Quando il cielo si oscurò: cronaca di un viaggio avventuroso dopo l’alluvione in valdarda…(I racconti del monte Moria)

immagine dal web tratta da Mordhau.com

La bellezza del mondo se ne va, tutto cambia presto […]nulla è eterno, nulla è immutabile. Così la notte oscura con le tenebre il chiarore vitale del giorno[…]. Ma perchè noi infelici ti amiamo, o mondo, che ci sfuggi dalle mani?…*

ANTEFATTO
L’alternarsi della bella stagione a quella cattiva, della pace alla guerra, dall’abbondanza alla carestia, dalla salute alla malattia erano le leggi che, parafrasando V.Fumagalli, dominavano quel mondo antico, il medioevo più profondo, senza che vi fossero mezzi efficaci per contrarle…
La natura in cui erano immersi quegli uomini, ovunque essi si trovassero, era selvaggia, non ancora antropizzata quel tanto per rendere l’esistenza umana meno dura; una natura madre e matrigna, bella e pericolosa…quasi paurosa.
E gli uomini della chiesa, gli uomini credenti, spiavano la natura, la osservavano con ammirazione ma anche con terrore intravvedendo il turbamento umano che spesso causavano i suoi movimenti: il fuoco, l’acqua, il terremoto, l’eclissi con il cielo che si oscurava e inviava bagliori inspiegabili, ecc…
I contadini che quando la luna si oscurava per l’eclissi la invocavano, suonando trombe, corni, campane e pregavano fino a quando riappariva, esultando per la morte scampata.
E poi la sabbia che pioveva dal cielo (al tempo fenomeno inspiegabile e dunque un segnale premonitore di Dio per gli uomini peccatori…), il vino che si intorpidiva, l’olio che diveniva acido, lo sciame imprevisto di cavallette che distruggevano il raccolto e le malattie, etc…
La paura sollecitava uomini colti e contadini, frati e chierici, soldati e condottieri a fare considerazioni lugubri, improntate al pessimismo…che solo la fede e la preghiera poteva scongiurare e mitigare.
E dopo ogni tempesta, e ogni alluvione, tornava il sereno nel cielo ma non nel cuore degli uomini; e la paura lasciava il posto all’angoscia che durava per lunghe stagioni, e a volte per intere generazioni.

CRONACA DI UN VIAGGIO DEI FRATI DI TOLLA DOPO L’ALLUVIONE…
La cronaca ci racconta che in quel mese di giugno del 740 la terra della Valdarda venne sconvolta da precipitazioni abbondanti che divennero, con il passar dei giorni, alluvione travolgente**che colpì duramente dall’orrido di Mignano fino al Po.
Fortunosamente l’abbazia, ubicata più a monte, questa volta scampò alla terribile prova. E il territorio della collina e dell’alta pianura di Tolla vennero sconvolte, e la morte dilagò tra gli uomini e gli animali.
Ma occorreva ricominciare, verificare i danni, soccorrere i feriti, seppellire i defunti, riportare l’impronta dell’uomo nei campi, nei villaggi e nelle contrade…
E i frati di Tolla decisero di partire, di andare a verificare i danni laddove la violenza della natura aveva colpito più forte; per soccorrere e per pregare per quegli uomini, per riportare la speranza e la fede in Dio.
Sarebbe stato un viaggio avventuroso, irto di pericoli imprevisti, in ambienti dove regnavano la desolazione e la morte da diverse settimane; tra carcasse di animali travolti e annegati nel fango che lentamente affioravano dall’acqua e dalla melma.
E capitava che affiorassero persone colte dalla piena improvvisa, travolte nel tentativo di salvare un famigliare, un animale domestico o per altri mille motivi.
La speranza dei frati di Tolla che si apprestavano a scendere a valle era che la furia fosse ormai passata e che le strade e i sentieri fossero nuovamente percorribili.
Sono ancora le cronache che raccontano della partenza nella prima mattinata del 15 giugno 740, della piccola carovana della Valtolla composta da otto frati, due muli e un asino, guidati dall’abate Andrea.

Ma quella speranza di trovar strade e sentieri percorribili si dimostrò vana. Dopo poche miglia dalla partenza i muli e l’asino sguazzavano nell’acqua fetida e gli zoccoli affondavano nella melma. Gli insetti attirati dalla morte e dalle acque stagnanti non davano tregua e a quella colonna di frati non restò altra soluzione che spalmarsi di fango il viso, le mani, i piedi e il collo per non venir “divorati”. E le bisce sguazzavano tra fango e melma, e solo le più grandi erano sopravvissute, quelle che eran lunghe anche cinque/sei piedi e grosse come un braccio.
Con bastoni appuntiti si batteva sull’acqua prima di ogni attraversamento perché il terrore dei muli era veramente grande e il pericolo costante.
Ogni tanto il vecchio sentiero che costeggiava l’Arda, sulla sponda sinistra, scompariva, inghiottito dal fango e dall’acquitrino; e il fondo si faceva scivoloso e la colonna dei frati era costretta a compiere lunghe deviazioni, a tratti a guadare canali che si eran fatti torrentizi. I frati avanzavano sopportando pazientemente ogni disagio, mentre i muli e l’asino, che non erano abituati a quel tipo di ambiente, che preferivano i terreni asciutti e impervi del monte, s’impuntavano e si rifiutavano di proseguire. All’altezza della corte di Moraniano (il Morignano che si trovava sulla sponda opposta dell’Arda, e non dove si trova ora ma ben più verso l’alta pianura di San Lorenzo) c’era il guado dell’Arda e l’acqua a quel punto non superava due/tre piedi di altezza.
L’abate Andrea, cavalcando il mulo, avanzò in solitaria per verificare se quel punto fosse ancora agevolmente praticabile.
Il resto della colonna restò in attesa sulla riviera al riparo della siepe.
Improvvisamente sulla sponda opposta apparve un gruppo di cavallerizzi vocianti, forse un gruppo di uomini di mercede o di predoni.

Andrea, per maggior sicurezza tornò rapidamente sui suoi passi incitando i suoi confratelli ad allontanarsi di qualche centinaia di metri dal torrente, al riparo delle siepi più lontane.
E da lontano scorsero quel “drappello vociante” sulla sponda opposta, che esitava ad attraversare, forse intimorito dal rumore dell’acqua o dai tronchi che velocemente scendevano a valle trascinati dall’acqua…o forse perché ubriachi.
La colonna “tollense” si diresse allora verso nord utilizzando un sentiero ancora abbastanza integro dentro al bosco della località foresta ***, un sentiero che li portava lontano dal luogo ove eran diretti per soccorrere confratelli e rustici.
La strada correva dentro al rigoglioso bosco misto di castagni selvatici e querce.
Una grande boscaglia dove, a tratti, gli alberi erano stati bruciati dal fuoco appiccato dai contadini per ottenere radure da coltivare.
Un luogo ove, qua e là, sorgevano piccoli agglomerati di povere capanne scampate alla furia delle intemperie.
E poi dove i re (piccoli corsi d’acqua che percorrevano la boscaglia; i rii o rivi) confluivano nel torrente Chiavenna sorgeva una grande corte del fisco regio, sul terrapieno…
Sembrava fosse deserta, forse abbandonata, anche se verosimilmente i soldati di mercede o i predoni (dediti allo sciacallaggio) non si erano ancora fatti vedere da quelle parti. Ma lo stesso gli abitanti avevano ritenuto prudente abbandonare le proprie case e la grande corte.
«Tra poco dovrebbe esserci un altro guado, accanto alla pieve, non so quanto lontana, e non ricordo neanche come accidenti si chiami (era la pieve di Fontana di Teodorico, ora Fontana Fredda)- disse uno dei frati – dovremmo aver quasi raggiunto la Via consolare, non ci resta che continuare attraverso questa boscaglia».
Facendosi strada tra i rami bassi, le radure, l’acquitrino, le paludi, la colonna tollense proseguì per un buon tratto finché non incrociarono quella pieve e la strada che portava verso Piacenza. Guadarono agevolmente e seguirono, a distanza e in senso opposto, la consolare medesima tenendosi sempre al riparo degli alberi e delle siepi. E dopo circa sei miglia, avanzando nel letto, fattosi larghissimo, dell’Arda, tra acquitrini e lagoni alluvionali, ritrovarono la via dell’alta pianura sulla sponda destra del torrente medesimo.
E la desolazione era tanta in quel pomeriggio tardo, mentre le ombre si allungavano e la colonna dei frati stava per raggiungere Lusurasco e la sua chiesa sull’alta pianura…
Dal muretto che delimitava la chiesa, ancora piccola ma forse già dedicata a San Colombano, sbucò un monaco anzianotto con un saio nero, lercio e tribolato; lo accompagnavano una ragazzina con la madre, sporche e impaurite.
E quel religioso scrutava la colonna con diffidenza ma anche con speranza.
«Pax vobiscum! Veniamo in pace, siamo dell’abbazia» esclamarono in tono amichevole «pax vobis…» rispose il monaca più rilassato «Sono Gervasio».

Solo la chiesa era rimasta in parte integra mentre attorno la valle era stata travolta dall’alluvione e dalla successiva predazione degli “sciacalli”.
«Ero là, ho visto tutto. Sono arrivati ieri e hanno preso il bestiame e le donne. I nostri rustici superstiti delle alluvioni allora si sono ribellati e…» e il pianto sopravvenne, e smorzò la parola…
Poi l’anziano Gervasio proseguì «…I soldati non ci hanno più visto! Hanno cominciato a uccidere tutti e, nella gran confusione, siamo scappati…e loro hanno dato fuoco alla chiesa ma poi ha ripreso la pioggia forte…chi ha potuto è corso a rifugiarsi nella boscaglia e hanno atteso che facesse buio, poi la marmaglia se n’è andata…».
E nel mentre il racconto si faceva sempre più dettagliato nel cielo i corvi ancora volteggiavano in cerca di prede, di cadaveri da spolpare, e la sera lentamente calava sulla valle dell’Arda.
Mancavano forse una manciata di minuti al tramonto e gli animali al seguito ebbero una carruba, e furono lasciati un poco a pascolar nel cortile.

Ma questi uomini non si sentivano in pace, avvertivano l’atmosfera cupa del disastro, della furia distruttrice, e il terrore per gli sciacalli umani che si aggiravano da giorni per quelle tristi lande desolate.
E infine furono tutti, animali compresi, nel chiuso delle mura della chiesa e pregarono….
E al termine l’abate tirò fuori dalla bisaccia un intero cartoccio di mele secche, l’unica nota dolce di quel tribolato giorno.

La notte sopraggiunse, e dalle tenebre, lentamente, riemersero i pochi abitanti rimasti in vita. E anch’essi raccontarono delle acque travolgenti, delle perdite umane, della furia della natura, della devastazione dei campi e dell’imprevista calata dei predoni.

E, lentamente, la vita di quella sparuta comunità riprese.
Le donne e gli uomini si votarono alla ricostruzione, alla nuova semina, alla raccolta del salvabile e alla preghiera “Pater Noster qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.…e il tuo amore riempia sempre i nostri petti…”*
E la vita di quei secoli continuò tra alti e bassi, tra guerre e carestie, tra clima inclemente e alluvione, tra fede e ricostruzione.

(Fine dell’undicesima puntata “I racconti del monte Moria”)
La storia romanzata da Sergio Efosi© (bozza non corretta)

NOTE
*Alcuino, monaco nell’alto medioevo (ripreso da V.Fumagalli)
** tra secoli V e IX si verificarono notevoli cambiamenti climatici, a tratti sconvolgenti…i cronisti contemporanei ci raccontano del raffreddamento del clima, di una maggiore piovosità, di sconvolgenti alluvioni, di lunghi periodi di carestia.
*** la località esiste tuttora tra Vigostano e Doppi, ma non ha più l’antico aspetto forestale del medioevo; la vecchia “foresta regia” si estendeva da Sant’Antonio a Fontana Fredda (la vecchia Fontana di Teodorico) passando per San Protaso.

immagine del web- tratta da “LA SCUOLA DI ZIO GUSTAVO.WORDPRESS.COM”
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