Istituire l’azienda agraria di montagna a tutela del territorio ( di marco dall’est) (2-fine)

clicca per ingrandire ( valtolla keynote)

( precedente parte 1  pubblicata  il 5 Novembre)

di Marco Dall’Est

Infatti, e una pura illusione pensare che il dissesto si possa fronteggiare solamente con grandi opere di contenimento realizzate a valle, anche se spesso il problema si è affrontato in quest’ottica, forse anche a causa dei grossi “appetiti” che tali opere generano. La mancanza di manutenzione delle opere e più in generale del territorio, si ripercuote inevitabilmente sul fondovalle e sulla pianura.

La presenza delle popolazioni di montagna che per secoli l’hanno manutenuta e salvaguardata rappresentava “l’ombrello” per la pianura. Allo stato attuale è impensabile riproporre i modelli di vita del passato per riportare la gente a vivere in montagna, ed altrettanto si è rilevato quasi sempre fallimentare l’intervento pubblico di gestione diretta del territorio montano, con l’assunzione di maestranze da adibire all’esecuzione delle opere sopracitate ed al loro mantenimento.

Sono sotto gli occhi di tutti i clamorosi fallimenti causati dalle politiche assistenzialiste dovute alla scarsa lungimiranza che ha dimostrato in questa materia TUTTA la classe politica sia nazionale che locale.
Oggi l’agricoltura in montagna è ridotta ai minimi termini, per i noti problemi di cui è superfluo l’approfondimento in questa sede, ma va riconosciuto che se il territorio montano è ancora” riconoscibile”, lo si deve alla caparbietà di chi….. ancora si ostina a lavorare la terra, falciare i prati, caricare i pascoli, mantenere la viabilità ecc., pur con tutti i limiti, a volte gli errori che spesso gli agricoltori montanari commettono.
Ora Però il tempo stringe, l’esigua schiera di queste persone si assottiglia d’anno in anno ed il futuro della montagna senza montanari è solo quello di un territorio abbandonato e lasciato all’evoluzione naturale, che potrebbe di per se essere anche positivo dal punto di vista puramente naturalistico, ma che sottopone il fondovalle e la pianura a rischi inaccettabili e che piaccia o meno è incompatibile con l’esistenza del nostro tipo di società umana.

Dopo avere fatto questa lunga , noiosa e forse anche un po’ banale premessa mi permetto di ipotizzare una soluzione che potrebbe tradursi in un progetto (che scatole…l’ennesimo progetto di sviluppo della montagna… ci manca solo il convegno e la relativa pubblicazione degli atti a carico del contribuente…) relativo alla istituzione della “azienda agricola di tutela montana” e della figura di agricoltore” tutore del territorio”
Non è nulla di nuovo, altri stati lo hanno già fatto in forme simili (Austria e Svizzera) e magari basta scopiazzare un po’ con i relativi aggiustamenti alla nostra realtà locale.
Si tratta di affrontare il problema con l’ottica del riconoscimento del ruolo di interesse pubblico della azione di tutela idrogeologica rappresentata dalla corretta e controllata attività agro – silvo – pastorale esercitata dal montanaro, o meglio dall’azienda agricola in montagna.
Provo a chiarire meglio il concetto: prendiamo ad esempio un’azienda agricola montana che “gestisce” mediamente 5 Ha di terreni, tra coltivi, pascoli e boschi, frazionati in numerosi piccoli appezzamenti spesso distanti tra loro e tra gli altri lavori si rende necessaria la manutenzione di 5 Km di viabilità varia, tra sentieri, piste e carrarecce.
L’agricoltore inoltre deve annualmente provvedere alla ripulitura della rete scolante dei coltivi, al decespugliamento dei pascoli, al taglio di boschi cedui ecc., il tutto a proprie spese e con propri mezzi, anche se questo lavoro viene in parte compensato dal reddito dell’azienda, ma gli interventi spracitati sono spesso dettati dall’emergenza, frazionati e senza alcuna programmazione.

Immaginiamo invece che quest’azienda abbia in ” gestione “un territorio omogeneo, poniamo di 50 Ha, compresi i 5 Ha di proprietà e l’Ente Pubblico territorialmente competente (ad es. Comunità Montana o chi per essa…) programmi con scadenza quinquennale una serie di interventi da eseguire su quest’area di 50 Ha (vedi ad esempio i punti n° 3 – 4 – 5 – 6 dell’elenco di cui sopra) e ne affidi l’esecuzione dall’agricoltore “gestore” con il corrispettivo economico adeguato agli interventi effettuati.
Si potrebbe ottenere il duplice risultato della gestione capillare della bonifica montana e la possibilità di garantire la sopravvivenza dell’azienda agricola di montagna.
In pratica con il riconoscimento ed il conseguente finanziamento, della funzione di “interesse collettivo” svolta dall’az. agricola di montagna si verrebbe ad istituire la figura dell’agricoltore gestore del territorio.
La sicurezza della permanenza sul territorio di un adeguato numero di aziende agricole potrebbe avviare un indotto economico rappresentato dalla necessità di maestranze qualificate, di mezzi d’opera specifici per lavori occasionali, professionalità tecniche ecc, le cui prestazioni sarebbero lasciate alla contrattazione tra le parti in un regime totalmente privato.
Faccio un esempio: il piano quinquennale di manutenzione del territorio stabilisce che l’azienda X tra gli altri interventi debba realizzare 3 Km di strada forestale con un costo Y.

Il titolare della “concessione” deciderà se effettuare l’intervento con i propri mezzi o ricorrere ad una prestazione occasionale fornita da un’impresa di movimento terra od ai mezzi d’opera di cui può essere dotata l’azienda agricola confinante. L’ente di gestione avrà solo il compito di verificare il rispetto dell’intervento programmato nel piano di gestione.
Avremo così uno stimolo alla realizzazione di piccole imprese locali, consorzi tra aziende agricole di gestione del territorio e la riduzione dei costi burocratici per la gestione degli appalti (con tutto ciò che ne consegue…)
Risulta però fondamentale superare l’ostacolo rappresentato dalla frammentazione della proprietà quasi totalmente privata dei nostri territori. Qui ci deve essere l’intervento di una classe politica coraggiosa e lungimirante che sappia imporre a tutti i piccoli proprietari forme di aggregazione delle proprietà, da non confondersi assolutamente con forme di “collettivizzazione” di più triste memoria.
Penso ad esempio un livello di tassazione differenziata tra i terreni coltivi, a fiscalità ridotta ed i terreni incolti che devono essere considerati un “lusso” e quindi tassati maggiormente.
Il “lusso” dei terreni incolti e dei boschi abbandonati è rappresentato dal costo sociale di questo abbandono come ho riassunto nella premessa. La pubblica amministrazione con lo strumento della “azienda agricola di gestione del territorio” può offrire un’alternativa al proprietario che non vuole o più spesso non può oggettivamente provvedere ai propri terreni, mettendolo in condizione di affidare la propria terra alla azienda agricola di gestione del territorio con una conseguente tassazione ridotta.
Le forme i cui questi terreni vengono messi a disposizione dell’az. agricola possono essere molte, dal consorzio alla cooperativa od al semplice comodato, facendo sempre salvo il diritto di proprietà e di recesso nel caso in cui il proprietario voglia rimettersi a coltivare il proprio fondo.

CONCLUSIONI

Queste prime idee per un la creazione di uno strumento di salvaguardia idrogeologica con l’istituzione della professione di “tutore del territorio” vogliono essere un primo approccio alla risoluzione del problema dell’abbandono della montagna e del conseguente dissesto idrogeologico, riconoscendo un ruolo sociale ad una categoria di lavoratori, senza incorrere nell’ errore di generare una ulteriore forma di assistenzialismo .
L’assistenzialismo infatti si può considerare uno dei fattori che ha contribuito in modo rilevante all’abbandono della montagna mentre questo strumento vuole consentire la possibilità di permanenza delle aziende agricole di montagna, garantendo loro un’ulteriore e consistente fonte di reddito in cambio della esecuzione di interventi a beneficio della collettività, senza sottrarle alla loro attività principale .ed al rischio di impresa che le caratterizza .
Sicuramente l’applicazione di questo modello di intervento assorbirà notevoli risorse finanziarie, ma credo non sia difficile fare un rapporto costi – benefici, considerando il costo collettivo che il dissesto idrogeologico impone alla collettività anche in termini di vite umane.
Infine va considerato l’indotto economico che si verrebbe a creare sia direttamente, (ad esempio l’assunzione di lavoratori tempo determinato da parte delle aziende o il ricorso a cooperative forestali),che indirettamente (vedi tutte le attività di servizio collegate alla permanenza di famiglie in montagna) avendo una rete di aziende agricole che possano comunque vivere anche in posizioni di mercato svantaggiate ed assolutamente non concorrenziali.

Gennaio 2000 (2-fine)

commento della redazione: questo progetto è datato 2000  e, nel frattempo,  non si è fatto nulla! In compenso sono aumentate frane, dissesto, abbandono….

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...