fotoQuest’anno la siccità e l’andamento stagionale primaverile non hanno favorito la produzione di castagne. Si lamentano in Trentino, nel centro Italia, in Francia … e ovunque. A questo si aggiungano gli effetti nefasti della “mosca cinese” che da diversi anni colpisce anche la nostra zona, la scarsa cura che ormai si riserva agli alberi, la sofferenza causata alle piante  da altre gravi patologie fungine e il quadro è completo.

In queste zone, oltretutto, la coltivazione del Castagno è da diversi anni  coltura marginale, praticata da pochi pensionati-appassionati che, nel migliore dei modi a loro possibili, puliscono il sottobosco dalle infestanti e praticano un minimo di potatura igienica per mezzo della “sbattitura” dei frutti con lunghe pertiche.

Oramai si tratta di piante che per il loro “portamento” possono essere considerate, sopratutto, dei veri monumenti della natura prima ancora che alberi da reddito.

Il Castagno è di origine antichissima (il Cenozoico), era diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo, e il greco Senofonte lo definì “l’albero del pane” proprio perché da secoli il suo frutto  era presente nelle diete di quasi tutte le famiglie  contadine .  Venne valorizzato dai Romani, che l’apprezzarono anche attraverso gli esperti Etruschi,  e lo esportarono ovunque nel loro vasto impero anche oltre le Alpi e in Sardegna dove non esisteva.  Un secondo momento di rilancio si ebbe a cominciare dall’alto Medioevo. In valdarda la coltura venne “perfezionata” dai frati Benedettini insediatisi in Valtolla nel 680 d.C. che ne fecero una vera e propria attività a reddito. Piantarono castagni direttamente e ne incentivarono la coltivazione anche sui loro terreni  concessi in affitto nell’intera valle, al pari dei vigneti. Prima della scoperta del Mais e della Patata, provenienti dal nuovo mondo (il cui uso alimentare risale al XVII secolo circa) era la Castagna che entrava massicciamente nelle diete contadine dalla montagna alla bassa collina.  Questo frutto continuò ad avere grande importanza alimentare   fino al primo dopoguerra… poi la decadenza.

In Valdarda, ancor oggi, vi sono grandi estensioni di Castagno e la più grande  esistente è quella di Vezzolacca di Vernasca. Un grandissimo castagneto privato; una varietà “addomestica” già anticamente giunta fino ai giorni nostri.

Dunque… il pane, il Castagno è stato per secoli “l’albero del pane” per antonomasia!

Negli ultimi 1000 anni i nostri avi hanno regolato la loro fame, e quella delle loro famiglie, anche con il castagno, dal Monte Moria al Monte Lucchi, da Vezzolacca al Bosco di Santa Franca di San Lorenzo di Castell’Arquato e oltre.

Ancora oggi qualche famiglia locale  trae un piccolo (tutto è utile!) sostentamento reddituale dal Castagno.  Proprio per tale motivo se capitiamo, durante una passeggiata autunnale, in un bosco di Castagno ben pulito…non dimentichiamo che quello è “coltivato”, è  il frutto del lavoro di un contadino e va rispettato. Vi sono altre centinaia  boschetti “incolti” che danno ottimi e abbondanti frutti da raccogliere.

Con oltre 600 ettari di castagneto la media e alta valdarda- la valtolla- rappresentano la civiltà della nostra terra! Rispettiamo i nostri boschi dove si celano ancora gli spiriti dei nostri avi. Rispettiamo questi luoghi dove si produce, ora più che mai, la nostra dose di ossigeno puro, buono, non contaminato dal “progresso”. Salviamo i nostri boschi!

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