I laghi naturali della Val d’Arda, questi sconosciuti…

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LAGO DEL GALLO, VISTA PARZIALE

Scritto da Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, blogger, escursionista e narratore.
Per parecchi di noi parlar di laghi in Val d’Arda, significa associare il termine a Mignano e al suo grande lago artificiale.
Invece, con questo breve articolo, vorrei parlare di quelli molto più piccoli, naturali, che si trovano girando per la boscaglia dell’alta valle…ma andiamo con ordine.

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IN PIEDI DA DESTRA: PINUCCIO, FAUSTO, PATRICK, FURIO, IO… SEDUTE DA DESTRA: MARIA LUISA, ANNA, ROSANNA, CARINA, SYLVIE.

Brevi notizie prima di entrar nel bosco…
La zona di cui parlo è compresa per intero nel comune di Morfasso, nella primaria valle dove nasce l’Arda, tra Passo del Pelizzone, Teruzzi e Rusteghini.
I laghi (quelli prevalenti) in questione sono tre: Lago del Gallo, Lago del Rudo e Lago dei Lupi; piccoli ma molto…molto antichi, generati verosimilmente i primi due, dal gran “movimento” geologico dei ghiacciai antichi del Lama che ha creato questi sbarramenti morenici in terre ricche di torbiere, zone “molli”, boscaglia, ofiolite e diaspro rosso.
Il Lago del Gallo, in particolare, vale anche per quello del Rudo, è di grande importanza naturale, è sempre pieno d’acqua, non ha alcun emissario superficiale, ospita il tritone alpestre-appenninico e diverse colonie di rane marroni e verdi.
Poco di più potrei dire a proposito del vicino Lago del Rudo, altrettanto suggestivo e con la medesima origine antica. Il toponimo con il quale è identificato “Rudo” forse ha un significo originale che non conosco.
Il Lago dei Lupi (alimentato dalle buonissima acqua “minerale” della vicina “fonte dei Lupi”) si trova a quote maggiori, poco distante dal Passo del Pelizzone e da Casali di Morfasso, conserva una piccola fioritura di ninfee estive. La sua forma rasenta quella di un grande cuore.
Si tratta di laghi piccoli e poco profondi, immersi nella boscaglia.

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LAGO DEL RUDO…
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LAGO DEL GALLO

Alla ricerca dei laghetti del Rudo e del Gallo…
Se non si conoscono bene i luoghi è meglio non azzardar ricerche improvvisate, molto meglio farsi accompagnare. In ogni caso partendo dalla storica trattoria-pizzeria-bar “Ca’ del bosco” a Rusteghini, via Cogni 5 (comune di Morfasso) si sale a piedi fino I Massè (Masè) di Teruzzi. Si attraversa il piccolo abitato e si guada la giovane Arda, piegando subito a sinistra. La carraia è agevole e conduce in poco tempo al Lago del Rudo, interamente recintato dal filo spinato. Completamente avvolto nella boscaglia, si presenta con le sponde un po’ “disordinate”.
Poi si risale sul sentiero principale e si riprende il cammino, piegando a sinistra fino a scorgere, tra la boscaglia, una piccola pineta che affianca, in parte, il Lago del Gallo, magnifico, abbastanza grande, suggestivo e misterioso al tempo stesso.
Immancabilmente, raggiunto questo Lago, abbiamo fatto una sosta decisamente più lunga, una colazione dolce con torta, patrona e caffè.
In primavera e in autunno, il bosco e i laghi citati, riservano un gran bel colpo d’occhio, tra fioriture e un bel “foliage”.
E qui si fa una breve sosta, giusto il tempo per far “colazione” e per ascoltare la lettura di un brano del Vangelo di Maria Luisa…
Infine si riprende il sentiero fino a raggiungere la sottostante strada provinciale e quindi la trattoria-bar-pizzeria “Ca’ del Bosco“, dove i gestori sono accoglienti e dove si trova sempre la maniera di mangiare qualcosa di buono, sempre.
Di fatto le carraie percorse, tracciate per il lavoro dei contadini, costituiscono un vero, pur breve, anello escursionistico non segnalato che con calma, soste comprese, si percorre al massimo in circa due ore.

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2018-10-lago del gallo11-1IMG_3252-HDRCamminare fa bene al morale e …
In altre occasioni l’ho detto: vado spesso a girar per boschi e monti in solitaria ma non disdegno la buona compagnia.
Porto sempre la macchina fotografica, un cavalletto, qualche lente e un paio di filtri in vetro. Per girar nell’alto Appennino è meglio calzare scarpe da trekking e aver sempre a disposizione acqua, copricapo e impermeabile (adatto alla stagione).
Con gli amici che citerò abbiamo interessi comuni, camminiamo molto e terminiamo spesso la giornata con “i piedi sotto al tavolo”, una buona e consolidata abitudine.
I nostri favori enogastronomici li riserviamo alle “minestre” piacentine , dai pisarei e fasö agli anolini in brodo, passando per i tortelli ripieni con erbette, ortiche e ricotta.
Per il vino “navighiamo” a vista tra Gutturnio, Monterosso leggermente abboccato, Ortrugo e dintorni…
Per i secondi, quando non abbiamo esagerato con le minestre, prediligiamo tutto quello che potremmo definire “pulaia”, dall’arrosto al lesso con o senza ripieno. In pratica siamo molto legati alla tradizione rurale piacentina.

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2018-10-lago del gallo11-1IMG_3270I protagonisti del giro ai laghi del Gallo e del Rudo …
Furio (l’esperto dei sentieri, li conosce tutti, anche ben oltre la provincia). Fausto “il brigante”, sempre alla ricerca della dieta perduta. Franco, esperto di cartografia. Ornella, silenziosa e discreta, quasi timida. Pinuccio è un gran appassionato di fotografia. Carina è patita di ginnastica e movimento. Anna è una gran viaggiatrice. Rosanna è volonterosa e decisa.  Maria Luisa, alla prima sosta utile a sorpresa, ma con nostro gran piacere, legge un brano del Vangelo.
Poi ci sono io con la mania dello scatto fotografico; il mio motto è “fermi, la prima foto andava bene ma ne facciamo un’altra”.
Poi quando possono si aggregano tante altre amiche e amici, vicini e lontani ma tutti molto simpatici…

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LAGO DEL GALLO, LA SCHIARITA IMPREVISTA…

Piesse, giusto per non dimentare: in queste occasioni non disdegnamo mai due fette di salame, un bicchiere di vino, un caffè, una fetta di torta da consumarsi nel bosco seduti nella radura, accanto al lago, al dirupo…all’ombra di un faggio o riparati in un rifugio montano …perché camminando vien sete ma anche molta fame.

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LAGO DEL RUDO, VISTA PARZIALE

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LAGO DEL RUDO
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Morfasso: l’estate della cultura e del tempo libero rende omaggio alle opere dello scultore Marco Polledri (fotoarticolo)

2018-07-polledri-7DM4B8086Morfasso: l’estate della cultura e del tempo libero rende omaggio alle opere dello scultore Marco Polledri (di Sergio Efosi Valtolla: fotoamatore, blogger, escursionista e narratore)

Prosegue la partecipata estate morfassina (Valtolla) dedicata alla cultura e al tempo libero.

Sabato 28 luglio a Morfasso, presso la chiesa antica, è stata inaugurata la mostra del morfassino dott. Marco Polledri, medico specializzato in dermatologia, che nel suo tempo libero si dedica alla scultura del legno ricavandone opere d’arte di grande impatto emozionale.

Una gran folla ha partecipato all’inaugurazione della mostra che resterà aperta tutti i giorni dalle 17 alle 19 fino domenica 12 agosto.

2018-07-polledri-1DM4B7914La cerimonia inaugurale della mostra, introdotta da Gian Francesco Tiramani, è iniziata con il coro di Morfasso, diretto dal maestro G.Luigi Rigolli, al quale partecipa lo stesso scultore.

Alla presentazione erano presenti il Sindaco Paolo Calestani con la giunta e numerosi consiglieri e il Vicario diocesano don Vincini oltre a una gran folla di estimatori, di amici e di cittadini provenienti da Piacenza e dalle province limitrofe.

Al termine dell’evento i numerosissimi ospiti sono stati accolti per un aperitivo presso l’Osteria Zia Valentina.

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Le strade scomode dei francigeni…

Le strade scomode dei francigeni…di Sergio Efosi Valtolla (fotoamatore, blogger, escursionista e narratore).

Percorre il ciglio della strada, la carraia, il sentiero con lo zaino ben fissato sulle spalle, un piede nell’erba e l’altro sull’orlo come uno che vive ai “margini”. Con pervicacia avanza, a volte tentenna come se avesse perso il filo, poi riprende.
Se lo seguite vi accorgerete del suo lieve ondivagare tra ghiaia, asfalto e sterrato.
A destra, a sinistra sulla via, seduto sul gradino, fermo in attesa di un compagno di viaggio oppure solitario e pensieroso, assorto nei suoi pensieri.
I suoi piedi ridacchiano di lui (o di lei) per la fatica, per i calzini puzzolenti e, a volte, per le evidenti “ciocche” che lo costringono a camminare goffamente.
Si piega ma non molla, si esalta alla vista del panorama imprevisto, si siede, lo contempla e poi riparte.
Il suo viaggio è tutto nello zaino e odia i cartelli segnaletici perché quasi sempre imprecisi e mendaci.
Arriva alla meta quotidiana stanco, felice ma pur sempre affaticato dal viaggio. Cerca il letto per riposar la notte, è curioso e va alla ricerca di altre emozioni serali, chiacchiera con altri viaggiatori, cena, ride…
Riflette sulla sua esperienza, sulla giornata e prega; si addormenta con i suoi sogni, con i suoi propositi positivi e mette in ricarica il telefonino per restare connesso al suo mondo.
Il giorno dopo di buona mattina, con lo stesso entusiasmo del giorno precedente, riparte e ancora avanza verso la sua meta.
Sei tu, sono io, sono un pellegrino del terzo millennio!

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L’alta Valdarda tra la biro e la “marassa”

COPERTINA SENTIERIdi Sergio Efosi Valtolla (fotoamatore, escursionista e narratore di storie).

La biro e la “marassa”: senza queste componenti, apparentemente opposte, non sarebbe stato possibile realizzare il progetto “Sentieri di Morfasso” che sabato 21 aprile 2018 verrà presentato nel municipio di Morfasso.

Quasi ducento km di sentieri tracciati, sistemati, segnalati, ripuliti, geolocalizzati e descritti in una guida turistica-escursionistica; la più importante mai scritta prima, sui sentieri di uno degli ultimi paradisi sconosciuti dell’Appennino piacentino.

Diciotto sentieri naturalistici, archeologici e culturali che collegano tutte le più importanti zone del morfassino e dei suoi dintorni.

Dieci bacheche segnaletiche posizionate nel capoluogo e negli antichi borghi montanari  di Morfasso per “aiutare” chi cammina.

Due anni di lieve attività, rispettosa della natura,  dove la “marassa” ha fatto il paio con la “biro” per consegnare la definitiva guida escursionistica e turistica agli appassionati della montagna della Valtolla.

E dalla marassa e dalla biro non è nata solamente la guida  “Sentieri di Morfasso” ma anche un sito internet “valdardatrekking.it” (in fase di implementazione, presto totalmente fruibile).

Ma più di tutti l’elemento caratterizzante l’intero progetto, fondamentale per la riuscita dell’intero ragionamento, è stato l‘amicizia; passione e amicizia per la montagna tra ragazze e ragazzi del gruppo di escursionisti della Valdarda e della Valtolla “…Basta nà” e “Via dei Monasteri Regi”.

E la strada prosegue, costante…mai rettilinea,  alla scoperta continua di nuovi percorsi, nuove bellezze naturali tra crinali ondulati, irte rocche e la storia dell’uomo della Valdarda e della Valtolla.

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Badia di Val di Tolla: quando comandava anche a Piacenza…

oratorio di san dalmazio 1pcREVISIONE 12-2017 2Badia di Val di Tolla: quando comandava anche a  Piacenza…* 

Sergio Efosi (fotoamatore, escursionista e narratore di storie)

Nel medioevo l’Abbazia di Val di Tolla (Alta val d’Arda-Piacenza) aveva importanti interessi a Piacenza, città romana ampiamente saccheggiata e decaduta dopo la fine dell’Impero; città che era  lentamente risorta a partire dalle dominazioni longobarda e poi franca. Continua a leggere “Badia di Val di Tolla: quando comandava anche a Piacenza…”

La mia terra dov’è?

LA MIA TERRA DOV’È? (fotoarticolo* di Sergio Efosi)

2016-04- alto riglio-21Il mio nome è Sergio, sono da generazioni, forse da sempre, della regione padana.
I miei bisnonni paterni si sono conosciuti a Lusurasco di Alseno, dove lavoravano fin da ragazzi al servizio di qualche possidente locale.
L’uno proveniva dalla sponda lombarda del Po, dalla bassa pianura cremonese, l’altra da quella emiliana, dall’alta collina della Valdarda; e si stabilirono nei dintorni di Castell’Arquato a Case Arse e infine a San Lorenzo, dov’è nato mio nonno, il secondogenito della famiglia.
Mia bisnonna paterna rimase vedova a soli ventisei anni.
Mia nonna paterna era di Pallastrelli e i suoi avevano terre anche alla Crocetta; terre arquatesi con vocazione viticola fin dai tempi più antichi; terre percorse dal principio dai Ligustini-Liguri.
36115044816_2d1a958aaf_zPoi sono arrivati anche i Celti delle regioni lontane del nord, nord ovest dell’Europa, si sono stabiliti nel bacino del Po e tutto si è mescolato, anche nella nostra valle dell’Arda e nei suoi dintorni.
Qualcuno che s’intende di storia ha scritto che prima ancora nelle nostre terre più basse, vallive, c’erano le terramare; e gli uomini vivevano costruendo villaggi sulle palafitte accanto a torrenti, laghi e fiumi.
Infine sono arrivati i romani, altra storia, altra provenienza, altra mentalità, e han fondato la colonia di Piacenza; e a più riprese hanno iniziato una grande opera di centuriazione (e bonifica) dei terreni, realizzando grandi infrastrutture civili e militari.
Dopo molti secoli ancora, dopo Ligustini-Liguri, Celti e Romani, son giunti in successione i popoli del nord, nord-est, son giunti i Goti, i Longobardi, i Franchi e con loro una nuova era.
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Quando giunsero i Longobardi gran parte delle infrastrutture romane erano ormai abbandonate, quando non completamente devastate (compresa la Via Emilia, la consolare più importante del nord); e la popolazione superstite della lunga guerra gotica, delle frequenti e conseguenti epidemie e carestie, era ridotta al lumicino, al minimo quasi assoluto. L’agricoltura era distrutta e le terre delle valli e del piano invase dalle acque dei numerosi torrenti che scendevano verso il Po, con il bosco che nuovamente si era ripreso gran parte del territorio; e tutto divenne nuovamente boscaglia, a volte profonda e cupa. Poi iniziò una lenta ripresa, poi giunsero i frati civilizzatori e fondarono la grande Abbazia di Tolla…
Foto 04-08-12 22 20 39E il rapporto con l’Arda, da parte dei valligiani, non è mai venuto meno: amata, ampiamente percorsa e frequentata, maltrattata, depredata, e infine quasi del tutto asservita agli interessi, non sempre limpidi, dell’uomo.
Intere generazioni, a cominciare da mio nonno e mio padre, han percorso il torrente da una sponda all’altra, tra un “pozzone” e il tratto di scorrimento più veloce, tra le ghiaie e le siepi temporanee per cacciare e pescare o semplicemente per trascorrer qualche ora lieta lontana dalle faccende quotidiane del vivere e del sopravvivere di quei tempi difficili.
Ma mentre mio padre percorreva l’Arda anche per guadagnarsi il pane come ragazzo-garzone del carrettiere, trasportando sassi dalla Ca’ Matta (Castell’Arquato) a Cremona, compiendo due-tre volta alla settimana un lungo viaggio notturno, io mi divertivo a pescare e a far sfoggio di acrobazie in quelle estive, pulite, acque correnti; e quasi mai approdavo alla sponda sinistra, quella di S.Cassano. Restavo dalla mia parte che ora è un inguardabile discarica, regno di pongoni, tollini arrugginiti, plastica sporca e forse amianto.

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Il vizio dell’uomo moderno: inquinare (da Il Piacenza, quotidiano online)

La mia grande valle, quella del cuore, resta sempre quella dell’Arda, quella che al principio dovette essere un immenso acquitrino, dalla pianura alta fino al Po.
Quella valle che era grondante di sale marino e che i secoli han dilavato lasciandone tracce tra Bacedasco e Cstell’Arquato; e anche fino al monte, almeno fino a Salino di Morfasso.
La mia Valdarda è quella dove il filo della corrente, quello che governava il lento e sinuoso scorrere delle acque superficiali verso nord, che per secoli si spostava da una sponda all’altra, grattando terra e riva, ha finalmente creato un proprio alveo che ancora conserviamo…male.

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Nella mia valle le sagre erano l’occasione più importante per frequentare i paesi; e ricordo quelle di Santa Apollonia, di San Giuseppe, della Santa Croce e quella del luglio, quella del caldo, della fine della mietitura, quella che si festeggiava facendo qualche giro sul calcinculo, mangiando anolini in brodo, l’anatra arrosto e partecipando al ballo paesano.
Era il giorno in cui le ragazze si potevano corteggiare nella balera, alla luce del sole…ma senza esagerare.
Le sagre erano la costante da tanti secoli, uguali e diverse allo stesso tempo in tanti paesi della valle e del Paese; e quasi tutte scomparse e sostituite da improbabili fiere della paccottiglia e dello scherzetto.
Tuttavia non ho imparato a frullar nelle balere, nossignore sono rimasto un padano anomalo, di riva e di boscaglia; e mi piace andar dove cresce spontanea la robinia, dove c’è il castagno, il faggio e il ciliegio selvatico.

Questa è la terra per la quale racconto le mie storie, una terra dove son nato e vissuto, che vorrei ancor più bella e rispettata, più raccontata e celebrata, per ridarle quel prestigio che merita; per ridare voce agli antenati liguri e longobardi, i perdenti della storia che pure han lasciato tante tracce da scoprire e far conoscere, iniziando da Veleia e dall’Abbazia di Tolla…

La mia terra è quella di tanti di noi, come lo è la mia storia.

La mia terra è la Valle dell’Arda.

* le foto dell’articolo (salvo diversa indicazione) sono tratte dal repertorio di valdarda foto

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L’Arda raggiunge il Po…

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Camminare a Morfasso, tra bellezze naturali e storia.

Camminare a Morfasso, tra bellezze naturali e storia* (fotoarticolo di Sergio Efosi)

2017-10-28-morfasso la penna-1IMG_5472-ModificaBoschi, torrenti, piccoli ruscelli, lunghi sentieri, alberi secolari, vecchi casali in pietra, pascoli d’alta quota e ripide salite rocciose sono la caratteristica principale della naturalità dell’alto territorio appenninico della Valle dell’Arda, delle terre di Morfasso; terre dove camminare, senza fretta, osservando la bellezza della sua natura incontaminata, vero paradiso per chi ama la vita all’aperto, lontana dal traffico, dal rumore e dallo smog. Continua a leggere “Camminare a Morfasso, tra bellezze naturali e storia.”

Sproloquio di Valtolla, sproloquio di montagna…

Sproloquio di valtolla, sproloquio di montagna...di Sergio Efosi

In un paese normale un posto simile sarebbe stato aperto al turismo di qualità ma qui il Comune (vale in generale per ipiccoli comuni montani) ha a malapena i soldi per aprire il sentiero per i visitatori, e allo Stato forse non importa granché.
I rappresentanti piacentini del popolo sovrano, quelli che “siedono” nei palazzi del potere romano e regionale, nessuno di quei “venerabili” politici nostrani ha speso, per ora, un baiocco di parola per tenere “in piedi” quella sacra meraviglia di scavo della vecchia abbazia di Tolla, appena venuta alla luce nel morfassino. Continua a leggere “Sproloquio di Valtolla, sproloquio di montagna…”

Castell’Arquato: dal principio erano il mare e il volo degli uccelli …poi venne l’uomo.

Castell’Arquato:dal principio erano il mare e il volo degli uccelli… poi venne l’uomo¹. Di sergio efosi

Risalendo lentamente verso il borgo di Castell’Arquato seguendo la Via montana dei francigeni, quella dei “Monasteri Regi”, mi sovvien la storia più antica, quella del mare tra la falesia e le sue prime profondità, dove si ripararono le balene.

Quella storia dove i piccioni che volteggiano attorno alla maestosa Rocca Viscontea non son altro che la metamorfosi degli antichi gabbiani che si appoggiavano sulle guglie sporgenti della falesia e sugli scogli; e che in volo radente battevano il mare aperto, che si estendeva dove ora s’allarga la fertile pianura tra Castell’Arquato, Fiorenzuola e anche ben oltre, per avvistare lo scintillare argenteo dei pesci che si crogiolavano al tepore solare a fior d’acqua, tra luce e abissi, inconsapevoli prede degli aggressivi predatori.

Continua a leggere “Castell’Arquato: dal principio erano il mare e il volo degli uccelli …poi venne l’uomo.”

La torta di patate, i satelliti, i telefonini e la vita in montagna …

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archivio edizioni precedenti

Sergio Efosi*
Vezzolacca è un piccolo borgo di sasso, nel senso che gran parte delle sue case sono costruite con questo “povero” materiale naturale che si estraeva e utilizzava a km zero. Ora le case si fanno in laterizio ma ai tempi …
Il borgo è posto sul versante destro del torrente Arda, poco distante dallo sbarramento che forma il lago di Mignano, ora desolatamente quasi del tutto a secco.
Anche se siamo in epoca di satelliti, i telefonini e i servizi ADSL da queste parti non funzionano granché (nessuno dei noti gestori nazionali di telefonia fissa e mobile hanno investito un centesimo in montagna…e non sono gli unici).
Continua a leggere “La torta di patate, i satelliti, i telefonini e la vita in montagna …”

C’è stato un tempo che Morfasso e la valtolla…

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Villaggio medievale da mordhau.com.

C’è stato un tempo che Morfasso era definito un “casale” nel ducato (di Parma e Piacenza), pretura di Lugagnano, capoluogo  di comune con 20 consiglieri ducali e una popolazione nel solo “casale” di soli 180 abitanti, complessivamamente 1280 nel comunello e 3529 nell’intero comune. La chiesa, quella vecchia parrocchiale, era delle migliori che si potessero vedere nei dintorni. C’era un chirurgo condotto, le frazioni o comunelli erano: i Casali, Monastero, Morfasso con la Villa di Olza, la Pedena e Sperongia.  Il territorio godeva di un clima salubre ma nelle annate umide e scarse di frutta vi dominavano le febbri putride […]. Continua a leggere “C’è stato un tempo che Morfasso e la valtolla…”

Il libro dei racconti di Fausto sulla Valtolla…

Fausto Ferrari, alias brigante della valtolla, ha pubblicato i suoi racconti “C’era una volta la valle di Tolla” per un’iniziativa benefica a favore dell’Ospice piacentino “la Casa di Iris”.
Sono racconti che spaziano nel tempo, con ambientazioni e trame che si snodano dal mondo antico al contemporaneo; con personaggi che risiedono, vivono e lavorano nei nostri borghi della Valle di Tolla e nelle aree circostanti.

Continua a leggere “Il libro dei racconti di Fausto sulla Valtolla…”

Le strane lucertole del monte Giogo

Foto 04-08-12 22 21 15Le lucertole del monte Giogo non sono come le altre, sono rare e (forse) non vengono dal fondo dell’antico mare padano. Sono un’eredità del giurassico; si aggiravano per questi Appennini quando il golfo era il paradiso dei cetacei e dei pesci; e quando l’immensa distesa d’acqua si ritirò, e le balene rimasero nell’antico golfo senza più voglia di vivere, scoprirono quanto fosse bello stare dove una volta c’era il profondo del mare, quello sconvolto dalle alluvioni. Continua a leggere “Le strane lucertole del monte Giogo”

La vita dei frati di Tolla tra preghiera, lavoro e accoglienza…

Il mondo del medioevo era assillato dalla paura del peccato e di conseguenza dall’obbligo della preghiera e della confessione. L’intermediario fra Dio e gli uomini, ovvero colui che riscuoteva molta fiducia e che sedeva sul gradino più alto della dignità, era il religioso e, in particolar modo, il frate.

Alcuni di questi religiosi, nel principio del medioevo tra VI e VIII secolo, facevano vita solitaria o cenobitica e altri erano semplicemente eremiti, poveri, umili, solitari e popolavano il “desertum” ovvero le diffusissime boscaglie e paludi appenniniche e padane. Si trattava in entrambi i casi citati, e quasi sempre, di personaggi ben conosciuti dai contadini, la categoria sociale medievale di gran lunga maggioritaria, che spesso li cibavano in cambio di consigli, di benedizioni e preghiere.
Gli eremiti in particolare, ben noti ai viandanti e ai cacciatori, eran uomini che aspiravano alla perfezione che poco per volta, per scelta o per necessità, si trasformarono in cenobiti.
Questo successe anche in alta Valdarda dove gli eremiti adottarono “la regola”*, ovvero la condizione perfetta, dove continuare a vivere per pregare.
Ma tra i primi monaci tollensi, verosimilmente, solo una minoranza “professava” e seguiva la ricercata condizione perfetta; e solo taluni dovettero anche essere ordinati sacerdoti mentre molti restarono fratelli conversi, ovvero coloro che pronunciarono i voti di conversione, obbedienza, e spesso anche del silenzio, del digiuno e della castità.
All’inizio tanto i fratelli conversi, quanto gli stessi “professi”, lavoravano nei campi, nei boschi, nelle stalle e pregavano; e questa era la loro vita terrena.
E tale condizione comunitaria iniziale si rafforzò ulteriormente con il trasferimento del monastero dall’acròcoro del Moria al fianco dello stesso, quasi sul fondovalle dell’Arda; quasi alla confluenza tra i torrenti Arda e Lubiana.
E il capo della comunità, l’Abate Tobia, godette da subito di una posizione preminente, come fosse il signore dal quale dipendevano i vassalli.
Tuttavia non sono conosciute fonti storiche relative alla vita cenobitica di Tobia e a quella dei suoi confratelli fondatori di Tolla.

UNA GIORNATA PARTICOLARE A TOLLA, TRA PREGHIERA, CANTI E LAVORO.

E al principio, nei primi secoli del medioevo, tutti i fratelli professi e conversi lavoravano nei campi, nei boschi, nelle stalle e pregavano, e cantavano le lodi al Signore.
Il capo della comunitá, il primo capo, l’Abate Tobia, con il trascorrere degli anni venne aiutato da un vice (forse già al tempo da un priore), da un cancelliere, da un tesoriere e anche da altre figure laiche (servi, artigiani, guardiani, ecc…).
E con il trascorrer degli anni quella comunità si allargò; e anche le zone circostanti si popolarono, seppure lentamente si popolarono.
Tobia, forte della pratica del digiuno e della penitenza del suo periodo eremitico, si alzava prima di tutti, prima dell’alba per pregare e ancora, come al principio, per castigare il corpo.
Al suonar della campana del priore l’intera comunità lo raggiungeva e insieme recitavano l’ufficio del mattutino con le “laudi” al Signore.
Iniziava quindi la lunga giornata che intercettava il lavoro intercalandolo con la preghiera, il pasto di metà giornata e le letture sacre; e così per giorni, settimane e anni…

Il pasto per quei frati era frugale e ne consumavano due in estate e poi sempre solo uno; era un pasto senza carne e con soli legumi, verdure e frutta e circa 300 grammi di pane, con mezzo litro di vino al giorno, e negli anni meno favorevoli in vino diveniva “mezzo vino”. E tutto quanto, e questo stato di cose,  si poteva interrompere solo nell’imminenza di un grave pericolo, quando la campana suonava a martello.
La comunità cresceva ma per molti anni restò confinata nella grande boscaglia, che se da un lato inquietava dall’altro la proteggeva dal mondo esterno, al tempo molto insicuro, pericoloso e perennemente in guerra con cicliche epidemie e carestie che falcidiavano la popolazione dell’intero mondo conosciuto.
E dall’abbazia, giù verso l’Arda , oppure dal fianco esposto del monte, si udivano distintamente i colpi dello scalpellino che spaccava, estraeva e modellava pietre per ingrandire il convento, alzar la torre, costruire un muro o rinforzare l’argine; e c’era un gruppo di conversi, in questo aiutati dai contadini, che trasportava e posava, che spostava e rifaceva…
Altri erano nei boschi a tagliar piante di cerro per ricavarne assi e tutto era perennemente in movimento.
E poco distante dall’Abbazia sorse il primo villaggio e poi in secondo e così via…con nuove strade di collegamento, con nuovi ronchi per ricavarne campi per coltivar vigneti, cereali e ortaggi e poter ospitare i nuovi arrivati.

E le vigne, così importanti per la Messa, che producevano l’unica bevanda ammessa dalla regola, era difficile difenderle dai continui assalti animali e allora si elevarono mura e palizzate e così anche per il grande orto e il pollaio.

Nel bosco più vicino pascolavano i maiali, quelli con il mantello chiazzato nero, quelli molto robusti, che si cibavano di ghiande e castagne…
Ma anche il pericolo era sempre in agguato e alcuni ragazzetti erano sempre di vedetta e al minimo sospetto non esitavano a lanciar segnali dall’alto di una pianta o da un poggetto strategico.
E quasi con stupore i piccoli contadini (i bambini) andavano nei campi a parlar con frate Romaldo che scalzo, incurante di spine e altro ancora, falciava l’erba per il fienile cantando e recitando laudi al Signore.
E lo interrompevano, e chiedevano cosa stesse cantando, chi stesse pregando offrendogli l’acqua fresca della sorgente…
Romaldo con altri fratelli conversi e contadini allevavano con cura le erbe per cibarsene, e per la dispensa dell’inverno, e alla sera, dopo una lunga giornata trascorsa nei campi, nelle vigne, nel torrente a spaccar sassi, tra i boschi a tagliar piante e a riparar sentieri, sopravveniva la stanchezza ma prima veniva l’ora della preghiera e delle laudi di fine giornata. E il giorno seguente ancora così, e poi ancora e ancora…

E venne il tempo dei nuovi arrivi, dei nuovi abitanti, dell’accoglienza dei fuggiaschi dalle guerre e dalle predazioni; e nel corso degli anni quella comunità si trovò più impegnata a difendersi dall’assalto predatorio, e dalle pretese, dei potenti locali e dal Vescovo che non dall’assalto delle fiere.

E dai monti erranti più interni della catena appenninica continuarono per secoli a giungere numerose famiglie che andarono a formare intere comunità di villaggio, a fondare paesi e villaggi portando nuovi costumi, altri dialetti e tradizioni…e tutto si fuse e tutto divenne civiltà.

(Fine de “I racconti del monte Moria”)
La storia romanzata da Sergio Efosi© (bozza non corretta)**

*San Benedetto da Norcia è vissuto nell’Appennino centrale tra il 480 e il 547 e dal 534 inizia a redigere la “regola” che riscuoterà un grande successo.
** Fine della storia romanzata della prima stagione di Tolla…

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immagine del web- tratta da “LA SCUOLA DI ZIO GUSTAVO.WORDPRESS.COM”

Quando il cielo si oscurò: cronaca di un viaggio avventuroso dopo l’alluvione in valdarda…(I racconti del monte Moria)

immagine dal web tratta da Mordhau.com

La bellezza del mondo se ne va, tutto cambia presto […]nulla è eterno, nulla è immutabile. Così la notte oscura con le tenebre il chiarore vitale del giorno[…]. Ma perchè noi infelici ti amiamo, o mondo, che ci sfuggi dalle mani?…*

ANTEFATTO
L’alternarsi della bella stagione a quella cattiva, della pace alla guerra, dall’abbondanza alla carestia, dalla salute alla malattia erano le leggi che, parafrasando V.Fumagalli, dominavano quel mondo antico, il medioevo più profondo, senza che vi fossero mezzi efficaci per contrarle…
La natura in cui erano immersi quegli uomini, ovunque essi si trovassero, era selvaggia, non ancora antropizzata quel tanto per rendere l’esistenza umana meno dura; una natura madre e matrigna, bella e pericolosa…quasi paurosa.
E gli uomini della chiesa, gli uomini credenti, spiavano la natura, la osservavano con ammirazione ma anche con terrore intravvedendo il turbamento umano che spesso causavano i suoi movimenti: il fuoco, l’acqua, il terremoto, l’eclissi con il cielo che si oscurava e inviava bagliori inspiegabili, ecc…
I contadini che quando la luna si oscurava per l’eclissi la invocavano, suonando trombe, corni, campane e pregavano fino a quando riappariva, esultando per la morte scampata.
E poi la sabbia che pioveva dal cielo (al tempo fenomeno inspiegabile e dunque un segnale premonitore di Dio per gli uomini peccatori…), il vino che si intorpidiva, l’olio che diveniva acido, lo sciame imprevisto di cavallette che distruggevano il raccolto e le malattie, etc…
La paura sollecitava uomini colti e contadini, frati e chierici, soldati e condottieri a fare considerazioni lugubri, improntate al pessimismo…che solo la fede e la preghiera poteva scongiurare e mitigare.
E dopo ogni tempesta, e ogni alluvione, tornava il sereno nel cielo ma non nel cuore degli uomini; e la paura lasciava il posto all’angoscia che durava per lunghe stagioni, e a volte per intere generazioni.

CRONACA DI UN VIAGGIO DEI FRATI DI TOLLA DOPO L’ALLUVIONE…
La cronaca ci racconta che in quel mese di giugno del 740 la terra della Valdarda venne sconvolta da precipitazioni abbondanti che divennero, con il passar dei giorni, alluvione travolgente**che colpì duramente dall’orrido di Mignano fino al Po.
Fortunosamente l’abbazia, ubicata più a monte, questa volta scampò alla terribile prova. E il territorio della collina e dell’alta pianura di Tolla vennero sconvolte, e la morte dilagò tra gli uomini e gli animali.
Ma occorreva ricominciare, verificare i danni, soccorrere i feriti, seppellire i defunti, riportare l’impronta dell’uomo nei campi, nei villaggi e nelle contrade…
E i frati di Tolla decisero di partire, di andare a verificare i danni laddove la violenza della natura aveva colpito più forte; per soccorrere e per pregare per quegli uomini, per riportare la speranza e la fede in Dio.
Sarebbe stato un viaggio avventuroso, irto di pericoli imprevisti, in ambienti dove regnavano la desolazione e la morte da diverse settimane; tra carcasse di animali travolti e annegati nel fango che lentamente affioravano dall’acqua e dalla melma.
E capitava che affiorassero persone colte dalla piena improvvisa, travolte nel tentativo di salvare un famigliare, un animale domestico o per altri mille motivi.
La speranza dei frati di Tolla che si apprestavano a scendere a valle era che la furia fosse ormai passata e che le strade e i sentieri fossero nuovamente percorribili.
Sono ancora le cronache che raccontano della partenza nella prima mattinata del 15 giugno 740, della piccola carovana della Valtolla composta da otto frati, due muli e un asino, guidati dall’abate Andrea.

Ma quella speranza di trovar strade e sentieri percorribili si dimostrò vana. Dopo poche miglia dalla partenza i muli e l’asino sguazzavano nell’acqua fetida e gli zoccoli affondavano nella melma. Gli insetti attirati dalla morte e dalle acque stagnanti non davano tregua e a quella colonna di frati non restò altra soluzione che spalmarsi di fango il viso, le mani, i piedi e il collo per non venir “divorati”. E le bisce sguazzavano tra fango e melma, e solo le più grandi erano sopravvissute, quelle che eran lunghe anche cinque/sei piedi e grosse come un braccio.
Con bastoni appuntiti si batteva sull’acqua prima di ogni attraversamento perché il terrore dei muli era veramente grande e il pericolo costante.
Ogni tanto il vecchio sentiero che costeggiava l’Arda, sulla sponda sinistra, scompariva, inghiottito dal fango e dall’acquitrino; e il fondo si faceva scivoloso e la colonna dei frati era costretta a compiere lunghe deviazioni, a tratti a guadare canali che si eran fatti torrentizi. I frati avanzavano sopportando pazientemente ogni disagio, mentre i muli e l’asino, che non erano abituati a quel tipo di ambiente, che preferivano i terreni asciutti e impervi del monte, s’impuntavano e si rifiutavano di proseguire. All’altezza della corte di Moraniano (il Morignano che si trovava sulla sponda opposta dell’Arda, e non dove si trova ora ma ben più verso l’alta pianura di San Lorenzo) c’era il guado dell’Arda e l’acqua a quel punto non superava due/tre piedi di altezza.
L’abate Andrea, cavalcando il mulo, avanzò in solitaria per verificare se quel punto fosse ancora agevolmente praticabile.
Il resto della colonna restò in attesa sulla riviera al riparo della siepe.
Improvvisamente sulla sponda opposta apparve un gruppo di cavallerizzi vocianti, forse un gruppo di uomini di mercede o di predoni.

Andrea, per maggior sicurezza tornò rapidamente sui suoi passi incitando i suoi confratelli ad allontanarsi di qualche centinaia di metri dal torrente, al riparo delle siepi più lontane.
E da lontano scorsero quel “drappello vociante” sulla sponda opposta, che esitava ad attraversare, forse intimorito dal rumore dell’acqua o dai tronchi che velocemente scendevano a valle trascinati dall’acqua…o forse perché ubriachi.
La colonna “tollense” si diresse allora verso nord utilizzando un sentiero ancora abbastanza integro dentro al bosco della località foresta ***, un sentiero che li portava lontano dal luogo ove eran diretti per soccorrere confratelli e rustici.
La strada correva dentro al rigoglioso bosco misto di castagni selvatici e querce.
Una grande boscaglia dove, a tratti, gli alberi erano stati bruciati dal fuoco appiccato dai contadini per ottenere radure da coltivare.
Un luogo ove, qua e là, sorgevano piccoli agglomerati di povere capanne scampate alla furia delle intemperie.
E poi dove i re (piccoli corsi d’acqua che percorrevano la boscaglia; i rii o rivi) confluivano nel torrente Chiavenna sorgeva una grande corte del fisco regio, sul terrapieno…
Sembrava fosse deserta, forse abbandonata, anche se verosimilmente i soldati di mercede o i predoni (dediti allo sciacallaggio) non si erano ancora fatti vedere da quelle parti. Ma lo stesso gli abitanti avevano ritenuto prudente abbandonare le proprie case e la grande corte.
«Tra poco dovrebbe esserci un altro guado, accanto alla pieve, non so quanto lontana, e non ricordo neanche come accidenti si chiami (era la pieve di Fontana di Teodorico, ora Fontana Fredda)- disse uno dei frati – dovremmo aver quasi raggiunto la Via consolare, non ci resta che continuare attraverso questa boscaglia».
Facendosi strada tra i rami bassi, le radure, l’acquitrino, le paludi, la colonna tollense proseguì per un buon tratto finché non incrociarono quella pieve e la strada che portava verso Piacenza. Guadarono agevolmente e seguirono, a distanza e in senso opposto, la consolare medesima tenendosi sempre al riparo degli alberi e delle siepi. E dopo circa sei miglia, avanzando nel letto, fattosi larghissimo, dell’Arda, tra acquitrini e lagoni alluvionali, ritrovarono la via dell’alta pianura sulla sponda destra del torrente medesimo.
E la desolazione era tanta in quel pomeriggio tardo, mentre le ombre si allungavano e la colonna dei frati stava per raggiungere Lusurasco e la sua chiesa sull’alta pianura…
Dal muretto che delimitava la chiesa, ancora piccola ma forse già dedicata a San Colombano, sbucò un monaco anzianotto con un saio nero, lercio e tribolato; lo accompagnavano una ragazzina con la madre, sporche e impaurite.
E quel religioso scrutava la colonna con diffidenza ma anche con speranza.
«Pax vobiscum! Veniamo in pace, siamo dell’abbazia» esclamarono in tono amichevole «pax vobis…» rispose il monaca più rilassato «Sono Gervasio».

Solo la chiesa era rimasta in parte integra mentre attorno la valle era stata travolta dall’alluvione e dalla successiva predazione degli “sciacalli”.
«Ero là, ho visto tutto. Sono arrivati ieri e hanno preso il bestiame e le donne. I nostri rustici superstiti delle alluvioni allora si sono ribellati e…» e il pianto sopravvenne, e smorzò la parola…
Poi l’anziano Gervasio proseguì «…I soldati non ci hanno più visto! Hanno cominciato a uccidere tutti e, nella gran confusione, siamo scappati…e loro hanno dato fuoco alla chiesa ma poi ha ripreso la pioggia forte…chi ha potuto è corso a rifugiarsi nella boscaglia e hanno atteso che facesse buio, poi la marmaglia se n’è andata…».
E nel mentre il racconto si faceva sempre più dettagliato nel cielo i corvi ancora volteggiavano in cerca di prede, di cadaveri da spolpare, e la sera lentamente calava sulla valle dell’Arda.
Mancavano forse una manciata di minuti al tramonto e gli animali al seguito ebbero una carruba, e furono lasciati un poco a pascolar nel cortile.

Ma questi uomini non si sentivano in pace, avvertivano l’atmosfera cupa del disastro, della furia distruttrice, e il terrore per gli sciacalli umani che si aggiravano da giorni per quelle tristi lande desolate.
E infine furono tutti, animali compresi, nel chiuso delle mura della chiesa e pregarono….
E al termine l’abate tirò fuori dalla bisaccia un intero cartoccio di mele secche, l’unica nota dolce di quel tribolato giorno.

La notte sopraggiunse, e dalle tenebre, lentamente, riemersero i pochi abitanti rimasti in vita. E anch’essi raccontarono delle acque travolgenti, delle perdite umane, della furia della natura, della devastazione dei campi e dell’imprevista calata dei predoni.

E, lentamente, la vita di quella sparuta comunità riprese.
Le donne e gli uomini si votarono alla ricostruzione, alla nuova semina, alla raccolta del salvabile e alla preghiera “Pater Noster qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.…e il tuo amore riempia sempre i nostri petti…”*
E la vita di quei secoli continuò tra alti e bassi, tra guerre e carestie, tra clima inclemente e alluvione, tra fede e ricostruzione.

(Fine dell’undicesima puntata “I racconti del monte Moria”)
La storia romanzata da Sergio Efosi© (bozza non corretta)

NOTE
*Alcuino, monaco nell’alto medioevo (ripreso da V.Fumagalli)
** tra secoli V e IX si verificarono notevoli cambiamenti climatici, a tratti sconvolgenti…i cronisti contemporanei ci raccontano del raffreddamento del clima, di una maggiore piovosità, di sconvolgenti alluvioni, di lunghi periodi di carestia.
*** la località esiste tuttora tra Vigostano e Doppi, ma non ha più l’antico aspetto forestale del medioevo; la vecchia “foresta regia” si estendeva da Sant’Antonio a Fontana Fredda (la vecchia Fontana di Teodorico) passando per San Protaso.

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