CRONACHE DA VALTOLLA (non siamo gente di pianura) (2)

COME AVEVAMO ANNUNCIATO IN PRECEDENTI POST ABBIAMO INIZIATO A RIPRODURRE UN RACCONTO CONTENUTO NEL BEL LIBRO DI FAUSTO FERRARI “CRONACHE DA VALTOLLA …..”

Il racconto che abbiamo scelto (non è stato facile) per iniziare è “Un Orso bruno ai Teruzzi” ( la prima parte è stata pubblicata lo scorso 27 aprile).

Un Orso bruno ai Teruzzi (2)

di Fausto Ferrari Poi, come succede tante volte nella vita, quando le cose sembrano essersi messe al meglio, Domenico (Michè), si ammalò e morì, così Pazjota decise di tornare lei nel paese natio di Domenico. La slava cominciò il lungo viaggio girando per le campagne con quest’orso al guinzaglio e quando trovava dei villaggi o dei gruppi di case, si fermava e faceva ballare l’orso, divertendo i piccini e incuriosendo i grandi che la ricompensavano con un tozzo di pane e quando andava di lusso con un pollo o qualche patata. Gira e rigira, un giorno Pazjota arrivò sulle montagne che dalla notte dei tempi facevano da corona alla valle dove scorreva l’Arda, e lì capì che queste erano le montagne descrittegli da Domenico, anche se della grande foresta di Cerri non c’era più traccia. La valle sembrava un deserto, pochissimi gli alberi ancora in piedi. Si fermò ai Rusteghini, dove…… sull’aia delle case lì vicine si mise a far ballare l’orso per più di un’ora. Dopo aver ricevuto un tozzo di pane e un fiasco di vino che sembrava fatto con i prugnoli, la zingara chiese a una vecchia cosa fosse successo a questo posto che una volta doveva essere così bello. La vecchia, con un forte sospiro rispose che era stata colpa delle Ferrovie, le quali avevano avuto bisogno di traversine, e se le erano venute a prendere fin qua, dando sì un breve periodo di lavoro e di benessere alla popolazione, ma andandosene ben presto, lasciando alla fine dei lavori, i montanari più poveri di prima. La zingara pensò che fosse stata anche colpa dell’ignoranza e della miseria, le quali avevano spinto la gente di valle a vendere per poco il loro tesoro. Pazjota, diede ancora un’occhiata verso il monte Capra e il Menegora pensando al dolore che avrebbe provato Domenico vedendo questo scempio. Richiamò il grasso l’orso e si rimise in viaggio. I bambini la salutavano mentre si allontanava salendo lungo la via vecchia che passando ai Grechi arrivava proprio sotto il Menegora, fino ai Teruzzi, con al guinzaglio questo grossissimo orso bruno, e gli dicevano “ritorna, ritorna… ”. Intanto non molto distante da lì, vicino ai Perotti, tre ladri di polli venuti probabilmente dalla “Betla”, non perché alla Bettola fossero tutti ladri di polli, ma semplicemente perché l’unica strada che portava ai Teruzzi veniva da lì. I ladri, capeggiati da “Ciccò”, stavano tramando un colpo per la notte, “… è il colpo che ci sistemerà per tutto l’inverno… ” diceva Ciccone ai suoi compari, “… nella zona proprio sotto la chiesa di Sperongia, passato il torrente, c’è una casa isolata; l’altro ieri, appostatomi lì vicino tra i cespugli, ho visto il contadino che dava da mangiare a un bel maialotto nel casotto vicino al fienile; a noi basta partire stasera, dopo la veglia, con il barroccio, e mentre tutti dormono, apriamo lo Stabile e prendiamo il maiale, lo carichiamo sul barroccio e scappiamo. E’ un colpo da ragazzi!”. I compari ascoltandolo, già s’immaginavano e pregustavano le salsicce e le bistecche che avrebbero mangiato, se il colpo fosse andato a buon fine. Erano tempi duri quelli, tempi in cui la carne era privilegio di pochi, tempi in cui possedere delle bestie era simbolo di ricchezza. Cosicché contenti e galvanizzati i tre compari si misero a preparare il barroccio per la sera. Intanto Pazjota era arrivata fino in paese, e si fermò davanti all’Oratorio di San Biagio. Sul piazzale della chiesetta fece ballare di nuovo il grasso orso. Ma Antùan, così chiamavano il contadino, perché aveva vissuto un breve periodo in Francia, aveva il giorno stesso ammazzato il bel maialotto e il casotto era così rimasto vuoto. Pazjota verso l’imbrunire aveva salutato i Teruzzi e tutti i Teruzzini e si era incamminata verso sud oltre il ponte dell’Arda, arrivando a tarda sera proprio nella zona di Gariboia, vicino a Sperongia, quando un temporale stava imperversando. L’acqua furibonda e il freddo stavano innervosendo il grasso orso, costringendo così la zingara a chiedere un posto dove dormire per se e un posto dove alloggiare l’orso, proprio al contadino in questione. Con molta ospitalità e per la gioia dei bambini, Antùan dette un bicchiere di vino caldo a Pazjota, un tozzo di pane e propose lo Stabile rimasto vuoto come riparo notturno per l’orso. La notte scese, e Pazjota dormiva su un giaciglio nel fienile, stanca ma sazia; il contadino, ancora nel letto, confabulava con la moglie sull’orso e la zingara, mentre sospese alle travi delle lunghissime sfilze di salsicce spenzolavano. I figli del contadino non riuscivano a dormire al pensiero di avere nel casottino vicino al fienile un simpatico e grasso orso e già pensavano che alla mattina seguente avrebbero giocato con l’animale. Ma Ciccone e compagni erano già lì pronti a mettere in atto il loro piano, e così lasciato il barroccio vicino, piano piano si avvicinarono allo Stabile, “…Ssst, fate piano broccioni, sennò si svegliano tutti, dobbiamo fare in modo che il maiale non strida, pertanto appena dentro, uno deve stringergli il grugno, e gli altri due lo prendono di peso…”.  Appena aperto lo Stabile, Ciccone puntò diretto verso il grugno del maiale, ma subito esclamò “…Ma quanto è peloso ‘sto maiale…”, l‘orso sentitosi assalire si svegliò e rispose per le rime graffiando Ciccone che lacerò la notte con un urlo agghiacciante. I compari se la svignarono a gambe levate urlando impauriti: “…Un orso, un orso… aiuto!!”. Ciccò a malapena riuscì a liberarsi e a raggiungere i compari sul barroccio mentre già erano sulla strada. Antùan, sentito il fracasso scese impaurito e trovò Pazjota che si stava allontanando con il suo orso al guinzaglio. In terra erano rimasti dei brandelli di vestito e una pozza di sangue, al che il contadino non riuscì al momento a raccapezzarsi. Fu solo all’alba quando le prime luci del giorno permisero di scorgere le impronte delle ruote del barroccio che il contadino capì e sorridendo disse alla moglie “Ai vurivan ar numalu a rubà, ma ghèra l’ursu e ja fatt scapà! …”. (2-fine)

Un commento

  1. il secondo pezzo del racconto è simpaticissimo.
    lo spirito è quello del tempo.
    i forestieri, quelli di bettola, cosa vengono a fare a teruzzi?
    per farsi sbranare dall’orso!
    aspetto un altro racconto e cercherò di comprare il libro

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