bruzzi (clic per ingrandire)

di Marco del lest

I noti fatti alluvionali della Liguria e della Toscana non sono altro che l’incasso di una cambiale emessa da circa 40 anni. La cambiale che abbiamo scelleratamente firmato a scapito dei nostri figli si chiama “abbandono del territorio, abbandono della montagna, abbandono della dignità del lavoro manuale, abbandono della cultura contadina, abbandono della conoscenza storica”.
Lasciandoci abbindolare da promoter finanziari spregiudicati abbiamo investito in titoli tossici che si chiamano “ crescita continua del P.I.L., assistenzialismo agricolo, guadagno immediato, tornaconto elettorale, voto di scambio, individualismo, egemonia culturale urbano-centrica, deresponsabilizzazione collettiva, frammentazione politico-amministrativa”.

Ora la cambiale è scaduta, e noi ci troviamo in cassaforte i titoli tossici di cui sopra.. un bel mucchietto di carte inutili.
Si fa un gran chiacchiericcio mediatico sulle responsabilità dei disastri, colpe degli amministratori, della protezione civile, del disboscamento, delle escavazioni selvagge, del riscaldamento globale ecc ecc ecc.
Tutte colpe che possono essere plausibili, ma non determinanti.
L’insieme di azioni messe in atto per fronteggiare un fenomeno naturale, che viene saggiamente definito con il termine “prevenzione del dissesto idrogeologico” trae origine dalle esperienze remote delle popolazioni di montagna, che hanno verificato come il taglio indiscriminato dei boschi, gli incendi, il pascolo eccessivo o lo sradicamento di vaste superfici forestali, costituivano una delle cause principali di frane, valanghe ed erosioni, in poche parole hanno appreso, per esperienza diretta, che l’utilizzo indiscriminato del bosco costituiva la causa principale del “dissesto idrogeologico”.
Da quelle esperienze ha preso avvio l’elaborazione del “concetto di interesse collettivo del patrimonio forestale”, visto che la sua salvaguardia è di fondamentale importanza per la sicurezza idrogeologica del territorio.
Proprio per la tutela di questo bene collettivo nel lontano 1923 venne emanato il Regio Decreto n° 3267, unica legge forestale statale ancora in vigore, il cui Art. 1 esprime compiutamente il concetto di “interesse pubblico del bosco”; infatti tale articolo dispone che: “ Sono sottoposti a vincolo per scopi idrogeologici i terreni di qualsiasi natura e destinazione che, per effetto di forme di utilizzazione contrastanti con le norme di polizia forestale, possono con danno pubblico subire denudazioni, perdere la stabilità o turbare il regime delle acque”.
Considerato che i concetti di cui sopra sono ancora fondamentali, occorre pero chiedersi se oggi, il disboscamento ed il denudamento delle superfici abbiano ancora l’incidenza che avevano negli anni 20 del secolo scorso.
Chi frequenta le nostre vallate può facilmente rendersi conto di quanto il bosco sia avanzato rispetto al passato, il pascolo si è trasformato in cespugliato ed in bosco, gli alvei dei torrenti sono cosparsi di isolotti con vegetazione spontanea di pioppo ed ontano, che ha assunto le caratteristiche sostanziali di area boscata. Le case abbandonate delle frazioni più isolate sono letteralmente inserite nel bosco che le ha inglobate.
Però i boschi vengono ancora tagliati, visto che l’economia forestale è rimasta l’unica risorsa per molte aree rurali montane, ed il taglio culturale del bosco è riconosciuto come un intervento compatibile con la prevenzione del dissesto idrogeologico, tanto è vero che perfino la legge del 1923 stabiliva una serie di norme, le Prescrizioni di Massima e di Polizia Forestale, che dettavano le corrette forme di utilizzazione dei boschi.
Il paradosso attuale è che i nostri boschi non sono più tagliati, soprattutto nelle aree marginali e più impervie e speso dove ciò avviene, si assiste a tagli male eseguiti, rispetto alle norme di polizia forestale e spesso anche in contrasto alle più comuni norme di buon senso.
(1 di 2; continua domenica 11 dicembre)

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