Coltivar patate in valtolla e nelle valli piacentine?

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Da qualche centinaio di anni nella nostra dieta è entrata la patata della quale siamo divenuti anche  coltivatori.

Piacciono a tutti, si cucinano con estrema facilità e sono versatili.

Come tante altre coltivazioni anche la Patata della montagna sta scomparendo definitivamente …abbandonate quasi del tutto le varietà locali tradizionali si sono ” salvate ” le coltivazioni [quasi per autoconsumo familiare] che usano semi “stranieri” ma…..

Ci sono interessanti esperienze per far rivivere la famosa e antica ” quarantina ” nelle zone del genovese ma la nostra San Giovanni è sparita del tutto!

Gli anziani che la ricordano riferiscono di una buona varietà rustica, resistente alla siccità e alle avversità anche se poco produttiva ma….. con pasta molto buona.

Oggi una varietà con queste caratteristiche [con ogni probabilità] sarebbe estremamente ricercata proprio per essere così poco attaccabile dalle avversità.

Dai pensierini nostalgici…..alle possibili prospettive.

Intanto una premessa generale: nelle parti alte della valle/i inutile tentare di far coltivazioni industriali [ chi dice che si può, per noi, sbaglia!].

Qui vi sono piccoli appezzamenti, nessuna possibilità irrigatoria, poche possibili meccanizzazioni…..se non quelle minimali.

Nelle valli non vi sono di fatto prove, campi didattici, esperimenti e così,  pur esistendo decine e decine di varietà in commercio e  “provabili” , nessuno o quasi azzarda….

Invece anche qui servirebbero prove! Servirebbero prove nelle valli piacentine,  nella zona  appenninica in maniera diffusa e articolata per altimetria, esposizione e tipologia di terreni.

Questo e solamente questo ci permetterebbe di raccogliere elementi conoscitivi utili per “mappare” la zona secondo le vere potenzialità e vocazione produttiva.

SIAMO CONSAPEVOLI CHE SE CI ALLONTANIAMO DALLA SUDDITANZA INDUSTRIALE NESSUNO VERRA’ DA QUESTE PARTI…NEMMENO L’UNIVERSITA’ …..TUTTI SE NE STARANNO BEN LONTANI.

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Noi non pensiamo che l’agricoltura in montagna rappresenti la panacea di tutti i mali ma potrebbe dare un buon contributo per la tenuta complessiva del territorio dal punto socio-economico [ senza agricoltori solo Lupi, Cinghiali, frane, dissesto e desolazione ].

La coltivazione della patata può rappresentare per la montagna una risorsa importante solo che si attiva un vero programma di rinnovamento senza pensare di farne retroterra per produzioni da industria [come già detto] che non sono accoglibili dalle nostre montagne.

Non far nulla in questa direzione  significa decidere di limitare la coltivazione agli orti…sempre più piccoli.

L’obiettivo di una “prova”  è quello di individuare le varietà di patate che siano supportabili dal nostro ambiente senza doverlo compromettere perché la sicurezza alimentare, la soddisfazione del consumatore  e la tradizione possono andar, alla grande, di pari passo.

Cosa vogliamo dire? Che l’unico concime accettabile è dato dal letame o altra tipologia “naturale”….che i parassiti si combattono con scelte varietali resistenti e con metodi naturali [banditi concimi chimici e fitofarmaci ] perché il livello di consumatore al quale puntare è quello che ama i prodotti naturali e con filiera corta [senza integralismi….ma la strada è questa].

Di conseguenza servono prove …..stimoli…esperienze.

In questi anni ci siamo abituati essenzialmente a poche varietà ( alcune ottime come  Kennebec,  Spunta e  Désirée…) e il rischio è che, prima o dopo, nelle nostre zone si arrivi alla criticità tecnica e  “attrattiva” .

Allora che fare?

Prima di entrare nel merito ci soffermiamo su alcune considerazioni generali.

1-Le varietà da provare devono sopportare nessuna irrigazione artificiale (solamente dal cielo….);

2-le varietà devono essere molto resistenti alle avversità ( in particolare a  peronospora ed elateridi );

3-l’epoca di raccolta non deve andare oltre  alla metà del mese di agosto, primi giorni di Settembre ( ciclo produttivo massimo da 0 a 110 giorni circa; medio circa 100 giorni );

Le prove dovrebbero coinvolgere almeno una decina di produttori o hobbisty che accettano di seminare, ciascuno 6/7 varietà “nuove” (gli hobbisty 2/3 varietà)

Le prove da effettuare dovrebbero proseguire per 3 anni procedendo con le valutazioni dei risultati per approssimazioni successive….ogni anno si dovrebbero scartare le 2  varietà più problematiche in termini di adattabilità alla zona e di resa sostituendole con nuove varietà nei primi 2 anni.

Entro il termine del triennio si potrebbe pensare di tipizzare la varietà ” migliore” con la zona di coltivazione al fine di rendere attrattivo [ anche in cucina] il prodotto.

Chi nella nostra montagna dovrebbe promuovere tali iniziative?

Oltre all’ Ente Pubblico anche alcuni organismi locali [formando un piccolo comitato promotore] investendo ” quattro soldi ” [ un kilogrammo di semente certificata costa mediamente 1 € ] in direzione sociale agri-naturalistica.

Le varietà da provare…tante ma si potrebbe iniziare con alcune esperienze appenninco-prealpine dove buoni risultati sono venuti da  liseta, blubelle, silvy, dayfla, cicero,…..quarantina, ecc…

le parcelle-prova  proposte potrebbero essere anche piccole adatte alla montagna di pochi metri quadrati entro le quali si potrebbe pensare ad un sesto d’impianto di 80/90 cm x 25 cm circa.

Primi ostacoli:  reperire 1000 € per le sementi  e trovare 10 aziende o hobbisti disponibili nella zona alta della vallata.

[questo articolo fa parte della serie dedicata ai viaggi gastronomici in vallata]

 

 

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