La vera storia della civilizzazione di Tolla…

selva-oscuraLe foreste tornavano a ricoprire la terra dove questa era di nuovo fertile e non ospitava la brughiera; e nelle bassure paludose della Padania, boschi, canneti e stagni si alternavano, si mescolavano e l’uomo si muoveva tra essi con piccole barche. Sulle groppe montane gli alberi erano altissimi, fitti, da farle sembrare grandi animali irsuti […] e scendevano a colmare le valli solcate da torrenti e fiumi ¹.

E poi venne l’ora di farsi strada tra la boscaglia impenetrabile, e vallate incontaminate e vergini, della valle dell’Arda.
Dapprima per raccogliere frutti spontanei e cacciar la selvaggina, e poi per aprire spazi destinati alle coltivazioni.
Con accette, con mezzi rudimentali, con il fuoco nacquero i primi “ronchi”, dove il terreno pareva migliore, più adatto ai cerali e alla vite.
Ma se nella parte più collinare e piana questo avvenne con una certa rapidità, in montagna la boscaglia dapprima fu solo sfrangiata ai bordi restando quasi intatta, come lo fu per tanti secoli precedenti, con poche eccezioni. E quando giunsero i frati, e quando realizzarono l’abbazia di Tolla , le cose stavano ancora così.
Con l’inizio del secolo XX, e ancor oggi, l’attacco al bosco s’è fatto dissolutore e l’uomo si è fatto nemico della natura, ignorante della storia e incurante del rapporto con la nostra madre terra.
Ma al principio non fu così. Al principio della civilizzazione cristiana dell’alta valle dell’Arda le cose andarono diversamente.

Al principio furono i frati del primo cenobio e poi dell’Abbazia a dettar le regole…

L’UFFICIO DI CAMPAGNA DEI FRATI DI TOLLA…

Ancora all’inizio del secolo VIII (il 700 d.C.) attorno al l’abbazia di Tolla prevalevano la boscaglia, la silva magna dove si poteva far pascolare i maiali e raccoglier frutti spontanei .

Occorrevano nuove braccia per ampliare i coltivi, per aumentare la comunità, per renderla più forte; occorreva in pratica  incoraggiare la venuta di nuovi coloni, e far fermare quelli che accorrevano e che cercavano la protezione abbaziale. Serviva un grande sforzo, congiunto tra frati e contadini, per la messa a coltura di nuove terre, ampliando le poche superfici esistenti; rendendole facilmente collegabili tra di loro e raggiungibili dai villaggi.
E vennero incoraggiate la ceduazione del bosco, la coltivazione dei cereali e delle viti; la trasformazione del castagno selvatico in domestico, la ripresa della coltivazione dei cereali quali spelta, segale e frumento (il clima in quei secoli non sempre aiutava e allora questi ultimi due cereali, spesso, furono seminati insieme in modo che se il frumento non avesse attecchito sarebbe sicuramente spuntata la segale), e la produzione del vino, oltretutto indispensabile per la celebrazione della messa.

E i successori di Tobia alla testa della comunità monastica tollense si impegnarono a fondo a riattivare i terreni circostanti l’abbazia, trascinando tronchi d’albero, impiantando vigneti, realizzando siepi solide per difendere gli orti e la vigna dagli animali, pregando e non tralasciando la lettura collettiva e il canto di lode al Signore.

Un modello di comunità rurale che speravano di poter esportare nell’intero territorio a loro asservito.
E dopo mezzo secolo dalla sua fondazione, dopo aver subito pesanti e ripetute predazioni, l’abbazia attraversò un periodo di relativa calma; e anche le donazioni ampliarono i suoi possedimenti che ora oltrepassavano i confini naturali dell’alta valle, raggiungendo non poche proprietà nel colle e nello stesso piano.
Ma restava un punto debole: si avvertivano ancora, raccogliendo notizie dai viandanti e dai cacciatori,   pratiche “religiose” in continuità con certi riti del contesto pagano.

Occorreva, pensarono i monaci, esser più vicini a quelle comunità che lentamente e faticosamente si stabilizzavano nel territorio. Occorreva dedicare tempo alla visita del villaggio, alla preghiera e alla lode collettiva…

E la decisione fu quella di intervenire in quelle comunità proprio in concomitanza con lo svolgimento di quei vecchi riti pagani; e in tali occasioni si fece il necessario per rafforzare il legame tra l’uomo e la sfera celeste associandolo ai contesti silvo-pastorali esistenti e al ciclo agricolo in generale.
Pensarono al momento di ringraziamento e alla successiva festa conviviale tra tutti.

Stabilirono che all’inizio della bella stagione e della ripresa vegetativa avrebbero portato la Santa Croce e la Madre celeste in “processione” attraverso boschi e villaggi per cercare la protezione dei campi, dei villaggi, del bosco e degli animali. E stabilirono che al termine del raccolto avrebbero ripetuto il ringraziamento.

E quei monaci in processione attraversarono boschi, campi e vigneti e si portarono nei villaggi a predicar coraggio, speranza e fede, incoraggiando la costruzione di piccoli oratori ove custodire i Santi e la Madonna, per poterli onorare ogni giorno.
E il “rito”, il connubio tra la  processione, la preghiera e la festa  attecchì! E Santa Maria, la Madre celeste di tutti gli uomini di buona volontà, come la stessa Santa Croce, divenne quella dell’ufficio di campagna,  quella da portar nel giro. Questa “funzione” per secoli restò il più importante appuntamento delle comunità rurali.
Ma improvvisamente, mentre l’uffizio si stava svolgendo nel paese dell’orrido, la sentinella della valle, un fatto strano si verificò…
Il giorno del ringraziamento, e della processione di campagna di Mignano, si doveva svolgere in un determinato giorno di settembre ma da parecchio tempo pioveva.

Il torrente si era parecchio ingrossato e difficilmente si sarebbe potuto guadare per portare la benedizione nei campi e nelle vigne della sponda destra.
Con rammarico, in accordo con l’Abate, si stabilì che in quell’occasione sarebbe stato sufficiente raggiungere l’acqua e officiare la funzione.
Trascorsero mesi e di nuovo giunse la primavera e quelli uomini timorati di Dio si erano decisi a realizzare una cappella proprio su quella riviera destra dell’Arda che era stata impedita mesi prima dalle abbondanti acque.

Una piccola cappella a ridosso della possente boscaglia per rendere perenne la lode al Signore, ai Santi e alla Madre celeste.

E gli uomini da mesi spaccavano le pietre e le donne e i ragazzi le trasportavano sulla riva destra dell’Arda.

Ma la mattina seguente, di una mattina qualsiasi, il mucchio di pietre non c’era più.

Era la forza dell’Arda,  si disse,  che aveva spostato il mucchio di sassi sulla sponda  opposta, su quella sinistra; e così li riportarono, per ordine dei frati,  sulla sponda destra ma ancora una volta i sassi, una delle successive mattine, furono rinvenuti sulla riva opposta.

E questo destò tanto stupore negli animi di quella semplice e laboriosa gente della Valtolla.
Si pensò allora che il volere di qualche santo o della Madonna fosse quello di veder realizzata la cappella sulla sponda sinistra; e con essa l’intero villaggio.
E così andarono le cose e Mignano, e il suo antico oratorio,  giace ancora su tale sponda, sopra all’orrido, a protezione della valle, degli uomini, dei campi e ora anche della grande diga artificiale che è stata realizzata in tempi moderni per raccogliere l’acqua del torrente…
E tanti piccoli oratori crebbero e taluni si trasformarono in chiese, nelle belle chiese della Valtolla da Castelletto a Rabbini, da San Michele a Teruzzi e così via…

(Fine della decima puntata “I racconti del monte Moria”)
La storia romanzata da Sergio Efosi© (bozza non corretta)

¹  Vito Fumagalli

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