bruzzi stefano 369“Vengo con questa mia a pregar Sua Eccellenza se è possibile a mandarvi il passaporto , e Certificato di buona condotta, mi raccomando alla sua bontà, e spedirmelo per Statino in Prusia (1)  restante al Magistrato, porgo sua bontà più presto che sia possibile. Io Corvi Giacomo di Sperongia comune di Morfarsi (2) Provincia di Piacenza. Il passaporto e a numero 623. Il passaporto (…) è stato dato a Parma il giorno 20 Febbraio 1850. Prego sua bontà il passaporto per recarsi in Prussia, Russia, Francia. Io Corvi del fu Lorenzo”.

Scarse furono le attenzioni ducali nei confronti delle popolazioni delle campagne tra la metà del 1700 e il 1850 circa.  Nessun provvedimento di carattere legislativo, fondiario e fiscale, determinò una maggiore attenzione verso i bisogni dei suoi miseri e poveri sudditi delle montagne, dei quali il piccolo regno ducale sembrava ricordarsi solo quando doveva riscuotere le tasse o redigere le liste del servizio militare. Già il capitano Antonio Boccia, nel suo Viaggio ai monti di Piacenza del 1805, descrive bene la situazione tragica in cui sono costretti gran parte degli abitanti della Val di Tolla (povertà e miseria diffuse che provocavano una forte e costante emigrazione, arrivando quasi a giustificare le azioni di contrabbando e brigantaggio sociale che in tanti praticavano “per vivere”). D’altra parte gli stessi montanari facevano ricorso ai servigi di questo stato solo quando erano in procinto di emigrare fin dalla più giovane età. Allora erano costretti a chiedere alle autorità il passaporto per l’espatrio. Facevano richiesta ai Podestà dei loro paesi che gli rilasciavano le carte per muoversi tanto all’interno del ducato quanto i certificati di buona condotta indispensabili per ottenere il passaporto ducale  per potersi recare in altro Stato dell’Italia e del mondo. Per il contadino, questa richiesta, era una delle rare occasioni in cui incontrava l’autorità e si aggiungeva a quelle obbligatorie dello “stato civile” (nascite, matrimoni, morti…) e della leva militare. Al passaporto erano legate le debolissime speranze del montanaro di poter finalmente affrancarsi dalla sua triste sorte per uscire dalla spirale della fame perenne e dalle carestie cicliche (per non parlare di epidemie). Il passaporto era il legame con i suoi sogni di gloria, con la speranza del cambiamento della vita. Era indispensabile possedere il passaporto per poter andare a vendere, come ambulante, i pochi prodotti della terra (sementi) o per andare a cercar lavoro (o a praticare un “mestiere”: merciaio, orsante o domatore di cani, scimmie e altri animali per divertimento, suonatore o venditore ambulante, muratore, donna di servizio, caldierista, uomo di fatica, garzone, facchino, tagliaboschi, minatore, gelataio …) all’estero. Questo era un documento che durava un anno e non rinnovarlo significava esserne sprovvisti con le conseguenze del caso(3).

Il ducato non si opponeva affatto a questa emigrazione montanara che riguardava l’intero Appennino e inquadrava il fenomeno piuttosto come male minore rispetto ai ben maggiori problemi sociali e di ordine pubblico che tale massa di “straccioni” avrebbe potuto creare all’interno dello stato.

“L’umile  sottoscritto Casali Giovanni, nato e domiciliato a Pedina (…) si fa rispettoso coraggio alla seguente agenzia la seguente preghiera.  Abbattutomi per disgrazia in alquanti Cosacchi che erano in marcia tra Zanaga e Kraiova (4) , fui dai medesimi, insieme ai miei compagni di viaggi, spogliato interamente dei miei effetti e così (…) perdetti il mio passaporto. Privo di recapito mi trovo ora in una critica situazione e ricorro a codesta (…) perché voglia prendermi sotto la sua protezione. A dimostrare la verità …”

Note e bibliografia

1-Prussia (ora Germania); 2-Morfasso; 3- Marco Ascari, L'EMIGRAZIONE GIROVAGA PARMENSE A META'OCCOCENTO…-centro studi della valle del Ceno, Bardi 2006; 4-Romania.
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