Cronache arquatesi del 1710…( eran 300 anni fa…) ( parte 2)

Tratto [ e adattato liberamente al blog ] da un mirabile saggio tradotto da Ippolito Rigolli[ CASTELLARQUATO 1710: LA TEMERARIA INTRUSIONE DEI BIRRI ALLA TORRE GAVINA.] pubblicato sulla rivista ” quaderni della valtolla” [volume IV, anno 2002], una miniera d’oro di notizie storiche per la valle…racconti, resoconti, ricostruzioni, ricerca storica….un grande lavoro che la rivista compie da 13 anni e che, sabato scorso, a vigoleno ha pubblicato il volume XII° che presto troverete nelle edicole locali … Queste son cose da non perdere; questa era la valtolla/valdarda del 1700. ( il saggio completo lo potete leggere sul blog della rivista, che lo ha pubblicato il 9 settembre 2010,  inserendo nella barra degli indirizzi del vs. browser: http://quadernivaltolla.wordpress.com )

———————————-parte 2 : Un atto di prepotenza —————————-

Il giorno 26 settembre 1710 [ 300 anni fa] compare avanti il dottor Dodi giudice della Pretura di Castell’Arquato il signor D. Sforza de Pianetti di Fiorenzuola, temporaneamente residente nel territorio di Castell’Arquato nel luogo detto alla Gavina, il quale reclama giustizia denunciando quanto segue:     “Sappia Vossignoria  che Mercoledì prossimo passato  verso le ventitrè hore (ore 17 odierne) in circa venero sul cortile di casa mia trè persone, due armate di schioppo et una senza, quali per quanto ho inteso uno era il Birro chiamato Boccatagliata, e l’altro Gio. [ In poche parole questo signore aveva denunciato un atto di violenza subito nella sua casa alla torre Gavina ad opera di  tre ” prepotenti, birri…poco di buono”  che si eran presentati minacciosi al cospetto della moglie; tra questi c’era un certo Boccatagliata che doveva esser ben tristemente famoso!].

E’ una calda giornata di settembre, da poco è terminata la Fiera di Castello, a quei tempi cadeva alla prima domenica del mese, alla festa della Madonna di settembre , appunto, il mercato dell’uva era appena concluso, quindi tempo di vendemmia.

La Guardia addetta ai servizi di dispensa del Palazzo del Serenissimo Signore (Farnese) di Piacenza invia suoi campari armati al seguito e per controllo di un carico di uve caricate a Bacedasco da trasportare in Città.   Al ritorno, mentre il carico si dirige verso Piacenza sulla strada rotabile Predosa (oggi “La pelosa”), i tre “birri” o campari di scorta imboccano la scorciatoia agevole e più ombreggiata che, percorribile a piedi, conduce alla pianura verso la Città, e attraversando la collina della Costa di Orzale, tra i boschi, arriva a S. Protaso.

Giunti dopo la Chiesa di Sant’Antonio“Vecchio” all’incrocio con la strada che va alla Gavina, sbagliando, si dirigono verso questa casa; a prima vista potrà essere sembrata la strada per Piacenza; quell’altra, quella giusta scendendo, ingannevolmente, avrà indotto i tre a stimare che si dirigesse a Fiorenzuola. Era sul finire del giorno, caldo per la stagione, molta strada da percorrere e con quella sete che si può immaginare. Giunti nei pressi della casa della Gavina si imbattono nella massaia, ancor giovane sposa di non disdicevole aspetto.

Cos’avranno pensato i tre campari avvezzi per professione a ragionare sempre con lo schioppo in spalla, assetati, sul finire di una assolata giornata, sperduti in questa contrada?

Per il loro mestiere di servire sempre, ancorchè non di buon grado, e con un’incallito fare volto alla prepotenza, pensando di farla franca, hanno avuto quel comportamento descritto nella denuncia al Pretore. Il giovanotto figlio del mezzadro, veduto maltrattare il genitore, avrà rivolto ai tre “cittadini” tutti gli improperii e titoli di cui il suo frasario di campagnolo disponeva: di qui la reazione del capo dei tre che prese a rincorrerlo, lui via a gambe in casa del “padrone”, perchè in quell’abitazione nessuno sarebbe entrato mai. Infatti il punto saliente rimarcato dai testimoni nell’esposizione delle denunce e deposizioni, di tutta la vicenda il fatto più grave, fu il mancato rispetto verso la casa dei “Signori” commesso dai tre “uomini di legge”, “…nella Casa in quel giorno fu perso il rispetto…”.

Il Capitano Sforza Pianetti, Nobile discendente da una Famiglia tra le più cospicue di Fiorenzuola, era un funzionario della Camera Ducale, dalla madre Lelia Biraghi assunse il secondo cognome, sposò Alba Rossi di Piacenza. Un suo avo materno fu Pietro Antonio Biraghi titolare del Priorato dei S.S. Felice e Tranquillino di Baselica Duce, ed altri prelati diede nei secoli questa famiglia. Uno stemma scolpito nel marmo sopra l’ingresso principale dell’odierna Gavina ricorda che l’edificio appartenne ad uno di quegli ecclesiastici , e doveva trovarsi sopra quella porta già al tempo di questo incidente. Quindi un ben evidente monito si parava di fronte colui che si accingeva varcare quella soglia nel 1710.

Il “birro” Giovanni Costa, infatti, si guardò bene dall’entrare in casa, e sfoggiando il suo abbigliamento, ”…vestito di bianco panno con manicini da signore, col suo schioppo, con un paio di braghini rigati di rosso e bianco che è birro in Piacenza,…” , ed i suoi modi educati alla vita di città, tentò di rimediare alla arrischiata situazione con l’affermare che lui non era un “birro”, ma un galantuomo con parenti alto locati, che era di casa del signor Marchese di Vigoleno, che aveva uno zio dottore a Lugagnano, ed altre galanterie, sforzandosi di apparire quel signore che, in effetti, non era. Quell’altro“…smingolo vestito con capello di paglia in testa e marsina sottile di pannetto di color brodo di ceci, con scarpe, e calzette, che avrà avuto trent’anni in circa…” se ne stava in disparte, mentre uno dei tre, Boccatagliata, il più aggressivo e con precedenti penali, già incarcerato dallo stesso Capitano Pianetti, si trovava nell’andito intento a maneggiare un fucile del signore appeso ad un chiodo sulla parete.

La signora, pur di liberarsi dagli intrusi, fece mostra di seguire il discorrere del detto Costa e dalla cameriera gli fece servire da bere, ricevendo dallo stesso le scuse per l’arrecato contrattempo con l’avere, oltre il resto, impaurito gli otto giovani figli, “i signorini”, che si trovavano in casa nella stanza attigua. Dopodichè i tre se ne andarono.

Il fatto deve aver suscitato subito vasto clamore nel circondario, tanto che venne fare visita alla dimora il Rettore della chiesa di Sant’Antonio per rincuorare la Signora, la quale per l’offesa patita e per il timore per i figli spaventati dagl’intrusi armati e vocianti, era stata colpita da un repentino malessere con febbre alta e scoramento.

Nell’occasione, in casa dei Signori riuniti a discorrere del pericolo corso e delle disgrazie scampate per fortuna e per grazia di Dio, mentre la cameriera Anna, ancora tutta trepidante, serviva in tavola una qualche bevanda cordiale come d’uso in tali occasioni, anche il Reverendo Rettore di Sant’Antonio identificò tra i gli autori di tutto quello scompiglio un tale di nome Giovanni Costa figlio di un “… Battistino dal Buso di Piacenza, e che sia un Birro fratello d’un altro Birro Tosone qui di Castello…”. Tutti figuri   anche troppo noti in questo angolo di terra appartata, non sempre protetta dalla presenza dei Padroni che avevano la forza di incutere rispetto.

Nel documento non si ritrova la sentenza conclusiva del Giudizio, ma da alcune note a margine veniamo a sapere che quello che portava il cappello di paglia e la marsina color brodo di ceci venne identificato per tale Giuseppe Barilari, e che insieme a Giovanni Costa fu chiuso in carcere e ne uscì dopo tre mesi grazie all’intervento del Serenissimo Signore di Piacenza.

Nonostante questo precedente, poco più tardi in altri atti lo si ritrova attivo in Castell’Arquato nella mansione di “currerio”, vale a dire agente notificatore e guardia comunale. ( FINE)

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