da un certo punto di vista, le pietre non hanno neppure grandi differenze, ma vi sono, tuttavia, “isole” particolari che presentano caratteri specifici: il diaspro rosso del Lama, il calcare della falesia della Rocca dei Casali, l’arenaria del Piacenziano, ecc.

Tuttavia si tratta pur sempre di pietre, nei secoli , “cavate” per costruire borghi, chiese, ponti, muretti per il miglior assetto idrogeologico, manufatti stradali e ripariali. 

La Val d’Arda rientra da secoli tra le zone dove hanno cavato o modellato sassi, pietre e blocchi di roccia. 

Tanto per cominciare la pietra la vedi ovunque: nei muri delle case, negli architravi scolpiti, nelle colonne, negli abbeveratoi, nei muretti ripariali, nei comignoli e così via. 

Si tratta di materiale povero ma prezioso, di un bel colore grigio che in certe zone ha venature gialle, in altre rosa; se la vai a guardare più da vicino noti che la grana è variabile, ma quello che conta è la sua solidità e resistenza al gelo. C’è un tipo di roccia arenaria di colore tendenzialmente giallo (sabbia indurita) che si trova in tanti punti della media Val d’Arda, roba anche questa che ha qualche milione di anni.

Le stesse tracce emerse dalla terra raccontano una storia: penso ai siti archeologici di Veleia, all’Abbazia di Tolla e ai resti del castelliere sulla Rocca dei Casali. Penso alle pietre cavate nelle terre del Piacenziano con le quali hanno realizzato la collegiata di Castell’Arquato, la chiesa di Vigoleno e “modellato” meravigliosi capitelli che arricchiscono queste  e altre chiese antiche. Penso al muratore che sceglieva i sassi già spaccati che si trovavano in natura, ai piedi di formazioni rocciose o nel torrente, e che poi aggiustava con pochi colpi di martello e scalpello, affinché ognuno di loro si incastrasse alla forma dei sassi vicini. 

E penso allo scalpellino, che invece tagliava e modellava i grandi massi staccati dalla roccia o che lui stesso estraeva dal monte; e anche a quello che lavorava tra i sassi dell’Arda. 

Faceva pezzi squadrati da cui sarebbero state realizzate case e castelli, chiese e ponti, manufatti a secco, scalinate e lastricato strade e piazze paesane e cittadine.

Un giorno camminando in mezzo al bosco di Castelletto troverete la grande pietra (arenaria) dalla quale hanno staccato le “mole” e in quelli di Vezzolacca, uno dei luoghi dove han cavato la pietra per realizzare tante case di sasso ancora oggi abitate. 

Queste sono terre dove la civiltà agricola è divenuta tale sostituendo vecchie case di legno con case d’abitazione e ricoveri per cereali e animali in pietra locale; e dove, con la stessa pietra, hanno anche elevato i campanili della fede. 

E poi, dove non poterono le pietre e la roccia arenaria, fu invece la terra combusta nelle fornaci a segnare per sempre il nostro passaggio nella valle. 

* ”La domenica della Valtolla” è una rubrica pubblicata ogni domenica da Valtolla’s blog e tratterà temi di attualità relativi all’alta Val d’Arda, all’Appenino Piacentino e alle sue zone limitrofe. 

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