Se la Liguria piange noi non stiamo certo meglio, c’è solo andata bene…per questa volta…(2-fine)

di Marco del lest

Perché il bosco non tagliato può costituire un problema idrogeologico?
Se osserviamo il territorio dell’Appennino Piacentino, sia collinare che montano, notiamo che si è persa più superficie boscata a causa di frane che non per l’azione diretta dell’uomo e personalmente ho visto aprirsi più frane in boschi vecchi ed abbandonati che in boschi tagliati recentemente; può sembrare un paradosso ma è un concetto ben noto agli addetti ai lavori.
Prendiamo ad esempio la zona collinare dove vi sono pendenze molto elevate su ridotte superfici, come ad esempio alcune scarpate stradali e su queste scarpate sono radicate piante di robinia, piantate a suo tempo proprio per consolidare la scarpata.
Queste piante non sono state tagliate per 30 o 40 anni ed ora, data la notevole fertilità e la luce data dal “taglio” della strada, hanno altezze notevoli, anche di 15 o 18 m e pesi considerevoli (una di queste robinie può arrivare tranquillamente a 40 Qli con la massa fogliare). Il loro apparato radicale però e poco sviluppato, data la concorrenza tra le piante e la pendenza del terreno. Quando una di queste robinie si sradica a causa dell’eccessivo peso o del carico di neve o del terreno indebolito da piogge eccessive, crea un effetto domino sulle piante circostanti e le relative ceppaie.
Si vengono così a creare improvvisi squarci nel terreno, dove le acque meteoriche si incanalano scalzando altre piante.
Inoltre l’apparato radicale di piante presenti in boschi eccessivamente densi può essere sottoposto ad un costante movimento dato dalla “leva” costituita dal fuso delle piante mosse dal vento. Questo movimento genera delle pericolose fessurazioni nel suolo, dove si infiltrerà l’acqua delle precipitazioni che potrà creare un cuscino di slittamento tra il terreno umifero e lo strato roccioso sottostante.
Nei boschi di latifoglie l’improvvisa “apertura” del terreno con il taglio, favorisce uno sviluppo immediato e consistente di polloni che già nel primo anno di età assicurano una notevole copertura vegetale, con la conseguente azione di mitigazione della forza battente e dilavante delle precipitazioni.
Se il taglio è bene eseguito, cioè effettuato al di sotto della linea del colletto (più raso terra possibile) si ottiene il “ringiovanimento” delle ceppaie che possono sviluppare polloni molto più vigorosi ma con un ridotto peso e la conseguente espansione degli apparati radicali che incrementano la loro azione di trattenuta del suolo.
Quindi solo affermazioni sprovvedute e prive di conoscenza delle più elementari norme di selvicoltura, sostengono che la causa del dissesto va ricercata dell’eccessivo disboscamento.
Ma qui occorre affrontare un altro argomento, cioè quello dell’abbandono dei boschi. Come ho affermato prima, la maggior parte di perdita di superficie boscata, nella nostra provincia, attualmente è causata dalle frane innescate in boschi abbandonati.
Ma chi deve curare i boschi e rimuovere le piante sradicate?
A livello Provinciale se escludiamo le poche superfici di proprietà collettive (comunelli) i boschi sono prevalentemente di proprietà privata, ma di fatto sottoposti a “gestione pubblica”… cioè l’ente pubblico deve intervenire per fronteggiare le frane, spegnere gli incendi, effettuare tutela fitosanitaria, assolvere alla vigilanza ecc, ma quando è ora di tagliarli, questi boschi tornano di proprietà privata ed il guadagno (spesso non denunciato) dalla vendita del legname è esclusivamente dei proprietari; …..non mi tornano i conti…..
Tutti sanno che le nostre montagne sono in stato di perenne abbandono, basta percorrerle in questa stagione e vedere quanti sono i camini che fumano nelle frazioni o quale è l’età media delle persone che si incontrano per strada o nelle scarse osterie ancora aperte. Assistiamo ad una nuova forma di aggregazione sociale, quella “ dell’ ospizio diffuso”
Quindi non possiamo aspettarci che oggi i montanari abbiano le forze di gestire il loro territorio.
Come ci hanno dimostrato le recenti alluvioni, sappiamo tutti che la pianura si salva in montagna, quindi il costo dell’abbandono diviene un “costo sociale” e credo sia ora che questo costo venga inserito nelle passività di un bilancio che vede nell’attivo la voce “sviluppo delle aree urbane ed industriali.
Per ridurre la passività dell’abbandono della montagna non ci sono soluzioni miracolose, bisogna adoperarsi perché torni ancora conveniente vivere in montagna occupandosi di agricoltura.
Semplicemente perché l’agricoltura è una fonte di produzione di beni primari e questi beni non sono esclusivamente quelli alimentari, comunque importanti, ma sono beni primari anche la manutenzione ordinaria del territorio, la regimazione idrogeologica e la salvaguardia ambientale. Da questi beni primari deriva poi lo sviluppo di beni secondari quale il turismo e lo sviluppo delle aree urbane/industriali di fondovalle. ( per leggere la parte finale dell’articolo clicca qui! )

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