Padre Adelmo ordina la difesa ad oltranza dell’orrido di Mignano…(I racconti del monte Moria)

ANTEFATTO
Il primo periodo di vita abbaziale a Tolla, luogo considerato “lontano”, a tratti impervio e insicuro, come un “desertum”, trascorse tra lavori e preghiera; tra la vita dei campi, il pascolamento dei maiali, la costruzione e il continuo ampliamento del cenobio, le opere di difesa dai predoni e dai soldati di mercede, l’accoglienza della “nuova”popolazione e la preghiera…perenne scandita secondo le regole di San Benedetto.
Nel periodo menzionato, parlandone sempre schematicamente e a livello generale, si accentuò la decadenza della vita civile, iniziata nell’ultimo secolo dell’impero romano, con invasioni barbariche, guerre, carestie e pestilenze che determinarono il caos; e proprio per questo quelle opere di difesa, realizzate insieme al drappello dei primi arimanni lstanziati nella media Valdarda, appena superato l’orrido di Mignano provenendo dal piano, si rivelarono, fin da subito, molto preziose.

Occorsero molte giornate di lavoro per rendere la “scarpata ” della riva sinistra difficile da scalare; e occorsero fatiche immani, e l’ausilio dei buoi,  per trascinare grossi massi sul ciglio della medesima scarpata per renderla più sicura agli occupanti. E dalla torre  quadrata si poteva avvistare chiunque provenisse dalla boscaglia della riviera sottostante…e dai lati dell’orrido.
Nessuno storico “ufficiale”,  e nessun cronista del tempo,  ce lo hanno raccontato ma ora emergono nuovi indizi su quel primo periodo insediativo dei frati di Valtolla…
Emerge con chiarezza quanto quel “desertum” nella media e alta Valdarda non fosse affatto  tranquillo. Emergono episodi cruentissimi, inaspettati, che per l’economia del racconto sono romanzati, pur senza stravolgere i fatti.

PADRE ADELMO ORDINA LA DIFESA AD OLTRANZA DELL’ORRIDO DI MIGNANO

In quei tempi bui l’abate in questi luoghi assumeva spesso anche le caratteristiche del “comandante militare” della piazza, colui che presiedeva alla salvezza terrena delle anime dai malvagi inviati dal demonio tentatore e feroce.

L’abate di Tolla era Adelmo (ath-elm), uomo di mezz’età, con un passato di arimanno, convertito alla religione romana, molto gradito al drappello militare longobardo di stanza locale. Rimasto vedovo, con tre figli da mantenere, inabile alla guerra ma pur sempre un soldato…ora di Dio.

Uomo energico che, non tradendo le sue origini, si presentava con una lunga barba rossa che si stava incanutendo, occhi verdi e una profonda cicatrice sulla mano sinistra che lo aveva reso inabile alla spada; abile organizzatore, gran bevitore di vino per cui era spesso costretto a far penitenza…era nato e cresciuto in Italia da padre arimanno e madre locale.
Quel giorno Adelmo si era arrotolato la tonaca in vita per essere libero nei movimenti e sotto al saio portava larghe braghe pesanti e calzava sandali aperti. Con la  mano destra stringeva l’ascia tipica dei Longobardi, quella bipenne, e con l’altra impartiva ordini, gesticolava, segnalava, urlava… come un guerriero.
In quel giorno del tardo autunno attendevano l’assalto di una banda di sbandati che, chissà come, stava risalendo la valle lungo l’Arda razziando e uccidendo. I loro canti di guerra, i loro tamburi, il loro fracasso precedendoli aveva determinato la ritirata dei boscaioli nei luoghi più nascosti del bosco; e le poche famiglie presenti nella valle erano riparate dai monaci che avevano sistemato le donne e i bambini entro le mura della chiesa dell’abbazia con due robusti servi, un arimanno  e dieci frati  a fare la guardia.

Erano passate poche ore dal sorger del sole e l’attesa sarebbe ancora stata lunga.
A Mignano, sulla sponda sinistra dell’orrido, sull’Arda era stabilita la prima linea di difesa.

«Ci trincereremo tra la torre e la scarpata. Quando ci attaccheranno dovranno percorrere cento passi sotto il tiro dei sassi, delle frecce e dei nostri giavellotti….fategli vedere cosa siete capaci di fare e non sprecate i vostri colpi…. e pregate che Dio guidi la vostra mano».
E tutti i difensori attesero e quando gli assalitori furono a cento passi, obbligati a transitare nell’orrido per risalire verso la valle, furono investiti da una fitta sassaiola scagliata in rapida successione.

La soldataglia sorpresa si disperse tra le rocce e la boscaglia; avevano ricevuto la prima lezione della giornata, da quel momento in poi sarebbero stati molto più attenti.
I frati e gli arimanni del drappello locale esultarono, ringraziarono  l’Altissimo, elevarono preghiere e canti  complimentandosi a vicenda… ma la giornata era ancora lunga.
Avevano respinto il primo assalto senza sprecare alcuna lancia e senza scagliare frecce; avevano guadagnato tempo in attesa della sera. Ma sapevano che quella soldataglia superstiziosa non avrebbe combattuto volentieri di notte, e avrebbero tentato un nuovo assalto nel pomeriggio.
La situazione era in ogni caso molto difficile: la breve “scaramuccia” vittoriosa aveva sollevato il morale, ma frati e arimanni, con i civili locali, potevano contare soltanto su una trentina di uomini validi e pochi rinforzi.
C’erano vecchi monaci, troppo vecchi e non adatti ad alcun combattimento o ragazzi troppo giovani, e una decina ancora erano a far la guardia al monastero pronti a coprire la fuga dell’avanguardia di Mignano.
E qualcuno, nonostante la situazione all’apparenza favorevole, non tradiva i suoi timori «Padre Adelmo, torniamo al monastero finché siamo ancora in tempo, difenderemo meglio le donne, i bambini e gli anziani,  saremo più forti e numerosi …»
«Stupidi villani!» ringhiò Adelmo «Se ci ritiriamo ci inseguiranno senza darci tregua e ci tenderanno agguati e imboscate finché non ci avranno sterminati tutti. Finiremo come quei disgraziati che sono seppelliti  nel campo dell’orrido».
«Invece io dico di aspettarli, non conoscono il nostro terreno, quando sarà il momento li investiremo con le nostre frecce e li attaccheremo anche con le lance, asce e forconi…e Dio ci assisterà e ci guiderà ».

Nessuno oso contraddirlo e una relativa calma investì quel campo di battaglia.
«Stiamo ad aspettarli qui, dove la valle si restringe e i massi offrono fino a cento passi di vantaggio…poi tireremo tre frecce ciascuno in rapida successione…ma solo al mio segnale, senza sprecare nulla e poi …».
È così che al secondo assalto uccisero una decina di guerrieri con una fitta sassaiola e con frecce e dardi; è così che i boscaioli nascosti nella boscaglia fecero il resto con la soldataglia che scappava a gambe levate correndo a ripararsi dietro alle piante, sbandati e spaventati.

I nemici del monastero avevano ricevuto una pesante lezione, la prima  dell’era di   Ath-Elm, Abate ex arimanno, abile organizzatore e uomo di fede; un uomo che sapeva come difendere la propria gente.
Da quel momento in poi anche i soldati di mercede e gli sbandati sarebbero stati attenti ad avventurarsi in quella boscaglia per superare l’orrido di Mignano. E gli arimanni esultarono, dandosi pacche sulle spalle e complimentandosi a vicenda, e quei frati  ringraziarono Dio per il favore accordato e ripresero il loro cammino di civilizzazione della Valdarda.
Quei morti sul campo di battaglia dell’orrido di Mignano, soldataglia compresa, furono ricomposti e fu data loro cristiana sepoltura.

E ancora oggi, nei dintorni dell’oratorio di Mignano si aggirano gli spiriti di quei morti in battaglia;  e nelle notti ventose dell’autunno, non è raro udire un lamento oltretombale, il sibilo di una freccia scagliata e quei tamburi di guerra…che non riuscirono a interrompere il cammino della civilizzazione di Tolla.

(Fine dell’ottova puntata “I racconti del monte Moria”)
La storia romanzata da Sergio Efosi© (bozza non corretta)

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