Valdarda 31 marzo 744 succede…

20160517_102050LA DESOLAZIONE DELLA VALDARDA…

Prima ancora che si potesse ritenere chiusa definitivamente l’era romana d’occidente, prima che l’impero lasciasse il posto al sorgente medioevo, la media e alta valle dell’Arda era già il trionfo delle foreste incantate, dei paesaggi surreali, delle presenze magiche; il rifugio degli eremiti, un susseguirsi di luoghi a tratti impenetrabili, regno dei grandi spazi del silenzio, con pochi abitanti, anzi pochissimi. Le stesse “parti” più basse della valle non erano scampate a tale destino…

La decadenza accentuatasi negli ultimi decenni imperiali aveva corroso, inesorabilmente,  le campagne del nord Italia al tempo fertili e i paesi, i templi antichi e le chiese cristiane; nulla era stato risparmiato. Poi iniziò, a ritmi sempre più serrati, l’epoca delle invasioni del nostro territorio da parte di popoli stranieri con conseguenti guerre e predazioni, alle quali subentrarono presto carestie e pestilenze gravissime che provocarono una fortissima riduzione della presenza umana nell’intero nord del Paese, Piacenza e la sua provincia comprese. Alcuni storici stimano che nell’intera Italia settentrionale la popolazione si fosse ridotta a poco più di 7/8 milioni di individui. Davvero pochi!

Era successo quello che sembrava impossibile: il crollo definitivo del grande e potente impero romano; travolto sotto i colpi mortali della corruzione, delle lotte intestine e delle orde barbariche che sconvolsero i cardini di una società che sembrava immodificabile. I risultati furono, come sommariamente detto, devastanti e la socialità sconvolta. Cumuli di macerie e rovine erano la visione corrente per i sopravvissuti; e la desolazione  aveva preso il sopravvento ovunque.

E così presero corpo, come in ogni epoca buia, le leggende più paurose che l’uomo sapesse inventare. Agli antichi dei, alcuni buoni e altri molto temuti, si affiancarono esseri infidi come gli orchi, le streghe, i maghi, i temutissimi folletti e la magia…

Ma nella realtà la desolazione era rappresentata da rovi, ortiche e cespugli che crescevano liberamente, e rigogliosamente, nei campi, nelle strade e nelle Vie più rinomate al tempo, Via Emilia compresa; una desolazione che assumeva contorni spettrali di fronte alle macerie diffuse di antichi edifici, case padronali, stazioni di posta, chiese, templi, fortificazioni, infrastrutture civili e militari in genere. Gli animali selvatici erano tornati a esser padroni delle campagne e dei paesi abbandonati mentre nella boscaglia gli alberi avevano intrecciato tali e tanti “tentacoli” verso il cielo che il sottobosco era divenuto ancor più un luogo umido e inospitale, regno dell’oscurità e del mistero.

Di fronte a questo scenario sconvolgente, a questi tempi bui, la boscaglia poteva però ritornare a essere il rifugio segreto, il luogo dell’attesa dove ripararsi nella prospettiva di tempi migliori e per sfuggire alla violenza che il gran caos delle “invasioni” aveva generato. Un tempo di attesa che sarebbe durato circa oltre due secoli, un periodo interminabile, un intervallo durante il quale intere generazioni vissero nella più assoluta frugalità senza mai conoscere la pace.

E quel tempo non ebbe termine, nella nostra provincia, prima del secolo VII, con l’arrivo dei frati di San Colombano a Bobbio e poi dei benedettini di Tolla in alta Valdarda.

mutatio (dal web)
Mutatio, viandanti e pellegrini  sulla strada romea (dal web)

E QUANDO PERCORRO QUEI LUOGHI…

Quando percorro i sentieri della Valdarda, provo a immaginare quei momenti, quelle situazioni sommariamente descritte, quella rigogliosa e diffusa boscaglia della quale è rimasto solo un pallido ricordo…provo a immaginare quale ambiente poterono trovare i frati benedettini quando vi si insediarono.

Le “carte” disponibili non ci raccontano tutto ma, con ogni probabilità, ai monaci occorsero almeno due o tre generazioni per promuovere una nuova, “lenta”, ripartenza della valle dell’Arda…

Subito dovettero entrare in contatto con i pochi superstiti di questa vasta area promuovendo la raccolta delle pietre delle macerie dai vecchi edifici civili e religiosi saccheggiati e distrutti dai bizantini, dai loro alleati, dai mercenari, dai predoni del caos, nel corso delle lunghe e devastanti guerre del secolo precedente.

Ma sui poveri resti di tali edifici la vegetazione era cresciuta al punto da lasciarli appena intravedere e dunque si dovette trattare di un lavoro lungo e difficoltoso…ma necessario.

Necessario per erigere la loro Abbazia, quella di Tolla, e dare inizio a una nuova era: quella della ruralizzazione e della civilizzazione cristiana della Valdarda.

E la prima vera, anche se indiretta, testimonianza riguardante l’importanza dell’opera di ricostruzione socio-economica svolta dai frati di Tolla sta scritta in un documento del 31 marzo 744 a firma del re longobardo Ildebrando, nel quale si accenna ai monasteri (forse regi) di Fiorenzuola, Tolla e Gravago che vengono “donati” (o solamente posti sotto la tutela religiosa?) del Vescovo di Piacenza pur conservando, di sicuro quello di Tolla, una protezione regia.

Quel documento era anche la prima testimonianza che attraverso la Via che collegava i cenobi citati, dalla Via Emilia a Fiorenzuola, si poteva raggiungere Tolla, poi Gravago e infine approdare a Pontremoli nella direzione dell’Italia centrale e della costa tirrenica. Una Via che sarebbe divenuta “strategica” per il potere regio, importante per i pellegrini e i viandanti…

Una Via che restò molto percorsa per diversi secoli.

Un tracciato francigeno “custodito” in alta Valdarda, nel territorio definito Valtolla, da quei frati che avrebbero favorito, nel corso dei secoli, il plasmarsi di un paesaggio che da desolato divenne sempre più rurale, civile e importante.

Appunti di storia locale romanzata a cura di Sergio Efosi per Valdarda’s blog© e Valtolla’s blog© 

Ps: l’articolo, leggermente rivisto, è stato precedentemente pubblicato da Valdarda’s blog a cura dello stesso autore

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