La leggenda dell’eremita amanuense e il discorso della montagna…

L’ANTEFATTO

Dopo Tobia, sull’acrocòro del Moria, il vasto altopiano montuoso tra Valchero e Valdarda, iniziarono a giungere altri eremiti, tra cui uno proveniente dalle lontane terre dei Pitti.
Un monaco-eremita che seguiva gli insegnamenti dei famosi monaci irlandesi che avevano fondato, con San Columba (Colum Cille, Colonna della Chiesa), il grande monastero “primitivo” scozzese di Iona.

Quel frate venuto dalle lontane terre fredde e brumose era un abile lettore dei testi greci e latini, e un valente copista-miniatore di testi sacri; di spirito tenace, era stato un gran viaggiatore e si era recato, come i suoi maestri, a Tours a far visita alla tomba di San Martino.
Da queste parti della Francia, nella profonda boscaglia della Loira, aveva cercato, con altri eremiti, di fondare un cenobio incontrando una forte resistenza da parte di Vescovi locali, che sostenevano un modello di comunità religiosa “cittadina”, con regole meno gravi rispetto a quelle propugnate dai frati.
Aveva deciso di proseguire il suo cammino per la Via delle Alpi, fino a incontrare il celebre monaco irlandese Colombano, con il quale restò per diversi anni partecipando, si racconta, alla fondazione di Bobbio.
Ancora giovane, alla morte del fondatore di Bobbio, lo scozzese, riprese il suo cammino alla ricerca del monte più impervio e isolato, il luogo dove ascendere a Dio e terminare la sua esistenza terrena.

UN EVANGELARIO DI CARTAPECORA SUL MONTE MORIA
La storia racconta che Patrick, lo scozzese, avesse sentito parlare di un’eremita che, sul finire del VI secolo, aveva deciso di ritirarsi sui monti più impervi dell’Appennino, nel “deserto” della boscaglia, per condurre vita ascetica e contrastare le forze del male.
Il luogo, riferivano i cacciatori e i pastori dell’Appennino, era impervio, inospitale, esposto a correnti fredde e difficile da raggiungere.
Occorrevano circa tre giorni di cammino dalla Bobbio di San Colombano, tra sentieri contorti e sconnessi e boscaglie desolate, frequentate solo da fiere inseguite da gruppi di cacciatori.
Le leggende popolari descrivevano il luogo come infestato dagli spiriti maligni; esseri perfidi che, secoli prima, avevano provocato la catastrofe di Veleia.
Ma Tobia, e altri che con il tempo lo raggiunsero sull’acrocòro, i primi uomini “umiliati” della Valdarda, avevano un’incrollabile fede in Dio e non si curarono delle leggende e delle paure popolari.
Lo scozzese giunse sull’altopiano una fredda mattina del mese di aprile tra il 617 e il 620*, dopo aver vagato per l’Appennino e per le valli del piacentino dalla morte di Colombano.
Faceva freddo quella mattina, e la primavera tardava ad arrivare, e quella lieve brezza pungeva tanto da penetrare nelle ossa, e le labbra dei monaci erano screpolate, e le mani intirizzite e piagate dal lavoro e dal freddo.
Lo scozzese apparve da lontano, dai margini della boscaglia, e i frati che uscivano dal refettorio, lo attesero …
Tobia, il capostipite della neonata comunità monacale del monte Moria, un uomo di profondi sentimenti fu cordiale e lo invitò per rifocillarlo; e i testimoni raccontarono che quel monaco venuto da lontano, al principio, batteva i piedi per il freddo, e che volentieri accettò di stringersi attorno al braciere.
Gli porsero un recipiente con l’acqua calda per riscaldare i piedi e le mani, un pannicello caldo per scaldare il collo e la testa e gli offrirono il latte per “eccitare” lo stomaco e la mente.
E al termine della frugale colazione, rinvenuto in tutti i sensi, lo scozzese, estrasse dalla sua bisaccia un libro, un piccolo libro poco più grande delle sue mani.
Quella era la prima volta che un prezioso evangelario miniato, sullo stile di quelli che confezionavano gli abili amanuensi-miniatori nelle terre lontane del nord, giungeva sull’acrocòro del Moria.

E fu così che Tobia e i suoi confratelli avvertirono il desiderio di conoscere quel forestiero che era sbucato dalla boscaglia; di parlargli e di ascoltarlo perché, anche per questi uomini “puri”, l’isolamento era duro, e a volte insopportabile.
La “regola” metteva alla prova quella comunità, ma lo stesso erano felici di pregare quella croce semplice appesa al muro del refettorio, sopra al tavolo dove c’erano ancora un poco di pane nero e le noci, e una sola ciotola di latte di pecora.
E non avevano nient’altro e fuori c’era freddo, e la primavera tardava ad arrivare; e c’era ancora tanto lavoro da fare.

IL DISCORSO DELLA MONTAGNA
E allora Patrik capì che anche quegli uomini cercavano il calore, il calore per la loro anima semplice, e iniziò a recitare il discorso della montagna, tra la commozione e l’estasi generale.
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
    Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
    Beati i miti, perché erediteranno la terra.
    Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
    Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
    Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
    Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio(…)
    Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli…(…)»**.

Per la prima volta in quella comunità le preghiere del giorno furono precedute dalla lettura del Vangelo dell’Apostolo Matteo, in latino medievale.
Quel piccolo libro*** era bello, scritto con inchiostro nero, rosso, purpureo e giallo in maiuscola insulare; composto da bifolia di cartapecora, piegati in due, raccolti e cuciti assieme in fascicoli impreziositi da miniature.

E alla preghiera della mattina, e a volte anche a quella del desinare, sempre più si univano i pastori, i silvani e i cacciatori con i figli, dapprima per curiosità, poi sempre più per pregare insieme,  e i loro figli anche per far voto di povertà e obbedienza.
E l’angoscia perenne degli abitanti dei luoghi si trasformò in laus perennis, e tanti altri giunsero dalla pianura e dalle valli, e quella comunità crebbe sempre di più…

Il mio Druido è Cristo, figlio di Dio, figlio di Maria, il Grande Abate, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (san Columba)

E i padri del monte Moria ripetevano le parole di Columba e pregavano con tutti coloro che volevano unirsi a loro, abbandonando gli antichi riti pagani che ancora negli angoli più bui e nascosti della boscaglia venivano invocati e a volte, segretamente, riveriti.

E Patrick insegnò a leggere e a scrivere in quel latino dei codici che serviva per comprendere le Sacre scritture, e per comprendersi tra di loro.

Giunsero altri codici da ricopiare e conservare…e dai villaggi altri pastori, cacciatori e silvani per ascoltare i precetti della nuova fede e pregare; e per prender consiglio da Tobia.

Era l’inizio della civilizzazione di Tolla.

(Fine della terza puntata “I racconti del monte Moria”)
La storia romanzata da Sergio Efosi© (bozza non corretta)

NOTE
*Forse tutta la storia andrebbe posticipata di almeno un ventennio, ma anche no.
** Apostolo Matteo, 5
*** L’evangelario era stato salvato dallo stesso Patrick da un furioso incendio che aveva distrutto un monastero delle terre del nord, ampiamente restaurato dalla sua abilità, integrato con preziose miniature e protetto con una copertina rigida dove aveva raffigurato l’evangelista Matteo, simboleggiato come uomo alato, perché questo Vangelo inizia con la genealogia di Gesù e quindi mette in risalto la sua natura umana.

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