Una cronaca da valtolla…non siamo gente di pianura (2)

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Racconto contenuto nel libro “cronache da valtolla..” del quale abbiamo già pubblicato il bellissimo racconto “un orso bruno a Teruzzi”

Quello che pubblichiamo è la seconda parte di un racconto ( la prima parte pubblicata l’8 maggio) che ha un risvolto molto  molto veritiero…ma soprattutto  molto “umano”….

IL CONVENTO (2ªparte)

di fausto Ferrari

Da dove era dipesa dunque la singolare situazione di privilegio, di autonomia, d’immunità di cui l’Abbazia aveva goduto per oltre otto secoli?

Sicuramente molto fu dovuto alla posizione geograficamente strategica (all’inizio il crinale appenninico era il confine tra Longobardi e Bizantini), molto fu dovuto anche alla rilevanza politica ed economica delle vie di collegamento che attraversarono per un lungo tratto il suo territorio.

Ecco allora spiegata la posizione sempre di equilibrio tra la giurisdizione papale e quella imperiale, oggetto ora di assoggettamento canonico da parte del vescovo di Milano, ora di attestazione di autonomia e “esenzione da qualsiasi episcopato” e quindi assoggettata direttamente alla Sede Apostolica.

L’Abate di Valtolla aveva avuto nel suo territorio un’autonomia paragonabile a quella di un capo di stato: amministrava i beni e la giustizia.

La popolazione godeva di tranquillità assoluta, esenzione da obblighi di leva militare, esenzione da tributi e imposte. In questo periodo di grande floridezza, alle dipendenze del Monastero di Valtolla sorsero priorati, centri monastici ed ospizi per l’assistenza agli infermi e l’ospitalità ai viandanti in transito, il più famoso di questi era l’Hospitale di Monte Pelizzone.

Ora, però, dense nubi sembravano offuscare sempre più il cielo sopra l’antica Abbazia, la quale aveva goduto finora di grandi fortune grazie alla protezione di potenti garanti, infatti, l’Imperatore Federico Barbarossa, che trent’anni prima aveva confermato la protezione imperiale e l’autonomia del Monastero, era morto e Papa Urbano III, che con una Bolla del 1184, aveva riconosciuto la diretta soggezione alla Sede Apostolica del Monastero e della sua Abbazia, sembrava voler ritirare quella protezione.

Frate Olmo pensava che le guerre tra Guelfi e Ghibellini, giù in pianura, avrebbero finito per coinvolgere anche i territori della Valtolla, e presto sarebbe cominciato il declino dell’Abbazia e del suo Monastero. Ma frate Olmo era comunque felice, pensava che se si movesse, forse al ritorno avrebbe avuto il tempo di salutare suor Maria, al convento delle suore di Osti. Maria proveniva da una nobile famiglia di Piacenza, suo padre Zanardo de Lando aveva concesso che la sua unica figlia pronunciasse i voti ed entrasse in convento.

La scelta cadde sul convento montano di Osti perché la badessa era Ermellina de Lando, cugina di famiglia.

Olmo aveva sempre avuto un debole per suor Maria, fin dalla prima volta che l’aveva vista, a Septem Sororem in occasione della festa di San Gallo, patrono della chiesa del Monastero di Tolla.

Frate Olmo era un gran camminatore, e facendo molta attenzione al passaggio sotto la rocchetta di Vallescura, a mezzodì era già in Val Noveglia e aveva consegnato nelle mani di Jacobo, abate del Monastero, l’importante missiva. Ricevuto il giusto ristoro, il frate si rimise in cammino con il cuore gonfio di gioia, presto avrebbe rivisto Maria. A questo solo pensiero, i suoi piedi sembravano avere messo le ali e gli antichi sentieri scivolavano leggeri e veloci sotto i suoi passi.

Pensava che, con un po’ di fortuna, potrebbe trovarla intenta a pulire i panni al torrente come l’ultima volta, quando si era intrattenuto con lei per più di un’ora.

Olmo sognava di ascoltare la voce melodiosa di Maria, di raccontarle gli ultimi avvenimenti del Monastero, di accarezzarne il giovane corpo e di riempirla di baci. Stavolta forse, avrebbe avuto il permesso di toccarla.

Se le cose sembravano andar male nella Val di Tolla, che andassero sempre così, come nell’anno di Grazia 1196.

(2-fine)

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