L’ANTEFATTO

Nei primi secoli del medioevo la vita ritenuta esemplare era quella condotta nei monasteri dove si andò…affermando la liturgia…che più d’ogni altra forma ne traduceva lo spirito religioso*.
I monaci al principio, quando tale liturgia era lieve, erano attivi lavoratori-contadini e Tobia, già eremita del monte Moria, non era da meno.
Con altri eremiti costituì il cenobio del monte Moria, il primo della Valdarda, sorto appena dopo Bobbio, non solo per pregare…
Ma quello era anche il periodo dell’insofferenza, eredità del pensiero papale, nei confronti della rozza gente Longobarda che porterà, nei secoli a contrapposizioni tra classi sociali e tra “ambienti di vita diversi” per cui in città, luogo di residenza delle classi più agiate vivevano i cristiani migliori mentre la campagna, pur molto spopolata, era ancora “infestata” da contadini-pagani.
Di fatto la situazione era varia, contrastata, e in ogni ambiente si conoscevano i poveri e i deboli come anche i buoni, i cattivi, i ricchi e i potenti.
Alle classi più agiate e gli “aristocratici” facevano da contraltare, in quei secoli, religiosi estremi, spesso di origini sociali umili, portatori di un messaggio evangelico efficace e molto popolare.
Nel VI-VII secolo, il deserto umano del nord Italia non scoraggiò questi religiosi estremi, non fermò la “ruralizzazione” che, oltretutto, andava a contrastare i retaggi pagani del passato con l’esempio.

LA LEGGENDA DELLA CIVILIZZAZIONE DELLA VALDARDA

Se nelle città considerevole era il numero dei chierici e dei parroci, nelle campagne era altrettanto numeroso il gruppo dei “religiosi” solitari, degli eremiti; poveri, casti, umili che popolavano boscaglie e lande paludose.
Personaggi noti ai contadini che spesso li cibavano chiedendo loro consigli, benedizioni, e anche interventi miracolosi (cosa mal vista dai chierici, dai parroci e dai vescovi); eremiti ben noti ai viandanti smarriti che rimettevano sulla strada giusta, ai cacciatori che passavano non lontano dalle loro povere capanne, ai tipacci, ai raccoglitori di miele, ai vagabondi, ai briganti e a tutti i solitari…
Al principio sull’acrocòro, sul luogo impervio, sull’altopiano montuoso del Moria, era giunto Tobia, l’uomo delle penitenze estreme che si rifugiò in una grotta scoperta tra le rocce del monte Tollara, dove avrebbe condotto la sua esistenza di preghiera e meditazione. L’uomo che dal suo rifugio usciva in inverno per recarsi a fare il bagno delle acque gelide del laghetto del Prato delle Lame; e in estate per rotolarsi tra le ortiche per castigare il suo corpo da penitente.

 Poi sull’altopiano giunsero gli altri.

Infine questi “aspiranti alla perfezione” decisero di vivere in gruppo (il cenobio) e di costruire la casa comune (il monastero, il convento) secondo la regola e sotto la guida di un capo (un abate, un priore).

Fra loro solo una minoranza aveva professato e abbracciato, all’inizio, la condizione perfetta stabilita dalla regola**.

Tra questi Tobia e un monaco, erudito, giunto dai lontani paesi del nord; e pochi altri.
Vangare la terra, arare, erpicare, seminare, falciare, tosare le pecore, fare le fascine, era un modo per avvicinare a Dio la comunità e dunque Tobia e i suoi confratelli si diedero da fare.
E l’aratro e i cavalli, e i buoi, in quel tempo, non erano presenti in alta Valdarda; e l’aratro di legno era tirato dall’uomo e la zappa con la falce erano l’attrezzo più comune. Il lavoro era massacrante, e la preghiera faticosissima dopo aver trascinato l’aratro per l’intero giorno, per tanti giorni, per una stagione; e aver zappato, raccolto legna e abbattuto piante, per costruire il riparo comune. Ma la regola era ora et labora, prega e lavora anche a scapito del riposo.
Tobia è stato anche un grande civilizzatore cristiano, forse a ragione, il primo e il più importante dell’alta valle, tra i primi della provincia di Piacenza.
Seguace della tradizione benedettina, della regola, si prodigò anche per rafforzare il connubio ruralizzazione-civilizzazione.
Si racconta che nella prima primavera del 623***, con alcuni confratelli, come tanti monaci del suo tempo, decise di andare a predicare il Vangelo nella vasta boscaglia che circondava quell’acrocòro; secondo i racconti orali, con alcuni fretelli, arrivò al Pelizzone dove restò in preghiera e ammirazione del creato, tra fiori e ruscelli, tra gigantesche piante e monti lontani, tra orizzonti e dirupi mai esplorati.

Nel corso del suo viaggio  transitò, e predicò il Vangelo, nei piccoli villaggi di Tiramani, Rocchetta e Teruzzi. E il suo “periplo” lo portò anche a raggiungere Pedina, Settesorelle,  Rocca Casali, poi Mignano e Olza, e chissà cos’altro incontrò e chi conobbe.

E di sicuro gli vennero incontro cacciatori e pastori, contadini e raccoglitori che con le loro numerose famiglie vivevano nelle piccole radure della boscaglia; e lo accolsero per ascoltarlo, per imparare a pregare con lui.
Con i compagni vagò per sette settimane in quel mare di boschi che dall’altezza dell’acrocòro temevano fosse solo infestato da fiere pericolose e disumane in lotta perenne tra di loro e con i cacciatori.
Tobia, dopo questo lungo periplo, dopo il viaggio, comprese che questa era la sua terra promessa.
E i frati raccontarono, al loro ritorno, di fiere pericolose impaurite e timorose al passaggio di Tobia, di terra da dissodare, di piante gigantesche da ammirare, di frutti antichi che nessuno aveva ancora raccolto; e di gente povera ma meravigliosa, “condannata” a raggiungere il paradiso dei beati perché più rispettosi dei rispettosi della regola ora et labora.
Tobia si rese conto che i frati dovevano stare con quella gente, vicini a quella gente, e farne venire altra; popolare la valle e fare opera di evangelizzazione,  e costruire la comunità sotto a quell’acrocòro, ai piedi del Monte di Tola.

(Fine della seconda puntata “I racconti del monte Moria”)
La storia romanzata da Sergio Efosi© (bozza non corretta)

*Vito Fumagalli
** Robert Delort
***Forse tutta la storia andrebbe posticipata di almeno un ventennio, ma anche no.

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6 pensieri riguardo “La leggenda dei frati contadini del monte Moria

  1. Tobia sicuramente era stato in irlanda, dove aveva appreso l’arte di costruzione delle torri, con roccia basaltica che funzionano da antenna, per attirare l’energia vitale necessaria alle piante per crescere..

  2. Gentile Signor Sergio, le invio il seguente commento:

    Il Monachesimo nasce in Italia all’inizio del V° secolo, sotto il regno dell’imperatore Onorio, con l’arrivo dall’Egitto degli eremiti (Monacos in greco) dalla Tebaide. Questi eremiti, oltre alla vita ascetica, esercitavano un mestiere (es. Apelle (poi S. Ampelio) era un fabbro stabilitosi a Bordighera, mentre in Valtolla vennero quelli dediti ad attività di montagna, Intorno ai rifugi di questi eremiti sorsero i monasteri che noi conosciamo.

    Fonti storiografiche: Historia Monachorum Aegipti, di cui ho una copia web, e i discorsi di S. Petronio di Bologna.

    Saluti e buon lavoro, Bafurno

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