Monte Moria: orco o eremita?

2015-10-parco-moria-9107_fotorMonte Moria: orco o eremita? (di Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, blogger, escursionista e narratore). 

Negli anni che dovettero precedere l’arrivo dei frati in Valtolla, di sicuro in piena epoca longobarda, giravano strane voci nei rari e piccoli villaggi dell’alta valle; voci che segnalavano con insistenza la presenza uno strano “essere” sull’acròcoro del Moria, definizione, quest’ultima, acculturata di “altopiano”, in uso presso la letteratura tecnica. L’essere solitario e schivo, pare vivesse in un misero rifugio occultato  dalla fitta e impenetrabile boscaglia che dominava i luoghi; scarsamente frequentati perché si riteneva fossero infestati da presenze demoniache e da divinità malvagie. Non era ancora, quella, l’epoca della piena cristianizzazione dell’intera zona appenninica per cui fauni, silvani, divinità pagane e demoni, capricciosi e dispettosi, erano ancora temuti e venerati. I meglio informati giuravano si trattasse di un semplice eremita “forestiero”, giunto da chissà dove, ma i più insistevano sulla stranezza dell’essere. Taluni, fantasiosi, si spingevano oltre, descrivendolo con sembianze deformi e paurose.

Altri più discretamente e concretamente discutevano a quale dei due lati dello spirito potesse appartenere: se a quello del bene oppure a quello temutissimo del male.

Le grandi boscaglie che si estendevano senza soluzione di continuità da Mignano alle valli più interne  e sconfinate dell’alto Appennino erano, in massima parte, fittissime con alberi giganteschi che a malapena lasciavano intravvedere il cielo ai rari frequentatori di tali luoghi.

Ambienti umidi, spesso scuri e molto ombreggiati che di sicuro ispiravano e alimentavano racconti di paura.

il monte Moria e i suoi fratelli IMG_0080
archivio monte moria

Coloro che volontariamente vi si inoltravano potevano tranquillamente occultarvisi senza il timore che qualcuno mai li scovasse. I pochi coraggiosi, insediati nei rari e piccoli villaggi sorti nelle radure della boscaglia, erano in massima parte fuggiaschi da guerre, epidemie e carestie tremende che avevano distrutto anche il territorio piacentino nei secoli intercorsi tra la caduta dell’impero e l’arrivo dei Longobardi; e in tal contesto non mancavano neppure i banditi. Tutti alla ricerca della mera sopravvivenza o del nascondiglio sicuro. In pratica questa grande boscaglia era come un grande e impenetrabile “deserto”, dove al posto della sabbia c’era una distesa verde infinita e impervia che tutto occultava. 

In taluni luoghi della grande boscaglia erano rimasti o si erano stabiliti anche rari gruppi di boscaioli e cacciatori intrepidi. 

In ogni caso quella fu l’epoca alto medievale che registrò il più grande tracollo demografico che la penisola ricordasse.

La presenza umana nel nord Italia era divenuta più che rara e su questi monti pare non superasse le poche decine di individui. Si trattava, nel caso dell’alta Valdarda, di boscaglie desolate dove sopravviveva una rete di vecchi sentieri decaduti e a tratti interrotti; luoghi ideali per l’eremitaggio che ricercava, sull’esempio dei Santi eremiti orientali, l’isolamento e la solitudine più profonda per dedicarsi alla preghiera perenne e alla salvezza della propria anima.

Chilometri di boscaglia fino alle cime del monte Lama e poi ancora oltre fino a ricongiungersi con altre valli e poi, quasi senza soluzione di continuità, fino a raggiungere le costiere del mare della Liguria. 

Luoghi che, pur con fatica, avevano frequentavano i primi abitatori antichi di queste terre, quelle tribù di Liguri che per secoli contrastarono e occuparono la boscaglia,  facendo pascolare i loro armenti e costruendo insediamenti ai margini della stessa fino alle prime colline verso la grande pianura del Po. Ma da quei tempi “tanta acqua era passata sotto i ponti”, da quelle parti erano transitati anche i cartaginesi e i romani fino al silenzio, con il prevalere dell’esercito della natura che per lunghi secoli determinò l’oblio; la natura, ancora una volta,  si era ripresa anche quelle superfici “roncate” nel corso di lunghi secoli dall’uomo e tutto era tornato come all’inizio.

La boscaglia dominava incontrastata il panorama appenninico, gli anni e i secoli passavano e le foreste crescevano, il sottobosco si infittiva e la luce a fatica penetrava in queste valli misteriose e umide dover scorrevano l’Arda, il Lubiana, il Chiavenna, il Chero, il Riglio, l’Ongina, ecc… . Solo da qualche parte resisteva un villaggio, un piccolo villaggio di superstiti o un nuovo aggregato formato da fuggiaschi dediti alla caccia e alla raccolta dei frutti spontanei. 

Fu in quell’epoca, nel secolo VII, che sull’acròcoro del Moria fu (ri)scoperto un bosco, un grande bosco, dove imponenti carpini, cerri e faggi avevano assunto forme assolutamente inusuali, quasi si trattasse di un tocco d’artista, capolavori dell’arte topiaria che solo il Divino poteva aver ispirato; capolavoro custodito per secoli dalle “fate”. Ma una notte non molto lontana dai giorni nostri, lo spirito del male armó le mani dell’uomo che abbatté il meraviglioso bosco facendo fuggire per sempre le “fate”, ambasciatrici divine, che ora si trovano nascoste in qualche altro luogo impervio della Valtolla. E forse a qualcuno sarà capitato di incontrarle…

L’essere misterioso del Moria, ormai in età avanzata, che tanti sospetti aveva destato in quei rari abitatori della  dell’alta valle dell’Arda,  un giorno venne incontrato da un drappello di frati Tollensi, da pochi mesi insediatisi da queste parti, mentre stava posando pietre in una piccola radura. Lo osservarono per  l’intera giornata, accorgendosi che stava erigendo un piccolo altare. L’indomani tornarono silenziosi sui loro passi e, con grande stupore,  scoprirono che quell’altare aveva le sembianze di quelli cristiani perché sormontato da una piccola croce di legno. Silenziosamente e cautamente si avvicinarono per poter osservare meglio e dal profondo del bosco udirono un canto, un canto che ricordava le lodi alla Madonna. Un canto che non invocava alcun spirito del male. 

Più rassicurati, pur sempre con molta cautela, avanzarono ancora rimanendo occultati nel folto della boscaglia.  Scorsero una modesta capanna, tutta in pietre e frasche dalle quali proveniva quel canto….

Quell’essere misterioso al termine delle lodi, uscì allo scoperto e si diresse verso l’altare nella radura. Qui restò immobile, quasi in trance, silenzioso con le mani e lo sguardo rivolto al cielo.

Passarono ancora molte decine di minuti e poi all’improvviso quei frati intonarono quella lode alla Madonna, lieve come la brezza di quella mattina e restarono in attesa.

Furono attimi lunghissimi, silenzi assordanti, battiti di cuore…

Quell’essere, senza nemmeno girarsi, riprese quella lode e fu il coro che dopo quel lungo e interminabile attimo prese il sopravvento. 

Quel vecchio era un eremita, un asceta, un essere certamente non demoniaco come qualcuno aveva insinuato.

Fraternizzarono e il vecchio si convinse che era giunto il momento di pregare in maniera comunitaria, di scendere da quel monte per unirsi ai suoi fratelli per sempre. Quel vecchio forse si chiamava Tobia.

E il luogo dov’era stato eretto il piccolo altare eremitico divenne la meta del pellegrinaggio ove i frati, seguiti dagli abitanti del luogo, si recavano al solstizio d’estate per lodare la Madonna;  e poi vi costruirono una cappella che racchiudesse quel primitivo altare.

Ancora ai giorni nostri sull’acròcoro del Moria, ora parco provinciale, ci son luoghi dove s’incontra la Madonna. Sono i “luoghi dei segni” percorsi da migliaia di pellegrini nel corso dei secoli. Percorsi dagli escursionisti del terzo millennio.

Tutto in quel Parco del Moria ricorda questi segni antichi: la fontana, la vetta, la chiesetta dedicata alla Madonna del monte, la radura, il sentiero, la boscaglia…

Il Moria è un parco per riposare, per camminare e per contemplare quelle divine bellezze naturali. 

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Amo il paesaggio della Valdarda

2017-02-24-magnano-1img_3007AMO IL PAESAGGIO DELLA MIA INFANZIA…
Quando penso al paesaggio della Valdarda, la valle-comprensorio dove sono nato e dove vivo, vedo per primi i vigneti, i vecchi alberi di ciliegio e i castagni del bosco di Santa Franca; se vado oltre vedo i campi colorati della stagione che li contiene, le lunghe file dei gelsi, i maestosi alberi isolati della quercia, del noce e infine ancora il bosco e le siepi di robinia a creare l’orizzonte, il sereno orizzonte dei ricordi. Continua a leggere “Amo il paesaggio della Valdarda”

La vita dei frati di Tolla tra preghiera, lavoro e accoglienza…

Il mondo del medioevo era assillato dalla paura del peccato e di conseguenza dall’obbligo della preghiera e della confessione. L’intermediario fra Dio e gli uomini, ovvero colui che riscuoteva molta fiducia e che sedeva sul gradino più alto della dignità, era il religioso e, in particolar modo, il frate.

Alcuni di questi religiosi, nel principio del medioevo tra VI e VIII secolo, facevano vita solitaria o cenobitica e altri erano semplicemente eremiti, poveri, umili, solitari e popolavano il “desertum” ovvero le diffusissime boscaglie e paludi appenniniche e padane. Si trattava in entrambi i casi citati, e quasi sempre, di personaggi ben conosciuti dai contadini, la categoria sociale medievale di gran lunga maggioritaria, che spesso li cibavano in cambio di consigli, di benedizioni e preghiere.
Gli eremiti in particolare, ben noti ai viandanti e ai cacciatori, eran uomini che aspiravano alla perfezione che poco per volta, per scelta o per necessità, si trasformarono in cenobiti.
Questo successe anche in alta Valdarda dove gli eremiti adottarono “la regola”*, ovvero la condizione perfetta, dove continuare a vivere per pregare.
Ma tra i primi monaci tollensi, verosimilmente, solo una minoranza “professava” e seguiva la ricercata condizione perfetta; e solo taluni dovettero anche essere ordinati sacerdoti mentre molti restarono fratelli conversi, ovvero coloro che pronunciarono i voti di conversione, obbedienza, e spesso anche del silenzio, del digiuno e della castità.
All’inizio tanto i fratelli conversi, quanto gli stessi “professi”, lavoravano nei campi, nei boschi, nelle stalle e pregavano; e questa era la loro vita terrena.
E tale condizione comunitaria iniziale si rafforzò ulteriormente con il trasferimento del monastero dall’acròcoro del Moria al fianco dello stesso, quasi sul fondovalle dell’Arda; quasi alla confluenza tra i torrenti Arda e Lubiana.
E il capo della comunità, l’Abate Tobia, godette da subito di una posizione preminente, come fosse il signore dal quale dipendevano i vassalli.
Tuttavia non sono conosciute fonti storiche relative alla vita cenobitica di Tobia e a quella dei suoi confratelli fondatori di Tolla.

UNA GIORNATA PARTICOLARE A TOLLA, TRA PREGHIERA, CANTI E LAVORO.

E al principio, nei primi secoli del medioevo, tutti i fratelli professi e conversi lavoravano nei campi, nei boschi, nelle stalle e pregavano, e cantavano le lodi al Signore.
Il capo della comunitá, il primo capo, l’Abate Tobia, con il trascorrere degli anni venne aiutato da un vice (forse già al tempo da un priore), da un cancelliere, da un tesoriere e anche da altre figure laiche (servi, artigiani, guardiani, ecc…).
E con il trascorrer degli anni quella comunità si allargò; e anche le zone circostanti si popolarono, seppure lentamente si popolarono.
Tobia, forte della pratica del digiuno e della penitenza del suo periodo eremitico, si alzava prima di tutti, prima dell’alba per pregare e ancora, come al principio, per castigare il corpo.
Al suonar della campana del priore l’intera comunità lo raggiungeva e insieme recitavano l’ufficio del mattutino con le “laudi” al Signore.
Iniziava quindi la lunga giornata che intercettava il lavoro intercalandolo con la preghiera, il pasto di metà giornata e le letture sacre; e così per giorni, settimane e anni…

Il pasto per quei frati era frugale e ne consumavano due in estate e poi sempre solo uno; era un pasto senza carne e con soli legumi, verdure e frutta e circa 300 grammi di pane, con mezzo litro di vino al giorno, e negli anni meno favorevoli in vino diveniva “mezzo vino”. E tutto quanto, e questo stato di cose,  si poteva interrompere solo nell’imminenza di un grave pericolo, quando la campana suonava a martello.
La comunità cresceva ma per molti anni restò confinata nella grande boscaglia, che se da un lato inquietava dall’altro la proteggeva dal mondo esterno, al tempo molto insicuro, pericoloso e perennemente in guerra con cicliche epidemie e carestie che falcidiavano la popolazione dell’intero mondo conosciuto.
E dall’abbazia, giù verso l’Arda , oppure dal fianco esposto del monte, si udivano distintamente i colpi dello scalpellino che spaccava, estraeva e modellava pietre per ingrandire il convento, alzar la torre, costruire un muro o rinforzare l’argine; e c’era un gruppo di conversi, in questo aiutati dai contadini, che trasportava e posava, che spostava e rifaceva…
Altri erano nei boschi a tagliar piante di cerro per ricavarne assi e tutto era perennemente in movimento.
E poco distante dall’Abbazia sorse il primo villaggio e poi in secondo e così via…con nuove strade di collegamento, con nuovi ronchi per ricavarne campi per coltivar vigneti, cereali e ortaggi e poter ospitare i nuovi arrivati.

E le vigne, così importanti per la Messa, che producevano l’unica bevanda ammessa dalla regola, era difficile difenderle dai continui assalti animali e allora si elevarono mura e palizzate e così anche per il grande orto e il pollaio.

Nel bosco più vicino pascolavano i maiali, quelli con il mantello chiazzato nero, quelli molto robusti, che si cibavano di ghiande e castagne…
Ma anche il pericolo era sempre in agguato e alcuni ragazzetti erano sempre di vedetta e al minimo sospetto non esitavano a lanciar segnali dall’alto di una pianta o da un poggetto strategico.
E quasi con stupore i piccoli contadini (i bambini) andavano nei campi a parlar con frate Romaldo che scalzo, incurante di spine e altro ancora, falciava l’erba per il fienile cantando e recitando laudi al Signore.
E lo interrompevano, e chiedevano cosa stesse cantando, chi stesse pregando offrendogli l’acqua fresca della sorgente…
Romaldo con altri fratelli conversi e contadini allevavano con cura le erbe per cibarsene, e per la dispensa dell’inverno, e alla sera, dopo una lunga giornata trascorsa nei campi, nelle vigne, nel torrente a spaccar sassi, tra i boschi a tagliar piante e a riparar sentieri, sopravveniva la stanchezza ma prima veniva l’ora della preghiera e delle laudi di fine giornata. E il giorno seguente ancora così, e poi ancora e ancora…

E venne il tempo dei nuovi arrivi, dei nuovi abitanti, dell’accoglienza dei fuggiaschi dalle guerre e dalle predazioni; e nel corso degli anni quella comunità si trovò più impegnata a difendersi dall’assalto predatorio, e dalle pretese, dei potenti locali e dal Vescovo che non dall’assalto delle fiere.

E dai monti erranti più interni della catena appenninica continuarono per secoli a giungere numerose famiglie che andarono a formare intere comunità di villaggio, a fondare paesi e villaggi portando nuovi costumi, altri dialetti e tradizioni…e tutto si fuse e tutto divenne civiltà.

(Fine de “I racconti del monte Moria”)
La storia romanzata da Sergio Efosi© (bozza non corretta)**

*San Benedetto da Norcia è vissuto nell’Appennino centrale tra il 480 e il 547 e dal 534 inizia a redigere la “regola” che riscuoterà un grande successo.
** Fine della storia romanzata della prima stagione di Tolla…

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immagine del web- tratta da “LA SCUOLA DI ZIO GUSTAVO.WORDPRESS.COM”

Quando il cielo si oscurò: cronaca di un viaggio avventuroso dopo l’alluvione in valdarda…(I racconti del monte Moria)

immagine dal web tratta da Mordhau.com

La bellezza del mondo se ne va, tutto cambia presto […]nulla è eterno, nulla è immutabile. Così la notte oscura con le tenebre il chiarore vitale del giorno[…]. Ma perchè noi infelici ti amiamo, o mondo, che ci sfuggi dalle mani?…*

ANTEFATTO
L’alternarsi della bella stagione a quella cattiva, della pace alla guerra, dall’abbondanza alla carestia, dalla salute alla malattia erano le leggi che, parafrasando V.Fumagalli, dominavano quel mondo antico, il medioevo più profondo, senza che vi fossero mezzi efficaci per contrarle…
La natura in cui erano immersi quegli uomini, ovunque essi si trovassero, era selvaggia, non ancora antropizzata quel tanto per rendere l’esistenza umana meno dura; una natura madre e matrigna, bella e pericolosa…quasi paurosa.
E gli uomini della chiesa, gli uomini credenti, spiavano la natura, la osservavano con ammirazione ma anche con terrore intravvedendo il turbamento umano che spesso causavano i suoi movimenti: il fuoco, l’acqua, il terremoto, l’eclissi con il cielo che si oscurava e inviava bagliori inspiegabili, ecc…
I contadini che quando la luna si oscurava per l’eclissi la invocavano, suonando trombe, corni, campane e pregavano fino a quando riappariva, esultando per la morte scampata.
E poi la sabbia che pioveva dal cielo (al tempo fenomeno inspiegabile e dunque un segnale premonitore di Dio per gli uomini peccatori…), il vino che si intorpidiva, l’olio che diveniva acido, lo sciame imprevisto di cavallette che distruggevano il raccolto e le malattie, etc…
La paura sollecitava uomini colti e contadini, frati e chierici, soldati e condottieri a fare considerazioni lugubri, improntate al pessimismo…che solo la fede e la preghiera poteva scongiurare e mitigare.
E dopo ogni tempesta, e ogni alluvione, tornava il sereno nel cielo ma non nel cuore degli uomini; e la paura lasciava il posto all’angoscia che durava per lunghe stagioni, e a volte per intere generazioni.

CRONACA DI UN VIAGGIO DEI FRATI DI TOLLA DOPO L’ALLUVIONE…
La cronaca ci racconta che in quel mese di giugno del 740 la terra della Valdarda venne sconvolta da precipitazioni abbondanti che divennero, con il passar dei giorni, alluvione travolgente**che colpì duramente dall’orrido di Mignano fino al Po.
Fortunosamente l’abbazia, ubicata più a monte, questa volta scampò alla terribile prova. E il territorio della collina e dell’alta pianura di Tolla vennero sconvolte, e la morte dilagò tra gli uomini e gli animali.
Ma occorreva ricominciare, verificare i danni, soccorrere i feriti, seppellire i defunti, riportare l’impronta dell’uomo nei campi, nei villaggi e nelle contrade…
E i frati di Tolla decisero di partire, di andare a verificare i danni laddove la violenza della natura aveva colpito più forte; per soccorrere e per pregare per quegli uomini, per riportare la speranza e la fede in Dio.
Sarebbe stato un viaggio avventuroso, irto di pericoli imprevisti, in ambienti dove regnavano la desolazione e la morte da diverse settimane; tra carcasse di animali travolti e annegati nel fango che lentamente affioravano dall’acqua e dalla melma.
E capitava che affiorassero persone colte dalla piena improvvisa, travolte nel tentativo di salvare un famigliare, un animale domestico o per altri mille motivi.
La speranza dei frati di Tolla che si apprestavano a scendere a valle era che la furia fosse ormai passata e che le strade e i sentieri fossero nuovamente percorribili.
Sono ancora le cronache che raccontano della partenza nella prima mattinata del 15 giugno 740, della piccola carovana della Valtolla composta da otto frati, due muli e un asino, guidati dall’abate Andrea.

Ma quella speranza di trovar strade e sentieri percorribili si dimostrò vana. Dopo poche miglia dalla partenza i muli e l’asino sguazzavano nell’acqua fetida e gli zoccoli affondavano nella melma. Gli insetti attirati dalla morte e dalle acque stagnanti non davano tregua e a quella colonna di frati non restò altra soluzione che spalmarsi di fango il viso, le mani, i piedi e il collo per non venir “divorati”. E le bisce sguazzavano tra fango e melma, e solo le più grandi erano sopravvissute, quelle che eran lunghe anche cinque/sei piedi e grosse come un braccio.
Con bastoni appuntiti si batteva sull’acqua prima di ogni attraversamento perché il terrore dei muli era veramente grande e il pericolo costante.
Ogni tanto il vecchio sentiero che costeggiava l’Arda, sulla sponda sinistra, scompariva, inghiottito dal fango e dall’acquitrino; e il fondo si faceva scivoloso e la colonna dei frati era costretta a compiere lunghe deviazioni, a tratti a guadare canali che si eran fatti torrentizi. I frati avanzavano sopportando pazientemente ogni disagio, mentre i muli e l’asino, che non erano abituati a quel tipo di ambiente, che preferivano i terreni asciutti e impervi del monte, s’impuntavano e si rifiutavano di proseguire. All’altezza della corte di Moraniano (il Morignano che si trovava sulla sponda opposta dell’Arda, e non dove si trova ora ma ben più verso l’alta pianura di San Lorenzo) c’era il guado dell’Arda e l’acqua a quel punto non superava due/tre piedi di altezza.
L’abate Andrea, cavalcando il mulo, avanzò in solitaria per verificare se quel punto fosse ancora agevolmente praticabile.
Il resto della colonna restò in attesa sulla riviera al riparo della siepe.
Improvvisamente sulla sponda opposta apparve un gruppo di cavallerizzi vocianti, forse un gruppo di uomini di mercede o di predoni.

Andrea, per maggior sicurezza tornò rapidamente sui suoi passi incitando i suoi confratelli ad allontanarsi di qualche centinaia di metri dal torrente, al riparo delle siepi più lontane.
E da lontano scorsero quel “drappello vociante” sulla sponda opposta, che esitava ad attraversare, forse intimorito dal rumore dell’acqua o dai tronchi che velocemente scendevano a valle trascinati dall’acqua…o forse perché ubriachi.
La colonna “tollense” si diresse allora verso nord utilizzando un sentiero ancora abbastanza integro dentro al bosco della località foresta ***, un sentiero che li portava lontano dal luogo ove eran diretti per soccorrere confratelli e rustici.
La strada correva dentro al rigoglioso bosco misto di castagni selvatici e querce.
Una grande boscaglia dove, a tratti, gli alberi erano stati bruciati dal fuoco appiccato dai contadini per ottenere radure da coltivare.
Un luogo ove, qua e là, sorgevano piccoli agglomerati di povere capanne scampate alla furia delle intemperie.
E poi dove i re (piccoli corsi d’acqua che percorrevano la boscaglia; i rii o rivi) confluivano nel torrente Chiavenna sorgeva una grande corte del fisco regio, sul terrapieno…
Sembrava fosse deserta, forse abbandonata, anche se verosimilmente i soldati di mercede o i predoni (dediti allo sciacallaggio) non si erano ancora fatti vedere da quelle parti. Ma lo stesso gli abitanti avevano ritenuto prudente abbandonare le proprie case e la grande corte.
«Tra poco dovrebbe esserci un altro guado, accanto alla pieve, non so quanto lontana, e non ricordo neanche come accidenti si chiami (era la pieve di Fontana di Teodorico, ora Fontana Fredda)- disse uno dei frati – dovremmo aver quasi raggiunto la Via consolare, non ci resta che continuare attraverso questa boscaglia».
Facendosi strada tra i rami bassi, le radure, l’acquitrino, le paludi, la colonna tollense proseguì per un buon tratto finché non incrociarono quella pieve e la strada che portava verso Piacenza. Guadarono agevolmente e seguirono, a distanza e in senso opposto, la consolare medesima tenendosi sempre al riparo degli alberi e delle siepi. E dopo circa sei miglia, avanzando nel letto, fattosi larghissimo, dell’Arda, tra acquitrini e lagoni alluvionali, ritrovarono la via dell’alta pianura sulla sponda destra del torrente medesimo.
E la desolazione era tanta in quel pomeriggio tardo, mentre le ombre si allungavano e la colonna dei frati stava per raggiungere Lusurasco e la sua chiesa sull’alta pianura…
Dal muretto che delimitava la chiesa, ancora piccola ma forse già dedicata a San Colombano, sbucò un monaco anzianotto con un saio nero, lercio e tribolato; lo accompagnavano una ragazzina con la madre, sporche e impaurite.
E quel religioso scrutava la colonna con diffidenza ma anche con speranza.
«Pax vobiscum! Veniamo in pace, siamo dell’abbazia» esclamarono in tono amichevole «pax vobis…» rispose il monaca più rilassato «Sono Gervasio».

Solo la chiesa era rimasta in parte integra mentre attorno la valle era stata travolta dall’alluvione e dalla successiva predazione degli “sciacalli”.
«Ero là, ho visto tutto. Sono arrivati ieri e hanno preso il bestiame e le donne. I nostri rustici superstiti delle alluvioni allora si sono ribellati e…» e il pianto sopravvenne, e smorzò la parola…
Poi l’anziano Gervasio proseguì «…I soldati non ci hanno più visto! Hanno cominciato a uccidere tutti e, nella gran confusione, siamo scappati…e loro hanno dato fuoco alla chiesa ma poi ha ripreso la pioggia forte…chi ha potuto è corso a rifugiarsi nella boscaglia e hanno atteso che facesse buio, poi la marmaglia se n’è andata…».
E nel mentre il racconto si faceva sempre più dettagliato nel cielo i corvi ancora volteggiavano in cerca di prede, di cadaveri da spolpare, e la sera lentamente calava sulla valle dell’Arda.
Mancavano forse una manciata di minuti al tramonto e gli animali al seguito ebbero una carruba, e furono lasciati un poco a pascolar nel cortile.

Ma questi uomini non si sentivano in pace, avvertivano l’atmosfera cupa del disastro, della furia distruttrice, e il terrore per gli sciacalli umani che si aggiravano da giorni per quelle tristi lande desolate.
E infine furono tutti, animali compresi, nel chiuso delle mura della chiesa e pregarono….
E al termine l’abate tirò fuori dalla bisaccia un intero cartoccio di mele secche, l’unica nota dolce di quel tribolato giorno.

La notte sopraggiunse, e dalle tenebre, lentamente, riemersero i pochi abitanti rimasti in vita. E anch’essi raccontarono delle acque travolgenti, delle perdite umane, della furia della natura, della devastazione dei campi e dell’imprevista calata dei predoni.

E, lentamente, la vita di quella sparuta comunità riprese.
Le donne e gli uomini si votarono alla ricostruzione, alla nuova semina, alla raccolta del salvabile e alla preghiera “Pater Noster qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.…e il tuo amore riempia sempre i nostri petti…”*
E la vita di quei secoli continuò tra alti e bassi, tra guerre e carestie, tra clima inclemente e alluvione, tra fede e ricostruzione.

(Fine dell’undicesima puntata “I racconti del monte Moria”)
La storia romanzata da Sergio Efosi© (bozza non corretta)

NOTE
*Alcuino, monaco nell’alto medioevo (ripreso da V.Fumagalli)
** tra secoli V e IX si verificarono notevoli cambiamenti climatici, a tratti sconvolgenti…i cronisti contemporanei ci raccontano del raffreddamento del clima, di una maggiore piovosità, di sconvolgenti alluvioni, di lunghi periodi di carestia.
*** la località esiste tuttora tra Vigostano e Doppi, ma non ha più l’antico aspetto forestale del medioevo; la vecchia “foresta regia” si estendeva da Sant’Antonio a Fontana Fredda (la vecchia Fontana di Teodorico) passando per San Protaso.

immagine del web- tratta da “LA SCUOLA DI ZIO GUSTAVO.WORDPRESS.COM”

La vera storia della civilizzazione di Tolla…

selva-oscuraLe foreste tornavano a ricoprire la terra dove questa era di nuovo fertile e non ospitava la brughiera; e nelle bassure paludose della Padania, boschi, canneti e stagni si alternavano, si mescolavano e l’uomo si muoveva tra essi con piccole barche. Sulle groppe montane gli alberi erano altissimi, fitti, da farle sembrare grandi animali irsuti […] e scendevano a colmare le valli solcate da torrenti e fiumi ¹. Continua a leggere “La vera storia della civilizzazione di Tolla…”

Accorrete con urgenza, il monastero di Fiorenzuola è stato attaccato…(I racconti…)

2015-10-parco-moria-9107_fotorCunicpert, re d’Italia Longobardo, muore e si apre una grave crisi dinastica, con scontri e ribellioni*.
In questa situazione caotica si rafforzano bande di predoni, spesso composte anche da arimanni caduti in disgrazia, che infestano il territorio padano seminando morte e terrore al loro passaggio.
Gli scontri coinvolsero anche le istituzioni religiose ritenute avverse all’una o all’altra parte in conflitto. Il monastero di Fiorenzuola, che verosimilmente sorgeva ove fu sussessivamente elevata la Chiesa Plabana (la Collegiata), poco distante dallo scorrere dell’Arda del tempo, venne ripetutamente attaccato, saccheggiato e dato alle fiamme.
E distante pochi passi dal monastero medesimo passava il vecchio e originario tragitto della via consolare Emilia; al tempo, e per lunghi tratti, percorribile ma molto insicura, con ponti crollati e selciato in massima parte divelto, una “larva” stradale irriconoscibile, che tuttavia indicava una direzione e focalizzava ancora attorno ad essa un minimo di attività e di infrastrutturazione.
In taluni punti funzionavano ancora le vecchie stazioni “postali” fondate nel periodo imperiale; quella di Fiorenzuola, ora ridottissima, era stata spostata proprio sulla sponda destra del torrente e internalizzata al “terrapieno” che fungeva da opera di difesa generale per gli insediamenti e anche spondale, per arginare le invadenti e frequenti alluvioni dell’Arda (che più volte nei secoli mutò tragitto e sconvolse la pianura della Valle).
Ma un giorno al monastero di Tolla giunse un grido di dolore, una richiesta d’aiuto «accorrete con urgenza, il monastero di Fiorenzuola è stato attaccato da una banda di predoni, i frati si sono asserragliati all’interno e resistono…accorrete in loro aiuto, fate presto».

E quel grido di allarme raggiunse l’intera valle, al tempo scarsamente popolata.

ACCCORRETE FIORENZUOLA È STATA ATTACCATA…

Era già fine pomeriggio, e Tolla distava da Fiorenzuola oltre 20 miglia, quando giunse la notizia.
Ma viaggiare attraverso boscaglie e le paludi dell’Arda di notte era escluso. Non c’era altra scelta che attendere le prime ore dell’alba seguente e sperare nella resistenza del monastero, dove si erano riparati anche tanti abitanti del circondario.
Mentre aspettavano di accorrere in soccorso, sconvolti dalla notizia e insonni, il drappello dei frati incaricato, con un manipolo di valenti arimanni locali, pregavano e si assopivano per risvegliarsi e di nuovo pregare, e così per l’intera serata fino al calar del silenzio.
Tra i monaci e gli arimanni di stanza nell’alta valle vi era chi, laggiù nella pianura, aveva lasciato parenti, fratelli, amici e la famiglia…
L’ardente desiderio di credere in un Dio misericordioso dai disegni imperscrutabili, ma giusti, e la speranza di ritrovarli “scampati” sostenevano i loro canti e le preghiere notturne.

Ma in quella mattinata la lontana bassa valle era oscurata da alte colonne di fumo che non lasciavano presagire nulla di buono…

Quella colonna silenziosa ma rapida percorreva il profilo più basso, quello seminascosto dalla vegetazione, tra la riva sinistra e la vecchia strada che dalla Fontana di Teodorico congiungeva la Via Emilia con l’alta valle. Il guado era silenzioso e spettrale: nessun movimento, nessun animale da fatica, nessun essere umano che si aggirava nei dintorni…
E nella mattina tarda, in quelle stanze del monastero e in quei luoghi devastati dalla furia dell’uomo, l’impotenza e la disperazione presero il sopravvento nei cuori dei soccorritori.
Il monastero era stato dato alle fiamme e i monaci uccisi, l’Abate Wildo, il cui nome indicava chiaramente la sua origine, e tanti frati, e civili, giacevano morti; Ansperto, l’anziano arimanno tenutario della “posta” appeso a un albero dopo aver subito torture, la figlia Desideria violentata e uccisa, e tutti gli altri soppressi o fuggiti nelle boscaglie e nelle paludi circostanti.
E le madri e le sorelle di alcuni giovani monaci di Tolla e degli arimanni  barbaramente torturate e poi orrendamente mutilate.
«Mia madre mi ha trasmesso la vita, la vista e la gioia di crescere con Dio e ora che è morta la sento sempre più forte…che mi implora, che mi chiama, che invoca pietà …» confessò disperato il più giovane dei soccorritori.
E devettero essere sensazioni di devastante impotenza quelle provate dai soccorritori nel ritrovare il corpo martoriato di una fanciulla, o per un bambino ucciso tra le braccia della madre e per un padre torturato fino alla morte…
E non mancarono la pietà e chi accarezzò una guancia, baciò una bocca, conservò una ciocca di capelli e pianse disperatamente invocando la giustizia divina.
Era una prova difficile, non era la prima per tanti di loro ma era difficile accettare e constatare, e sopportare, tanta crudeltà.
E venne la sera e tutti quei poveri morti vennero ricomposti e sepolti.
Qualche scampato alla furia omicida dei predoni, nascosto nel folto della palude e della boscaglia,  fece ritorno e raccontò dei momenti terribili, della furia predatoria, della confusione, del disperato tentativo di resistere asserragliati nel convento, della capitolazione e della fuga fortunosa …

Qualcuno passò una mano tra i capelli della madre e la strinse a sé prima del distacco definitivo; e ci fu chi accarezzò la testolina rapata del ragazzino che giaceva inanimato, chi sfiorò una mano, un viso, una guancia…e chi pianse disperato.

«Avremmo forse potuto impedirlo? I nostri cari sono andati incontro a morte atroce e saranno accolti nel più alto dei cieli e veglieranno su tutti noi-disse il superiore, l’Abate di Tolla-…pregate il Signore che ascolti le nostre suppliche».

E calò infine un silenzio quasi imbarazzato per aver avuto la vita salva, miglior sorte, e fu ancora l’abate di Tolla a parlare per primo.

«Fratelli, da quando ho sentito la notizia ho sperato che non fosse così; e ho pregato con voi per invocare il nostro Signore misericordioso che fermasse la mano del predone, del bandito…ma ora abbiamo visto di cosa è capace la furia umana, incurante delle suppliche, incurante dell’innocenza, lontana dai precetti della fratellanza…».

E al termine della mesta cerimonia di sepolatura, il capo degli arimanni, intervenne sentenziando: «Non vi lascerò trascorrere la notte in questo posto pieno di tristezza e desolazione, potrebbero avvicinarsi altre bande di predoni e sarebbe anche la fine sicura per tutti noi, dobbiamo allontanarci alla svelta prima del calar del buio… ».

E lo sguardo di tutti cadde sugli orizzonti cupi della pianura, e il pensiero sulla disgrazia e sui volti delle vittime…

Viaggiare attraverso le paludi e la boscaglia di notte era troppo pericoloso, era da escludere; occorreva dunque trovar un riparo.

E con la luce della prima sera raggiunsero, il primo colle di San Lorenzo, transitando tra messi abbandonate, povere capanne lasciare incustodite nella fuga precipitosa degli  uomini, con  masserizie sparpagliate ovunque e animali vaganti nella campagna.
Durante la marcia forzata altri si unirono alla colonna, altri che avevano udito il fragore della battaglia, il lamento dei resistenti, il pianto disperato delle vittime e l’urlo della ferocia dei predoni. Profughi  con il terrore negli occhi che chiedevano protezione…
E dalla torre del colle, poco oltre il margine dell’Arda, sulla sponda destra, uscì il comandante della guardia venendo loro incontro allargando le braccia in segno di benvenuto…

Quella sera trascorse con la guardia entro quelle mura di pietra, a raccontar del tragico destino che nessuno comanda; destino che è prerogativa del solo Creatore, un dono che qualche volta raggiunge gli onirici pensieri umani.

Quei pensieri che non puoi spartire con nessuno, e a volta diventano un peso enorme, fonte di angosce infinite, di rimpianti e di notti insonni, come quella che si apprestavano a trascorrere frati e soldati sulla via del ritorno, e profughi scampati dalla predazione di Fiorenzuola  in fuga verso il monte a cercar nuova vita, verso l’Abbazia di Tolla…

(Fine della nona puntata “I racconti del monte Moria”)
La storia romanzata da Sergio Efosi© (bozza non corretta)

*Cunicpert (Cuniperto il Pio), re d’Italia, longobardo, morì nel 700 all’età di circa 40 anni; regno complessivamente 20 anni.

l’incendio di Fiorenzuola…

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Padre Adelmo ordina la difesa ad oltranza dell’orrido di Mignano…(I racconti del monte Moria)

ANTEFATTO
Il primo periodo di vita abbaziale a Tolla, luogo considerato “lontano”, a tratti impervio e insicuro, come un “desertum”, trascorse tra lavori e preghiera; tra la vita dei campi, il pascolamento dei maiali, la costruzione e il continuo ampliamento del cenobio, le opere di difesa dai predoni e dai soldati di mercede, l’accoglienza della “nuova”popolazione e la preghiera…perenne scandita secondo le regole di San Benedetto.
Nel periodo menzionato, parlandone sempre schematicamente e a livello generale, si accentuò la decadenza della vita civile, iniziata nell’ultimo secolo dell’impero romano, con invasioni barbariche, guerre, carestie e pestilenze che determinarono il caos; e proprio per questo quelle opere di difesa, realizzate insieme al drappello dei primi arimanni lstanziati nella media Valdarda, appena superato l’orrido di Mignano provenendo dal piano, si rivelarono, fin da subito, molto preziose.

Occorsero molte giornate di lavoro per rendere la “scarpata ” della riva sinistra difficile da scalare; e occorsero fatiche immani, e l’ausilio dei buoi,  per trascinare grossi massi sul ciglio della medesima scarpata per renderla più sicura agli occupanti. E dalla torre  quadrata si poteva avvistare chiunque provenisse dalla boscaglia della riviera sottostante…e dai lati dell’orrido.
Nessuno storico “ufficiale”,  e nessun cronista del tempo,  ce lo hanno raccontato ma ora emergono nuovi indizi su quel primo periodo insediativo dei frati di Valtolla…
Emerge con chiarezza quanto quel “desertum” nella media e alta Valdarda non fosse affatto  tranquillo. Emergono episodi cruentissimi, inaspettati, che per l’economia del racconto sono romanzati, pur senza stravolgere i fatti.

PADRE ADELMO ORDINA LA DIFESA AD OLTRANZA DELL’ORRIDO DI MIGNANO

In quei tempi bui l’abate in questi luoghi assumeva spesso anche le caratteristiche del “comandante militare” della piazza, colui che presiedeva alla salvezza terrena delle anime dai malvagi inviati dal demonio tentatore e feroce.

L’abate di Tolla era Adelmo (ath-elm), uomo di mezz’età, con un passato di arimanno, convertito alla religione romana, molto gradito al drappello militare longobardo di stanza locale. Rimasto vedovo, con tre figli da mantenere, inabile alla guerra ma pur sempre un soldato…ora di Dio.

Uomo energico che, non tradendo le sue origini, si presentava con una lunga barba rossa che si stava incanutendo, occhi verdi e una profonda cicatrice sulla mano sinistra che lo aveva reso inabile alla spada; abile organizzatore, gran bevitore di vino per cui era spesso costretto a far penitenza…era nato e cresciuto in Italia da padre arimanno e madre locale.
Quel giorno Adelmo si era arrotolato la tonaca in vita per essere libero nei movimenti e sotto al saio portava larghe braghe pesanti e calzava sandali aperti. Con la  mano destra stringeva l’ascia tipica dei Longobardi, quella bipenne, e con l’altra impartiva ordini, gesticolava, segnalava, urlava… come un guerriero.
In quel giorno del tardo autunno attendevano l’assalto di una banda di sbandati che, chissà come, stava risalendo la valle lungo l’Arda razziando e uccidendo. I loro canti di guerra, i loro tamburi, il loro fracasso precedendoli aveva determinato la ritirata dei boscaioli nei luoghi più nascosti del bosco; e le poche famiglie presenti nella valle erano riparate dai monaci che avevano sistemato le donne e i bambini entro le mura della chiesa dell’abbazia con due robusti servi, un arimanno  e dieci frati  a fare la guardia.

Erano passate poche ore dal sorger del sole e l’attesa sarebbe ancora stata lunga.
A Mignano, sulla sponda sinistra dell’orrido, sull’Arda era stabilita la prima linea di difesa.

«Ci trincereremo tra la torre e la scarpata. Quando ci attaccheranno dovranno percorrere cento passi sotto il tiro dei sassi, delle frecce e dei nostri giavellotti….fategli vedere cosa siete capaci di fare e non sprecate i vostri colpi…. e pregate che Dio guidi la vostra mano».
E tutti i difensori attesero e quando gli assalitori furono a cento passi, obbligati a transitare nell’orrido per risalire verso la valle, furono investiti da una fitta sassaiola scagliata in rapida successione.

La soldataglia sorpresa si disperse tra le rocce e la boscaglia; avevano ricevuto la prima lezione della giornata, da quel momento in poi sarebbero stati molto più attenti.
I frati e gli arimanni del drappello locale esultarono, ringraziarono  l’Altissimo, elevarono preghiere e canti  complimentandosi a vicenda… ma la giornata era ancora lunga.
Avevano respinto il primo assalto senza sprecare alcuna lancia e senza scagliare frecce; avevano guadagnato tempo in attesa della sera. Ma sapevano che quella soldataglia superstiziosa non avrebbe combattuto volentieri di notte, e avrebbero tentato un nuovo assalto nel pomeriggio.
La situazione era in ogni caso molto difficile: la breve “scaramuccia” vittoriosa aveva sollevato il morale, ma frati e arimanni, con i civili locali, potevano contare soltanto su una trentina di uomini validi e pochi rinforzi.
C’erano vecchi monaci, troppo vecchi e non adatti ad alcun combattimento o ragazzi troppo giovani, e una decina ancora erano a far la guardia al monastero pronti a coprire la fuga dell’avanguardia di Mignano.
E qualcuno, nonostante la situazione all’apparenza favorevole, non tradiva i suoi timori «Padre Adelmo, torniamo al monastero finché siamo ancora in tempo, difenderemo meglio le donne, i bambini e gli anziani,  saremo più forti e numerosi …»
«Stupidi villani!» ringhiò Adelmo «Se ci ritiriamo ci inseguiranno senza darci tregua e ci tenderanno agguati e imboscate finché non ci avranno sterminati tutti. Finiremo come quei disgraziati che sono seppelliti  nel campo dell’orrido».
«Invece io dico di aspettarli, non conoscono il nostro terreno, quando sarà il momento li investiremo con le nostre frecce e li attaccheremo anche con le lance, asce e forconi…e Dio ci assisterà e ci guiderà ».

Nessuno oso contraddirlo e una relativa calma investì quel campo di battaglia.
«Stiamo ad aspettarli qui, dove la valle si restringe e i massi offrono fino a cento passi di vantaggio…poi tireremo tre frecce ciascuno in rapida successione…ma solo al mio segnale, senza sprecare nulla e poi …».
È così che al secondo assalto uccisero una decina di guerrieri con una fitta sassaiola e con frecce e dardi; è così che i boscaioli nascosti nella boscaglia fecero il resto con la soldataglia che scappava a gambe levate correndo a ripararsi dietro alle piante, sbandati e spaventati.

I nemici del monastero avevano ricevuto una pesante lezione, la prima  dell’era di   Ath-Elm, Abate ex arimanno, abile organizzatore e uomo di fede; un uomo che sapeva come difendere la propria gente.
Da quel momento in poi anche i soldati di mercede e gli sbandati sarebbero stati attenti ad avventurarsi in quella boscaglia per superare l’orrido di Mignano. E gli arimanni esultarono, dandosi pacche sulle spalle e complimentandosi a vicenda, e quei frati  ringraziarono Dio per il favore accordato e ripresero il loro cammino di civilizzazione della Valdarda.
Quei morti sul campo di battaglia dell’orrido di Mignano, soldataglia compresa, furono ricomposti e fu data loro cristiana sepoltura.

E ancora oggi, nei dintorni dell’oratorio di Mignano si aggirano gli spiriti di quei morti in battaglia;  e nelle notti ventose dell’autunno, non è raro udire un lamento oltretombale, il sibilo di una freccia scagliata e quei tamburi di guerra…che non riuscirono a interrompere il cammino della civilizzazione di Tolla.

(Fine dell’ottova puntata “I racconti del monte Moria”)
La storia romanzata da Sergio Efosi© (bozza non corretta)

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I frati di Tolla alla ricerca della “pietra di paragone” perduta …(I Racconti…)

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Forse non tutti sanno che il termine “pietra di paragone”, usato ormai più che altro in senso figurato, corrisponde proprio ad una varietà di “pietra” che esiste anche nell’alta valdarda.
Di questo dovettero esserne ben coscienti quei primi frati di Tolla che ci accompagnano in questo viaggio nel crinale della Valdarda, alla ricerca della pietra perduta. Continua a leggere “I frati di Tolla alla ricerca della “pietra di paragone” perduta …(I Racconti…)”

La storia leggendaria di Tobia del monte Moria (I racconti…)

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arcano supremo, mod.

ANTEFATTO

I frati del monte Moria diventano “tollensi” ma prima, prima di tutto c’era Tobia l’eremita della Valdarda, quello che per la storia piacentina è il Beato Tobia.
In realtà le fonti scritte ci rivelano ben poco del personaggio storico in questione. Continua a leggere “La storia leggendaria di Tobia del monte Moria (I racconti…)”

I frati architetti del monte Moria e il mirabile recupero dei loro sassi (I racconti…)

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La selva oscura (dal web)

ANTEFATTO

Con il tempo anche il cenobio realizzato sull’acrocòro del Moria ricevette la sgradita visita dei predoni e della soldataglia sbandata che vagava per la Valpadana. Per almeno un decennio, tra il 620 e il 630*, assaltarono a più riprese il monastero, mettendolo a ferro e fuoco, uccidendo numerosi frati, depredando i magazzini alimentari e distruggendo i preziosi codici miniati dallo scozzese, il frate eremita venuto dal nord, e dai suoi confratelli.
Quella comunità comprese allora che non era più il tempo dell’isolamento assoluto, che era giunto il momento di rafforzare la presenza nell’abbazia e di ricercare la protezione del re… Continua a leggere “I frati architetti del monte Moria e il mirabile recupero dei loro sassi (I racconti…)”

Uomini, lupi e alluvioni prima dell’arrivo dei frati del monte Moria…

ANTEFATTO*

I secoli tra il VI e il VII vengono ricordati come i più tremendi dell’alto medioevo, oscillanti tra lotte politiche, vergognose bassezze e guerre devastanti; tra crimini, ingiustizie, carestie, epidemie e la costruzione delle prime chiese Plebane e dei grandi monasteri. Continua a leggere “Uomini, lupi e alluvioni prima dell’arrivo dei frati del monte Moria…”

La leggenda dell’eremita amanuense e il discorso della montagna…

L’ANTEFATTO

Dopo Tobia, sull’acrocòro del Moria, il vasto altopiano montuoso tra Valchero e Valdarda, iniziarono a giungere altri eremiti, tra cui uno proveniente dalle lontane terre dei Pitti.
Un monaco-eremita che seguiva gli insegnamenti dei famosi monaci irlandesi che avevano fondato, con San Columba (Colum Cille, Colonna della Chiesa), il grande monastero “primitivo” scozzese di Iona. Continua a leggere “La leggenda dell’eremita amanuense e il discorso della montagna…”

La leggenda dei frati contadini del monte Moria

L’ANTEFATTO

Nei primi secoli del medioevo la vita ritenuta esemplare era quella condotta nei monasteri dove si andò…affermando la liturgia…che più d’ogni altra forma ne traduceva lo spirito religioso*.
I monaci al principio, quando tale liturgia era lieve, erano attivi lavoratori-contadini e Tobia, già eremita del monte Moria, non era da meno.
Con altri eremiti costituì il cenobio del monte Moria, il primo della Valdarda, sorto appena dopo Bobbio, non solo per pregare… Continua a leggere “La leggenda dei frati contadini del monte Moria”