Giovanni ritorna a casa, ritorna nella sua valdarda…(una storia vera)


GIOVANNI PEROTTIGiovanni Perotti di Salino, classe 1921, riceve la cartolina di precetto il 22 agosto 1942, parte a 21 anni  per Messina e verrà  poi destinato alla Grecia dove 14 settembre 1943 verrà fatto prigioniero dei tedeschi (ora nemici) e internato in campo di concentramento a 30 km da Berlino. Liberato dai Russi il 20 aprile 1945, attraversa la Polonia, l’Ungheria e infine arriva a Trieste il 22 maggio 1945, dopo aver attraversato mezza Europa a piedi. Viene con i suoi compagni di viaggio (ex prigionieri) portato a Verona dove c’era lo smistamento degli ex deportati in Germania. Li viene “pulito” e sfamato. Giovanni dopo 4 giorni riparte e raggiunge Modena e poi con un camion americano giunge a Piacenza. Qui un “incaricato”(dice Giovanni “non so chi fosse ma era persona perbene”) del governo lo accompagna al collegio Morigi dove viene interrogato sulle sue peripezie e sfamato. Infine viene accompagnato alla stazione delle corriere e torna sulle sue montagne…

IL RACCONTO DI GIOVANNI…

Era il 29 maggio. La corriera partiva alle cinque del pomeriggio. Finalmente arrivammo a Lugagnano. La corriera si fermò: erano le sette di sera. La notte si avvicinava…

Mi misi in cammino verso il mio paese; ma prima di arrivare a Monastero si era fatto ormai buio. Dietro di me arriva un camion. In quel camion c’era Domenica Casali, che gestiva la proprietà della nostra chiesa. C’era pure, su quel camion, Giulio Molina, Guardia comunale, il quale mi riconobbe alla luce dei fari del camion. Arrivati essi a Taverne di Monastero, il camion si fermò perché la strada non permetteva di proseguire…

Il Molina mi disse: “Adesso facciamo la strada insieme fino a casa”. Loro sarebbero venuti insieme a me fino a Pedina. Erano carichi di sale per cucinare. Il Molina mi mise un carico di sale sulle spalle, e così camminammo tutti e tre insieme. La prima cosa che chiesi loro fu come stavano i miei. Il Molina mi disse che stavano tutti bene… Arrivammo a Sperongia, alla casa Ciancia. Il Molina disse: “Qui comando io!”. La signora Domenica Casali si mise a ridere. Il Molina soggiunse: “Venite con me!”. Io sapevo bene di che cosa si trattava: lì c’era la trattoria, gestita dalla Santina, che ci diede da mangiare e da bere. Il Molina si fece avanti per pagare il debito, ma lei assolutamente non volle niente. Così ci salutammo e partimmo con il sale sulle spalle.

MI FUMAI UNA SIGARETTA E GUARDAI LE MUCCHE…

In poco tempo arrivammo a Pedina, con il cielo sereno e al chiaro di luna. Ringraziai i compagni di viaggio e ci lasciammo dandoci la buona notte. Era un’ora dopo mezzanotte. Andando verso il mio paesello, passai davanti alla Chiesa: feci il Segno della Croce e me ne andai sentendo e godendo dell’aria del mio paese. Attraversai i campi, passai davanti alla fontana: lì mi fermai un attimo a guardare quella fontanella: era l’ultimo di maggio.

Dopo quaranta giorni di viaggio ero arrivato (ndr: era partito da Berlino il 20 aprile). Pensavo come avrei fatto a bussare alla mia porta in quell’ora; ma poi mi feci coraggio e mi diressi verso casa: erano ormai le due di notte. Piano piano entrai nella stalla e mi sedetti su uno scranno che usavano per mungere le mucche. Mi fumai una sigaretta e guardai le mucche.

LA BACIAI LUNGAMENTE…E PIANSI PURE IO.

Presi poi la decisione di arrivare davanti alla porta di casa. Guardavo la porta, ma non avevo il coraggio di bussare. Finalmente mi feci forte e picchiai la porta gridando: “Apritemi! Sono Giovanni!”. Mia madre sentì subito i primi colpi e svegliò le figlie che dormivano e disse loro di andare ad aprire la porta perché era arrivato Giovanni. Esse eseguirono gli ordini della madre, si avvicinarono alla porta, ma non l’ aprirono subito. Io, essendo di fuori, sentivo tutto quello che dicevano. Insistetti: “Apritemi, che sono il vostro fratello Giovanni!” Esse allora presero una decisione: una si mise da una parte e una dall’altra, e così aprirono la porta, fuggendo poi subito nella propria stanza, dove c’era la madre. Io, appena entrato, mi diressi immediatamente verso la loro stanza. Appena mi videro, si avvicinarono a me e mi baciarono fortemente; piangevano e mi stringevano a loro. Mia madre si alzò, si avvicinò a me e io la baciai lungamente, mentre lei piangeva. Anche ai miei occhi vennero le lacrime e piansi pure io.

MIO PADRE MI BACIO’ E  ABBRACCIO’ STRETTAMENTE…

Si svegliarono anche i miei fratelli, che mi salutarono tutti con tanta contentezza. Dopo arrivò mio padre, mi saltò al collo, mi baciò e mi abbracciò strettamente e poi mi domandò con che mezzo ero arrivato. Risposi: “Sono partito da Lugagnano a piedi e sono arrivato a piedi”. Egli mi dette una seggiola e mi disse: “Sarai stanco?” e io: “Sì, caro padre, dopo 40 giorni di viaggio! I russi mi hanno liberato il 20 aprile. Non mi sento ora di spiegare i disagi che ho avuto, le sofferenze, le paure, la fame, il freddo, i 363 (Giovanni li aveva “registrati” tutti!) bombardamenti…

PER LEGGERE L’ESTRATTO DELLA STORIA DI GIOVANNI CLICCA QUI!

 

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