Cresce l’interesse per i monti Menegosa, Lama e…

(Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, escursionista e narratore).

PUBBLICATO CON FOTO SULLA PAGINA FB DEL BLOG IL 22.08.19
Solo pochi mesi fa gli alti monti della Val d’Arda erano, per lo più, conosciuti ai soli appassionati di escursioni e ai locali. 
Da un po’ di tempo la loro straordinaria bellezza, la favorevole posizione, la facilità di accesso ha iniziato a piacere anche bel oltre Piacenza…
Mai come in questi mesi ho incontrato sulla vetta del Menegosa e del Lama, o nei dintorni dal Groppo di Gora al Colle Castellaccio, tanti escursionisti affascinati dalla magnificenza di questi monti, dai suoi grandi boschi di faggio e roverella che si attraversano per raggiungere le vette, per ammirare tutto… ma proprio tutto l’arco appenninico più bello del nord dell’Italia. 
E allora dal Lama o dal Menegosa non possono sfuggire (se la giornata è tersa) la sottostante Val d’Arda, la pianura padana, l’arco prealpino da Brescia a Bergamo fino alle cime del Monte Baldo; e ancora non si possono non vedere e riconoscere distintamente, tra terra e cielo in un rimando continuo di orizzonti, la cima dell’Alfeo, la Camulara (da qui si vede benissimo tutto “l’Arco” di questo importante residuo glaciale), il Ragola, il Megna, il Monte Penna, una delle montagne sacre dei nostri avi antichi, i poco conosciuti e indomiti “Ligures”, il Carameto, la Rocca dei Casali, la più importante falesia calcarea dell’Appennino Emiliano occidentale e poi Groppallo, il monte Aserei, un tempo il più vasto e produttivo pascolo del nostro amato Appennino e tanto altro ancora.
TUTTO DIPENDE DA…
L’elenco delle viste panoramiche mozzafiato a 360 gradi potrebbe esser molto più esteso, tuttavia questo è più che sufficiente per spiegare un “fenomeno panoramico”, di così tanta e ampia portata. 
Tutto dipende, infatti, dalla posizione geografica di queste due cime, notevolmente arretrate rispetto alle più alte vette del crinale appenninico piacentino che si collocano più a sud, sud-est, sud-ovest o a nord. Una posizione, dunque, davvero invidiabile per osservare e ammirare… 
Ma l’interesse non è solo questo. 
Questi poco conosciuti e medi Appennini valdardesi, con le loro sommità Menegosa e Lama, che non superano i 1400 metri in vetta, nascondono tesori naturalistici e storici ancora da esplorare. 
Per tutte rammentiamo: i laghi naturali del Gallo e del Rudo, le vette della Rocca dei Casali (anche in questo caso con scorci panoramici davvero stupefacenti), Santa Franca e i suoi dintorni, le cascate di Taverne, il tratto dell’Arda tra Pedina e Sperongia…
Il solo, esteso, Monte Lama, facilmente percorribile con ampi e sinuosi sentieri, tra boschetti, radure e pascoli (con ampia presenza, dalla primavera all’autunno, di cavalli bardigiana), riserva affioramenti di diaspro rosso che in primavera e autunno favoriscono una “colorazione” stupefacente di vaste aree dell’altopiano; e sono un chiaro segnale dell’antica origine di questi monti, ex aree marine del golfo padano. Il diaspro è una pietra dura, compatta, rossastra, usata dall’uomo antico per realizzare i suoi “utensili”; una pietra le cui “lame” sprofondano nelle viscere della terra, laddove è custodita l’origine più segreta del mondo.
IN ALTRE PAROLE…
In altre parole: il diaspro rosso sta al Monte Lama come l’ofiolite verdastra e scura sta al Monte Menegosa.
Ma è proprio quest’ultimo monte a suscitare, in me, l’emozione più grande, i sentimenti di pace con la nostra meravigliosa madre terra; qui seduti o sdraiati sulle cime spoglie, rocciose, a tratti erbose del Menegosa, dalle incomparabili viste panoramiche, è facile cadere in “trance”, perdersi e passare al sogno tra cieli azzurri e infinito. 
“Veniamo da Varese e abbiamo affittato una casa per scoprire questi monti… ce lo hanno raccomandato amici che lo scorso anno hanno fatto questa esperienza”.
“Veniamo da Milano, da Cremona, da Fidenza per ammirare la bellezza di questi monti…”. 
Questo è ciò che capita girando per questi monti, dove per la prima volta passano tanti escursionisti…
In pratica i monti Lama e Menegosa, e l’intero loro sistema naturalistico, piacciono perché riservano giorni di attente visite, con tante gradevoli sorprese.
Piace la rete sentieristica che si estende per circa 180 km e che parte da Santa Franca, Morfasso, Monastero, Rusteghini e Teruzzi; piace perché e ben segnalata in vari punti del territorio morfassino e raccolta nella guida tascabile “Sentieri di Morfasso”.
E se l’alta valle riserva un “cuore di pietra”, il resto è verde, vita e bellezza.
Provare per credere.
Ps: a Morfasso e dintorni non mancano alloggi, trattorie, bar e negozi alimentari.

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A Vezzolacca non si fan convegni ma si producono patate e castagne…

(Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, escursionista e narratore).

ARTICOLO CON FOTO PUBBLICATO SULLA PAGINA FB, DEL BLOG IL 18.08.19
Questa 43^ edizione della Mostra della Patata di Vezzolacca sarà ricordato per la scarsa produzione 2019 del prodotto principe della festa.
Il tempo inclemente degli scorsi mesi primaverili ha inciso negativamente sulla quantità prodotta, ma non sulla qualità che è da sempre al massimo.
12 sono stati i partecipanti alla mostra suddivisi in due categorie: produttori e amatori, ovvero hobbisti.
Le varietà seminate sono diverse ma Spunta, Primura, Kennebec e Desirée sono le preferite per la qualità organolettica, la resistenza ai parassiti e la buona resa produttiva.
I tecnici regionali-giudici della mostra, Marcello Motta, presidente, Alessandro Anselmi e Michele Maffini hanno giudicato migliori le patate di Cristian Ferdenzi, seguito da Croci Gianni e Negrotti Rosa. Tra gli amatori si è distinto Pirroni Giorgio. La novità di quest’anno è stata la varietà Blustar, per la prima volta coltivata a Vezzolacca, un esperimento da proseguire. 
La festa, come tradizione, è iniziata venerdì sera con un concerto dei “Bandaliga-Libabue” che ha attirato oltre un migliaio di appassionati di tale musica. 
La cucina gestita dai numerosissimi volontari locali, con una gran prevalenza di giovani, ha proposto tortelli già dalla medesima serata, gnocchi deliziosi, torte di patate, cinghiale al sugo, spiedini di carne, polenta, dolci…
Il lusinghiero successo di affluenza di queste tre giornate coronano il gran lavoro preparatorio delle donne e del volontariato di Vezzolacca, impegnati da mesi nel confezionamento di tortelli, gnocchi, sughi, ecc…
Nella festa vezzolacchina si servono anche vini doc della Val d’Arda e salumi dop di Piacenza, buona musica e divertimento per ogni età.
L’appuntamento prossimo è per l’ultima domenica di settembre, quando la regina sarà la dolce castagna della varietà antica di Vezzolacca.  
Ogni località del nostro Appennino fa le proprie scelte, fa quello che può, a Vezzolacca non si fan convegni “passeggiate politiche” ma si producono patate e castagne, sempre apprezzatissime. A Vezzolacca abitano in permanenza oltre cinquanta persone e diversi bambini… ma i telefoni mobili sono quasi del tutto muti anche se una soluzione pare sia dietro l’angolo.
E allora… 
chissà se le prossime elezioni regionali dell’autunno porteranno a Vezzolacca servizi e non promesse, attenzioni vere e non solo parole… 
chissà se qualche amministratore regionale riuscirà a comprendere la situazione drammatica in cui versano i boschi secolari, con faggi e castagni giganteschi, fortemente provati e devastati dalle ultime “bizze” climatiche… 
chissà. (STATISTICA: 3370 PERSONE RAGGIUNTE, 950 INTERAZIONI).

 

Il giro del besegano (…basgan)

(di Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, escursionista e narratore).

ARTICOLO PUBBLICATO SULLA PAGINA FACEBOOK DEL BLOG… DEL 02.07.19.

Il nome del giro me lo ha evocato, inconsciamente, l’amico Andrea mentre sorseggiava questo vin rosso, fatto con uve di Besgano, dal profumo ancora indefinito, forse troppo giovane o forse no.
Abboccato ma poco frizzante, un vino raro e speciale solo per buontemponi; nove gradi, non tanti ma sufficienti.
“Sapete che dove Francesco ha raccolto l’erba in balloni c’era la vigna? E chissà da quanto tempo.
Era uva da tavola, che qui tutti avevano e consumavano con il pane…”.
In effetti qui non siamo troppo distanti dalle mezze piane che i frati di Tolla destinavano a vigneto per rispettare la liturgia cristiana… e per star su di spirito.
Coltivavano in proprio o affittavano ai contadini, in cambio ricevevano vino e uva; e dai contratti, che son giunti a noi, non erano esosi, affatto. Pretendevano che si coltivassero le viti e si allevassero castagni.
Inizia proprio da queste parti, a Pienamani, all’ombra di una grande quercia, il giro che raggiunge, dopo una salita non aspra ma continua la “fonte dei segni”, quella che si trova sul “Cammino di Santa Franca”.
La strada da percorrere, in ispecie nel primo tratto, è di quelle fatte come una volta. E per evocare “una volta” è sufficiente tornare sul finire agli anni 40/inizio 50 del secolo scorso per ritrovare quella Via che era come quelle presenti in gran parte del territorio montano. Strade come tratturi, vie strette, ricavate tra il campo e il bosco per il passaggio di gente a piedi, a cavallo o con la lesa trascinata dai buoi; strade per il lavoro dei contadini.
Cammini agevoli per i viandanti del terzo millennio che lo percorrono con tecniche calzature, maglia colorata e zainetto in spalla.
Dopo un ora circa si giunge dalle parti della Fontana dei Segni… appena dopo il primo bivio nel bosco e ci si ristora con acqua fresca che sgorga dal monte ma che vien da chissà quale “cammino” viscerale.
Avevamo con noi don Jean-Laurent, che è prete e cammina volentieri…e non è mancata la benedizione di questo momento con parole di preghiera e anche sue, più belle perché nascono dal cuore.
E poi siamo ripartiti per terminar questo anello escursionistico …
non senza pause (anche nel tratto precedente la fonte) per rimirar la bellezza del paesaggio verso sud-est, dal monte Palazza alle meraviglie del Lama e del Menegosa, fino a scorgere Santa Franca… e le pendici del Moria.
La buona luce è stata complice di tutti per immortalare questi scorci del nostro giro; e giunti alla “casa del partì” lo spettacolo con il Monastero in lontananza e il lago, che ha raccolto tanta preziosa acqua per la nostra sete estiva e non solo, era al massimo.
Il Besgano è saltato fuori al termine, sotto al portico di Maria Luisa e Andrea, con una bella etichetta vermiglio … imbottigliato in Valtolla, quella vera e antica, bevuto dalla squadra dei camminatori accompagnando della buona focaccia, pane casareccio, peperoni in agrodolce, pasta fredda con le verdure, salumi e formaggi, pasticciotti e gelato con le fragoline del bosco. Merito di Maria Luisa, Rosanna, Anna, Ornella e Carina.
Ma non eravamo neppure poveri di vino con i mastri cantinieri Fausto e Franco. Furio ha elaborato il tracciato con “Relive”, Pinuccio si è occupato delle foto, Andrea dell’accoglienza e io ho assaggiato tutto.
Giro lento che rifarei subito, 8 km circa.
(Ps: etichetta e bottiglia di vino Rosso Besgano non le pubblico … per ora. Vi garantisco che si tratta di vino buono e nostrano, selezionato dallo scrivente con l’amico Fausto. Un vino che fa bene al morale e che si può bere solo in buona compagnia).

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Le elezioni comunali e il bene comune

(Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, escursionista e narratore).

ARTICOLO CON FOTO PUBBLICATO SULLA PAGINA FACEBOOK (FB) DEL BLOG…IL 17.05.2019.
Spero non me ne vorranno gli amici che hanno deciso di partecipare attivamente alla prossima competizione elettorale comunale a Castell’Arquato, Lugagnano, Morfasso e Vernasca se invece di commentare i loro programmi sposto la mia attenzione non tanto al singolo comune quanto piuttosto al “bene comune”. 
Si perché stiamo parlando di un territorio della media e alta Valdarda che si può considerare unito da simili problematiche e dalle medesime “ansie”.
Per questo mi chiedo se davvero il benessere della popolazione di questi luoghi debba dipendere da un “puzzolente fabbricone” piazzato a metà valle da improvvidi politici locali del passato… e sostenuta nel presente.
Sto parlando del “fabbricone” che nel suo altoforno, in cambio di prodotti edili, ha bruciato e brucia scarti di varia natura, chiamati “legalmente” combustibili. 
Per questo mi chiedo se è davvero obbligatorio, come fosse una maledizione divina, dover barattare la salute di tutti con questa manciata di posti di lavoro.
Questa, a mio avviso, è la madre di tutte le questioni politiche locali irrisolte. 
Questa è la chiave di volta per lo sviluppo “pulito” della valle in tutti i sensi. 
In caso contrario sarà meglio che ci si rassegni, che si rassegnino i giovani, i nostri figli e nipoti, al fatto che mai ci sarà turismo affermato, freno all’esodo, agricoltura naturale e attrattiva abitativa per questo territorio.
Per ora, e per tutti questi anni, una sola amministrazione comunale tra le uscenti, ha dimostrato di aver le idee chiare, ben chiare (sic!). 
Le altre, a mio parere, molto, molto, molto meno. Ho pure la sensazione che in realtà la loro opposizione all’utilizzo di combustibili definiti “carbonext” sia stata di gran facciata e poco più. 
Perché dico questo?
Ci si chieda: “possono essere bypassati i sindaci relativamente alla materia ambientale o sanitaria locale? Si possono usare certi combustibili senza darne comunicazione al sindaco, ai sindaci della zona. Può la Regione scavalcare le competenze comunali?”.

Si possono far transitare materiali “la cui pericolosità non è stata esclusa con certezza” nei territori comunali senza avvisarne i sindaci interessati o senza che le,”agenzie” ambientali pubbliche ne siano informate?
Non so dare risposte certe, non sono un tecnico e neppure un politico … ma qualcuno si, qualcuno la risposta la sa. 
E allora non si nasconda la verità affinché trionfi il bene comune e non l’interesse particolare.  
Io continuo a essere preoccupato per le ricadute derivanti dalla combustione di materiali che per ora non è affatto certo non producano effetti nefasti alla nostra salute. 
È già capitato in passato troppe volte. 
Il “bene comune” sono le strade ben curate, buoni servizi, le scuole e quelle che volete voi ma… in un ambiente salubre. 
In queste cose così delicate il criterio della prudenza dovrebbe sempre prevalere perché questo è il “bene comune”. 
Interessa alla politica e ai futuri amministratori?

Le valli della Val d’Arda raccontano il Monterosso e i pisarei e fasö…

55899944_282126292708014_6969383308351080579_nLe valli della Val d’Arda raccontano il Monterosso e i pisarei e fasö… (di sergio efosi valtolla, fotoamatore, escursionista e narratore)
Viaggiare nel comprensorio della Val d’Arda, quello più a est di Piacenza, il più emiliano, non è difficile, anzi…
I suoi punti di riferimento, Castell’Arquato e Vigoleno, sono noti in ogni parte d’Italia per le bellezze artistiche, naturali e per l’enogastonomia.
Il suo vino, il Monterosso Val’Arda (denominazione d’origine controllata…), bianco frizzantino che ora si produce tra le colline dei comuni di Alseno, Vernasca, Lugagnano, Castell’Arquato, Carpaneto e Gropparello, era già conosciuto nel medioevo.
Un vino direi unico, diverso dai restanti ottimi di Piacenza e le sue valli.
Un bianco frizzante, frutto di sapienti uvaggi, che si adatta a tutto il pasto, dai salumi ai formaggi, dai tortelli al burro e salvia ai risotti con funghi, tartufi e verdure, dalla coppa arrosto alla pizza, al dolce.

Ma se tutto questo è sacrosanto allora lo stessso ragionamento si può esportare sul Gutturnio doc; specialissimo se abbinato (nella versione frizzante) con i pisarei e fasö, il piatto piacentino per antonomasia, quello che già dalla sua declinazione dialettale tradisce le sue origini locali.
Aggiungerei che manca all’appello, ma ancora per poco, il Malvasia, quello prodotto con le uve di Malvasia di Candia aromatica che nelle valli citate, nello specifico nella valle dell’Ongina, ottenne i suoi più alti riconoscimenti storici. Nascono qui, in queste vigne, le margotte utilizzate per riproporre a Milano la vigna di Leonardo (si, di “quel” Leonardo!).

Con tre vini così, con i tesori di Castell’Arquato, Vigoleno e, aggiungerei, Gropparello e Veleia, come non veicolare al meglio la proposta turistica locale a livelli internazionali?
Una risposta che tuttavia stenta ad arrivare anche se si sta lavorando, forse troppo timidamente, per riuscirvi (vale anche per l’intera provincia di Piacenza).
Di sicuro questo lavoro promozionale lo fanno i viticoltori che girano il mondo con i vini citati; lo fanno i preziosi volontari che organizzano manifestazioni eno-gastronomiche e turistiche in ogni angolo del territorio per accogliere al meglio i visitatori nazionali e internazionali. Lo fanno i ristoratori con le loro proposte legate alla miglior tradizione del gusto locale e i tanti che scrivono del territorio, della sua storia, delle bellezze naturalistiche e artistiche e della sua tradizione enogastronomia.
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2019-02-max1-IMG_5109Lo abbiamo fatto, in più occasioni, anche il sottoscritto con l’amico Fausto Ferrari, pubblicando “Eccellenze enogastonomiche della Valdarda …” e il recente “Dal Monterosso ai pisarei e fasö…”(¹), racconti della realtà enogastronomica del territorio, dei suoi prodotti, delle sue eccellenze, della sua storia.
Se tutto questo è vero allora diventa imperdibile, anche quest’anno partecipare, oggi e domani, 27 e 28 aprile, al Monterosso festival a Castell’Arquato, una vera “food immersion” dedicata al vino e ai cibi tipici locali con le proposte dei sommelier, degli chef e dei gastronomi che opereranno fianco a fianco con i viticoltori…

(¹) Il libro è disponibile nelle edicole di Castell’Arquato, Lugagnano, Vernasca, Morfasso, Fiorenzuola (San Rocco e via Liberazione), Piacenza (edicola del C.commerciale il Gotico e libreria Romagnosi)…e presso i produttori di vino monterosso e i ristoranti inseriti nella guida.

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Dal monterosso ai Pisarei 2-2

Lettera aperta sul buon cibo delle ostesse di San Lorenzo e non solo…

Lettera aperta sul buon cibo delle ostesse di san Lorenzo e non solo…
(Scritto da Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, escursionista e narratore).

In questi ultimi anni ho parlato spesso, del resto come tanti, di cibo, di chef, di cuoche e del gusto.
Con questo non voglio assolutamente asserire di essere un esperto, un intenditore o quello che vi pare; mi considero come tanti un consumatore goloso che frequenta osterie, trattorie, ristoranti e botteghe.
Leggo libri e seguo social che parlano anche di cibo e vino.
Mi piace molto camminare ma alla fine amo anche parecchio sedermi a tavola con gli amici di escursione e approfittare del buon cibo piacentino.
Nel mio caso, ogni pretesto è buono pur di metterci in mezzo il cibo e tutto quello che gli gira attorno.
Con questo breve articolo voglio rendere onore a coloro che, a mio parere, hanno fatto grande la “ristorazione ” nella mia valle, in Val d’Arda.
Il minimo spazio social non mi permette di parlar di tutto ma non voglio nemmeno parlare di tutti.
Per trattare questo argomento farò diversi “scarti nel tempo”, passando dall’oggi alla metà del secolo scorso e viceversa, una specie di zigzag nel tempo…
Preciso subito, prima di procedere, che la cucina delle nonne e delle mamme non l’ha ancora, ovviamente…,  superata nessuno.

Così, liberato questo pensiero, posso mettermi a parlare di quelle donne, ma anche quegli uomini, che sapevano cucinare pietanze ancora oggi presenti sulle nostre tavole.
Ci fu un periodo di confusione, tra la fine degli anni 70 del secolo scorso e il duemila quando molti operatori della ristorazione locale sembrò volessero “suicidare” la tradizione culinaria piacentina più autentica, buttando a mare un patrimonio di storia culinaria di gran valore e apprezzamento. Per fortuna i consumatori, il tempo e il ripensamento dei migliori, a mare buttò la cucina senza sapori, senza anima, senza legame originale con il territorio…

LE CUOCHE… Le cuoche che ricordo erano anche ostesse, visto che le osterie e le trattorie erano quasi tutte a conduzione familiare.
Per riuscire a guadagnare qualche soldo in più, prestavano servizio nelle cucine delle loro osterie e tanti ricordano, per esempio, che a San Lorenzo in entrambe le osterie si mangiava parecchio bene. Da Graziella e da Angela, che con i rispettivi mariti gestivano l’osteria vecchia e quella nuova, dove si mangiava davvero genuino e in maniera speciale. Ricordo anolini (anvei) alla maniera arquatese fatti rigorosamente a mano e cotti nel delizioso brodo di terza, il lesso misto di “puliaia e mänz” che comprendeva, tra gli altri il cappone, la gallina e spesso la lingua di bovino; indimenticabili le portate di arrosti misti “arost ad pulaia”, di razzolanti volatili del cortile che mangiavano frumento, melica, pastone di erbe e “rumla” e tutto quello che capitava, dai vermicciattoli scovati nell’orto allo scarto delle verdure e delle patate.

E il vino? Robusto, rosso, frizzante…spumoso naturale; prodotto con uve delle colline della Val d’Arda e dintorni.
Ricordo queste famiglie di osti con figli e spesso nonni che davano una mano, i sabati, le domeniche e le feste comandate di gran lavoro… estati festaiole, sagre indimenticabili con la balera, il calcinculo, la funzione religiosa, il pranzo comunitario.
Niente famiglie agiate e altolocate, solo gran lavoratori e lavoratrici, direi instancabili e anche indimenticabili dai loro numerosissimi clienti che arrivavano puntuali, in ogni stagione, dal milanese al cremonese, dal fiorenzuolano al fidentino al salsese.
Tutti a San Lorenzo per mangiare due fette di coppa e salame buono, una porzione ricca di lasagne, i tortelli (che qui erano detti i “maifatt”, tortelli quadrati messi a strati nella zuppiera con il sugo al burro o al pomodoro, con il burro fuso della Ca’ Matta e il formaggio grana…).
Fatti così i tortelli-malfatti chi li ricorda ancora? Dove mai si cucinano ancora queste “ghiottonerie campagnole” ora che le nonne e gran parte delle mamme della mia generazione sono emigrate in Paradiso?

anolini natalizi della valdarda(preparazione)

CASTELLO… Ma pure a Castello che era più “nobile” non si disdegnava la buona cucina; e pure con con qualche tocco di gran classe.
Se lo ricordano bene gli avventori della Taverna del Falconiere, in quella spettacolare location sotto alla Torre Viscontea per un certo periodo diretto da chef (con mogli-cuoche a volte anche più brave dei maschi) che fecero la fortuna del locale.
E se lo ricordano bene gli avventori del “Lido”, il ristorante con annessa la prima piscina di tutta la valle. Ricordano tutti il bue alla spiedo cotto da Arturo, la sua straordinaria abilità di intrattenitore e innovatore al tempo stesso.

Questa appena sommariamente rammentata fu, senza dubbio, la più grande epopea del gusto celebrata in Valdarda.

Ma i maestri fanno scuola e poi, o durante,  quello stesso fortunato periodo, emersero Franco della Rocca e Ottavio dello “Stradi” (che sta per Stradivarius), si confermarono Faccini di Sant’Antonio e il Turista di Vigolo Marchese.
E questo, giusto per star in zona, nella Val d’Arda di Castell’Arquato,  perché altrimenti dovrei parlar, e bene, di Luigi del Botteghino, della Taverna di Vigoleno, della trattoria Solari a Trinità, della Torretta di Chiavenna e della indimenticabile Pia di Vernasca.
Per farla breve mi basta dire che in questi luoghi molti di noi hanno passato momenti conviviali davvero indimenticabili; mi basta accennare ancora al bue allo spiedo cotto davanti a tutti noi, per giorni e giorni nel piazzale del Lido, da quel gran maestro che era Arturo Granelli, o quelle belle serate di mezza stagione trascorse in nel ristorante-discoteca da Ottavio allo “Stradi”.

Lo confesso…ho gran nostalgia di quei piatti di portata stracolmi di arrosti di “pulaia” nostrana serviti dalle “Ostesse di San Lorenzo” …
Ma una cosa mi consola, una cosa non è cambiata, anzi…
A Castell’Arquato si mangiano sempre ottimi tortelli con ricotta e spinaci, pisarei e fasö e si beve anche meglio, con quei magnifici e storici vini che rispondono al nome di Gutturnio, il rubino più importante della valle e il Monterosso Val d’Arda, il miglior bianco frizzante naturale…(naturale!) che mai sia stato prodotto nel piacentino.

L’anello del Falcone, del Giogo e del Salame


img_3096L’anello del Falcone, del Giogo e del Salame
(con fotografie e tracciato)

Scritto da Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, blogger escursionista e narratore

In questi giorni di post Epifania, fin che le condizioni climatiche lo consentono, si possono fare delle belle escursioni sui “piccoli monti” della Val d’Arda oppure…abbandonarsi al riposo malinconicamente depressivo dell’ozio non creativo.

Naturalmente ho scelto la prima soluzione.

La scusa, l’esca, erano i luoghi particolarmente belli da rivedere e un pranzo al sacco con Gutturnio, salame DOP di Piacenza, torta di patate e dolcetti vari.

2019-01-13-monte giogo1-img_4149Con Anna, Annalisa, Carina, Ornella, Rosanna, Fausto, Furio e Pinuccio son partito da Castell’Arquato, scarponi e zaino in spalla diretto alla cima più alta della collina che separa le valli dell’Arda con quella del torrente Chiavenna.

Per farlo occorre superare il Cristo di Castell’Arquato, puntare a sud verso gli Zilioli, seguendo la strada che s’inerpica lentamente verso l’Appennino e continuare per qualche km fino a intravvedere la prima cresta del Monte Falcone.

E qui viene il bello…

2019-01-12-monte giogo1-img_4156Si può seguire la strada (bianca) a destra oppure tirar diritto verso la cima del monte Padova.

Diciamo subito che la distanza da percorrere per raggiungere l’attacco all’ultima salita del monte Giogo è, metro più metro meno, la medesima.

A destra si segue una carraia per poche centinaia di metri e poi si entra nel sentiero del bosco a sinistra, un percorso anche per MtB, fino a transitare nella zona delle vecchie grotte tufacee, superarla e ricongiungersi con l’altra strada che invece al primo bivio “tirava diritto…” valicando il monte Padova.

Di fatto ci si ritrova, nell’un caso e nell’altro, nella sella tra i monti.

Nel tragitto il Corbezzolo con i frutti maturi, il Calicandro precoce, il fiore profumato dell’inverno, la piccola libreria del viandante della Cinghialina, le Camelie del monte Giogo, in piena fioritura, poche case, tante belle viste e, sulla costiera esposta a est le Viole selvatiche già in piena fioritura, segno di un’anomala passata tarda stagione autunnale e anche di un inverno poco freddo…per ora.

Inevitabile transitare accanto alla casa di Angelo con i suoi asinelli e le vacche bianco-rosse per affrontare l’ultimo strappo del sentiero che, inerpicandosi più decisamente, conduce alla sommità del Giogo.

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Risalendo son superato da due ciclisti, due campioni di quelli veri, in allenamento, che salutano in acrobazia e se ne vanno.

Poi…ecco apparire sul sentiero il Beppe, il Beppe Lambri, con un “cannone” Canon a caccia di immagini da catturare; una gran bella sorpresa incontrare un fotografo di gran classe.

2019-01-13-montegiogo con beppe lambri1-img_4168Più avanti si scopre che “la grotta dei bambini” è ormai inagibile e che di essa non resta che il racconto fantasioso che insegna della nascita dei bambini di Lugagnano in tal grotta anziché “portati” dalla cicogna.

La strada è quindi quella sommitale che richiede attenzione per goder dei panorami più belli della valle.

img_3123E intanto Furio “libera” un pannello informativo della Riserva Geologica, uno dei pochissimi rimasti, dalle “rasse” e si prosegue fino all’area pic nic ai piedi del grande “crocione” sommitale.

È qui che la fiaschetta del Gutturnio viene in aiuto al pari del termo di caffè.

Sì perché da quassù il gusto del Gutturnio cambia, migliora, risente della mia immaginazione allucinogena da vino, del mio immaginario storico che torna alle ere geologiche milionarie dell’antico fondale dove “spiaggiarono” le balene e si aggirarono, in seguito, i rinoceronti e altre fiere fino all’obblio della nuova mutazione appenninica con la comparsa dell’uomo cacciatore, poi agricoltore…e ora escursionista e buongustaio.

2019-01-12-monte giogo1-img_4171E il cibo da quassù non trasuda solo storia, come il vino, ma contempla anche il piacere per le papille gustative.

La sosta al crocione ha dunque rafforzato l’immaginazione del viaggio che ora prosegue…

Il rientro è un vero capolavoro di panorami e di bellezza, di viste a strapiombo sulla Val Chiavenna fino a sbucare nuovamente nel sentiero della “sella” e far ritorno sul filo di costa dei calanchi più belli di tutta la provincia, sull’ampia Val d’Arda.

È qui che ci viene in soccorso il salame, quello Dop di Piacenza, perché camminare stanca ma aumenta l’appetito.

E così sul tavolone della veranda di Roberto, nella balconata baciata dal tiepido sole del primo pomeriggio, a quest’altezza tra i Monti Padova e Giogo, poco distante dalla strada del “Rio Martino”, abbiamo commesso il peccato…di gola. Quel salame evocato si è materializzato, estratto dalla bisaccia di Furio con “assa”, pane e coltellaccio Opinel di prima categoria, lungo come una mano, tagliente come un rasoio, quel che ci vuole per tagliar la fetta fina.

E ancora si materializza il Gutturnio dalle fiaschette e dalla bottiglia da sorseggiar con delizia tra salame, torte e caffè della “Peppina”…pardon della Carina.

Ma il viaggio non è finito e ripieghiamo sulla costa del Falcone per scendere alla Buttina, fino a sbucare nuovamente al Cristo, nel crocevia delle terre del Monterosso Val d’Arda, non prima di aver percorso suggestivi sentieri nella boscaglia e nelle ex aree agricole “gradonate” divenute boscaglia, attraversato vigneti e ammirato l’infinita geografia che si apre verso la pianura del Po che, nei giorni più limpidi, consente di gettar l’occhio lontano sulle grandi montagne.

Un giro di circa 16 km, collinare tra Castell’Arquato, Lugagnano V.A., i vigneti, la Riserva Geologica, a fil di calanchi. Un sentiero non segnalato e, per lunghi tratti, adatti ai soli escursionisti adulti…armati di volontà, allegria e buon cibo della tradizione piacentina, a partir dal salame DOP e dal Gutturnio (guarda il tracciato, clicca qui!).

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Giro dei laghi della Valtolla: diecimila passi per star bene…

Scritto da Sergio efosi Valtolla, fotoamatore, blogger, escursionista e narratore.

Diceva Tiziano Terzani che il fascino dei fiumi è forse in quel continuo passare rimanendo immutati, in quell’andare restando, in quel loro essere una sorta di rappresentazione fisica della storia…

Questo vale per ogni corso d’acqua naturale, dal torrente al torrentello, laghi compresi.

L’acqua in queste condizioni di natura ha sempre esercitato in me un certo fascino, i corsi d’acqua e i laghetti dell’Appennino in maniera particolare.

In Alta Val d’Arda vi sono due laghetti naturali, di cui ho parlato in “I LAGHI NATURALI DELLA VALDARDA” (clicca sul link) e altri creati dall’uomo, non meno belli.

Tutti piazzati nel bosco, quello che si estende tra Sperongia e il Monte Lama.

Tutti nel bacino dell’Arda, il torrente che alimenta il lago di Mignano, la più grande, famosa e “utile” delle riserve d’acqua piacentine.

Tornando ai laghetti dell’alta Valdarda, l’antica Valtolla, posso affermare che, come capita spesso, questi luoghi sono conosciuti prevalentemente dai locali e dagli escursionisti che percorrono che frequentano queste loclaità.

Si tratta di laghetti non segnalati, con sentieri per raggiungerli non esposti e spesso pure un po’ maltrattati. In ogni caso non si tratta di sentieri migliori o peggiori di altri; sono semplicemente percorsi carrabili montani utilizzati anche dai boscaioli che svolgono il loro lavoro.

Con gli amici escursionisti Furio, Franco e Fausto siamo stati recentemente a perlustrare l’intera zona e, rintracciati i laghetti naturali del Gallo e del Rudo, abbiamo penetrato il bosco per rintracciare anche le altre piccole superfici lacustri presenti, create tanto tempo fa dall’uomo per usi agrari.

Sono occorsi quasi diecimila passi, realmente 9887, per disegnare un percorso ideale che ci consentisse di raggiungerli in successione tutti (con la sola esclusione di quello dei Lupi, più spostato verso il Passo del Pelizzone).

Uno, il “Làgu ad Peppù d’Pirõn”(1), lo abbiamo individuato in prossimità della strada e un secondo a ridosso dell’Arda, piccolo, nascosto tra grossi massi e bosco, detto “Làgu dar Suclà” (2).

E frequentando questa porzione di valle, più bassa rispetto alla zona a ridosso di Teruzzi (Groppo di Gora, Castellaccio, Lama e Menegora), mi sono anche reso conto che l’autunno, l’inverno e l’inizio della primavera sono sicuramente le stagioni ideali per passare qualche ora lieta in questi luoghi, quando i laghetti sono visibili nel loro splendore, i boschi facilmente percorribili e la natura si presenta nelle sue forme migliori…all’ombra del monte Cravola.

Il percorso ideale, per visitare tutti i laghetti menzionati, parte dalla trattoria-bar-pizzeria Ca’ del Bosco di Rusteghini e si estende per circa 6 km compiendo un anello che termina ancora al punto di partenza.

E alla trattoria un risotto o una frittata con i funghi di stagione, un piatto di salumi piacentini, una porzione di buone patate, un pizza cotta nel forno a legna, un buon bicchiere di rosso, una bevanda calda o fresca…non mancano mai.

(1)(2):i toponimi e le relative notizie sono da verificare.

I laghi naturali della Val d’Arda, questi sconosciuti…

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LAGO DEL GALLO, VISTA PARZIALE

Scritto da Sergio Efosi Valtolla, fotoamatore, blogger, escursionista e narratore.
Per parecchi di noi parlar di laghi in Val d’Arda, significa associare il termine a Mignano e al suo grande lago artificiale.
Invece, con questo breve articolo, vorrei parlare di quelli molto più piccoli, naturali, che si trovano girando per la boscaglia dell’alta valle…ma andiamo con ordine.

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IN PIEDI DA DESTRA: PINUCCIO, FAUSTO, PATRICK, FURIO, IO… SEDUTE DA DESTRA: MARIA LUISA, ANNA, ROSANNA, CARINA, SYLVIE.

Brevi notizie prima di entrar nel bosco…
La zona di cui parlo è compresa per intero nel comune di Morfasso, nella primaria valle dove nasce l’Arda, tra Passo del Pelizzone, Teruzzi e Rusteghini.
I laghi (quelli prevalenti) in questione sono tre: Lago del Gallo, Lago del Rudo e Lago dei Lupi; piccoli ma molto…molto antichi, generati verosimilmente i primi due, dal gran “movimento” geologico dei ghiacciai antichi del Lama che ha creato questi sbarramenti morenici in terre ricche di torbiere, zone “molli”, boscaglia, ofiolite e diaspro rosso.
Il Lago del Gallo, in particolare, vale anche per quello del Rudo, è di grande importanza naturale, è sempre pieno d’acqua, non ha alcun emissario superficiale, ospita il tritone alpestre-appenninico e diverse colonie di rane marroni e verdi.
Poco di più potrei dire a proposito del vicino Lago del Rudo, altrettanto suggestivo e con la medesima origine antica. Il toponimo con il quale è identificato “Rudo” forse ha un significo originale che non conosco.
Il Lago dei Lupi (alimentato dalle buonissima acqua “minerale” della vicina “fonte dei Lupi”) si trova a quote maggiori, poco distante dal Passo del Pelizzone e da Casali di Morfasso, conserva una piccola fioritura di ninfee estive. La sua forma rasenta quella di un grande cuore.
Si tratta di laghi piccoli e poco profondi, immersi nella boscaglia.

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LAGO DEL RUDO…
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LAGO DEL GALLO

Alla ricerca dei laghetti del Rudo e del Gallo…
Se non si conoscono bene i luoghi è meglio non azzardar ricerche improvvisate, molto meglio farsi accompagnare. In ogni caso partendo dalla storica trattoria-pizzeria-bar “Ca’ del bosco” a Rusteghini, via Cogni 5 (comune di Morfasso) si sale a piedi fino I Massè (Masè) di Teruzzi. Si attraversa il piccolo abitato e si guada la giovane Arda, piegando subito a sinistra. La carraia è agevole e conduce in poco tempo al Lago del Rudo, interamente recintato dal filo spinato. Completamente avvolto nella boscaglia, si presenta con le sponde un po’ “disordinate”.
Poi si risale sul sentiero principale e si riprende il cammino, piegando a sinistra fino a scorgere, tra la boscaglia, una piccola pineta che affianca, in parte, il Lago del Gallo, magnifico, abbastanza grande, suggestivo e misterioso al tempo stesso.
Immancabilmente, raggiunto questo Lago, abbiamo fatto una sosta decisamente più lunga, una colazione dolce con torta, patona e caffè.
In primavera e in autunno, il bosco e i laghi citati, riservano un gran bel colpo d’occhio, tra fioriture e un bel “foliage”.
E questa breve sosta, oltre al gusto della “colazione” ci regala la lettura di un brano del Vangelo… di Maria Luisa.
Infine si riprende il sentiero fino a raggiungere la sottostante strada provinciale e quindi la trattoria-bar-pizzeria “Ca’ del Bosco”, dove i gestori sono accoglienti e si trova sempre la maniera di mangiare qualcosa di buono, sempre.
Di fatto le carraie percorse, tracciate per il lavoro dei contadini, costituiscono un vero, pur breve, anello escursionistico non segnalato che con calma, soste comprese, si percorre al massimo in circa due ore.

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2018-10-lago del gallo11-1IMG_3252-HDRCamminare fa bene al morale e …
In altre occasioni l’ho detto: vado spesso a girar per boschi e monti in solitaria ma non disdegno la buona compagnia.
Porto sempre la macchina fotografica, un cavalletto, qualche lente e un paio di filtri in vetro. Per girar nell’alto Appennino è meglio calzare scarpe da trekking e aver sempre a disposizione acqua, copricapo e impermeabile (adatto alla stagione).
Con gli amici che citerò abbiamo interessi comuni, camminiamo molto e terminiamo spesso la giornata con “i piedi sotto al tavolo”, una buona e consolidata abitudine.
I nostri favori enogastronomici li riserviamo alle “minestre” piacentine , dai pisarei e fasö agli anolini in brodo, passando per i tortelli ripieni con erbette, ortiche e ricotta.
Per il vino “navighiamo” a vista tra Gutturnio, Monterosso leggermente abboccato, Ortrugo e dintorni…
Per i secondi, quando non abbiamo esagerato con le minestre, prediligiamo tutto quello che potremmo definire “pulaia”, dall’arrosto al lesso con o senza ripieno. In pratica siamo molto legati alla tradizione rurale piacentina.

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2018-10-lago del gallo11-1IMG_3270I protagonisti del giro ai laghi del Gallo e del Rudo …
Furio (l’esperto dei sentieri, li conosce tutti, anche ben oltre la provincia). Fausto “il brigante”, sempre alla ricerca della dieta perduta. Franco, esperto di cartografia. Ornella, silenziosa e discreta, quasi timida. Pinuccio è un gran appassionato di fotografia. Carina è patita di ginnastica e movimento. Anna è una gran viaggiatrice. Rosanna è volonterosa e decisa.  Maria Luisa, alla prima sosta utile a sorpresa, ma con nostro gran piacere, legge un brano del Vangelo.
Poi ci sono io con la mania dello scatto fotografico; il mio motto è “fermi, la prima foto andava bene ma ne facciamo un’altra”.
Poi quando possono si aggregano tante altre amiche e amici, vicini e lontani ma tutti molto simpatici…

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LAGO DEL GALLO, LA SCHIARITA IMPREVISTA…

Piesse, giusto per non dimentare: in queste occasioni non disdegnamo mai due fette di salame, un bicchiere di vino, un caffè, una fetta di torta da consumarsi nel bosco seduti nella radura, accanto al lago, al dirupo…all’ombra di un faggio o riparati in un rifugio montano …perché camminando vien sete ma anche molta fame.

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LAGO DEL RUDO, VISTA PARZIALE

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LAGO DEL RUDO

Le strade scomode dei francigeni…

Le strade scomode dei francigeni…di Sergio Efosi Valtolla (fotoamatore, blogger, escursionista e narratore).

Percorre il ciglio della strada, la carraia, il sentiero con lo zaino ben fissato sulle spalle, un piede nell’erba e l’altro sull’orlo come uno che vive ai “margini”. Con pervicacia avanza, a volte tentenna come se avesse perso il filo, poi riprende.
Se lo seguite vi accorgerete del suo lieve ondivagare tra ghiaia, asfalto e sterrato.
A destra, a sinistra sulla via, seduto sul gradino, fermo in attesa di un compagno di viaggio oppure solitario e pensieroso, assorto nei suoi pensieri.
I suoi piedi ridacchiano di lui (o di lei) per la fatica, per i calzini puzzolenti e, a volte, per le evidenti “ciocche” che lo costringono a camminare goffamente.
Si piega ma non molla, si esalta alla vista del panorama imprevisto, si siede, lo contempla e poi riparte.
Il suo viaggio è tutto nello zaino e odia i cartelli segnaletici perché quasi sempre imprecisi e mendaci.
Arriva alla meta quotidiana stanco, felice ma pur sempre affaticato dal viaggio. Cerca il letto per riposar la notte, è curioso e va alla ricerca di altre emozioni serali, chiacchiera con altri viaggiatori, cena, ride…
Riflette sulla sua esperienza, sulla giornata e prega; si addormenta con i suoi sogni, con i suoi propositi positivi e mette in ricarica il telefonino per restare connesso al suo mondo.
Il giorno dopo di buona mattina, con lo stesso entusiasmo del giorno precedente, riparte e ancora avanza verso la sua meta.
Sei tu, sono io, sono un pellegrino del terzo millennio!

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L’alta Valdarda tra la biro e la “marassa”

COPERTINA SENTIERIdi Sergio Efosi Valtolla (fotoamatore, escursionista e narratore di storie).

La biro e la “marassa”: senza queste componenti, apparentemente opposte, non sarebbe stato possibile realizzare il progetto “Sentieri di Morfasso” che sabato 21 aprile 2018 verrà presentato nel municipio di Morfasso.

Quasi ducento km di sentieri tracciati, sistemati, segnalati, ripuliti, geolocalizzati e descritti in una guida turistica-escursionistica; la più importante mai scritta prima, sui sentieri di uno degli ultimi paradisi sconosciuti dell’Appennino piacentino.

Diciotto sentieri naturalistici, archeologici e culturali che collegano tutte le più importanti zone del morfassino e dei suoi dintorni.

Dieci bacheche segnaletiche posizionate nel capoluogo e negli antichi borghi montanari  di Morfasso per “aiutare” chi cammina.

Due anni di lieve attività, rispettosa della natura,  dove la “marassa” ha fatto il paio con la “biro” per consegnare la definitiva guida escursionistica e turistica agli appassionati della montagna della Valtolla.

E dalla marassa e dalla biro non è nata solamente la guida  “Sentieri di Morfasso” ma anche un sito internet “valdardatrekking.it” (in fase di implementazione, presto totalmente fruibile).

Ma più di tutti l’elemento caratterizzante l’intero progetto, fondamentale per la riuscita dell’intero ragionamento, è stato l‘amicizia; passione e amicizia per la montagna tra ragazze e ragazzi del gruppo di escursionisti della Valdarda e della Valtolla “…Basta nà” e “Via dei Monasteri Regi”.

E la strada prosegue, costante…mai rettilinea,  alla scoperta continua di nuovi percorsi, nuove bellezze naturali tra crinali ondulati, irte rocche e la storia dell’uomo della Valdarda e della Valtolla.

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COPERTINA SENTIERI

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Mezze maniche in brodo…and let it rain

MEZZE MANICHE IN BRODO AND LET IT RAIN…

 (di Sergio Efosi e Giulio Efosi*)

Mes manag in brod” also know as “Mezze maniche ripiene in brodo”

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The typical Piacenza cuisine with the “Mezze maniche ripiene in brodo” of Capon or Hen and Beef (someone prefers eating them with Pork filling) reaches maximum levels that have crossed the provincial boundaries as in the case of “Pisarei e fasö” and the “Anolini in Brodo”.

 In this case, just like the “Anolini”, there is a variant with “Stracotto” and another one without it.

 Continua a leggere “Mezze maniche in brodo…and let it rain”

Mezze maniche in brodo e lascia che fuori piova …

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MEZZE MANICHE IN BRODO E LASCIA CHE FUORI PIOVA…(di Sergio Efosi*)

Mes mànag in brodmesi manghi in brod…

La tipicità della tradizione culinaria piacentina con le mezze maniche ripiene in brodo di cappone o gallina e manzo (qualcuno lo fa in terza con l’aggiunta del maiale) raggiunge i massimi livelli che sono andati ben oltre i confini provinciali com’è successo con celebri Pisarei e fasö e gli anolini in brodo (piatti che ho mangiato nell’alessandrino e nel parmense). Continua a leggere “Mezze maniche in brodo e lascia che fuori piova …”

Ci son luoghi…

2017-08-31-castello montereggio -4DM4B4033Ci son luoghi…di Sergio Efosi.

Ci sono luoghi che debbono la loro natura sacrale al fatto di esser punti terminali di pellegrinaggi antichi, altri perché corrispondono a intervalli, speciali, lungo un cammino e altri ancora perché luoghi della prima civilizzazione cristiana.
Quest’ultimo è il caso della sperduta, antica, chiesa di Castello di Montereggio*.
La chiesa millenaria, nei pressi di una manciata di vecchie case, sta proprio sul cucuzzolo panoramico e strategico ove c’era il castello.  Continua a leggere “Ci son luoghi…”